Canto 33 del Paradiso: parafrasi

«La prima parte di questo canto è occupata dalla lunga preghiera che san Bernardo rivolge alla Vergine, affinché essa interceda perché a Dante sia elargita tanta grazia di virtù da renderlo capace di innalzarsi alla visione piena di Dio, in cui è posta l’«ultima salute», la compiuta beatitudine. La seconda parte ritrae il momento culminante dell’esperienza mistica del poeta: esperienza che si può evocare, ma non descrivere, perché trascende non pure la potenza della parola umana, ma la capacità stessa della memoria. Chi l’ha provata è nelle condizioni di uno che abbia un sogno meraviglioso; perdura nell’animo l’emozione della visione, mentre l’oggetto di essa si è dileguato dalla mente. Si sforzerà tuttavia di porgere al lettore un’immagine sia pur tenue e sbiadita di ciò che ha visto, nell’attimo in cui ha osato «ficcar lo viso per la luce etterna» e congiungere il suo sguardo con il «valore infinito». Nel profondo dell’essenza divina ha scorto, legato in un vincolo amoroso di unità, tutto ciò che nell’universo si mostra sparso e diviso: le sostanze, gli accidenti, e le loro modalità e relazioni, quasi «conflati insieme», compenentrati in un tutto, e la forma stessa di questa loro unità. E non perché nella luce divina che contemplava vi fosse una reale varietà e successione di aspetti (ché anzi essa è in sé una, semplice e non suscettibile di modificazioni); ma solo perché la potenza visiva in lui attingeva sempre maggior vigore nell’atto di contemplarla, accadeva che, modificandosi il suo vedere, un’identica parvenza si modificasse nella visione. In quella «chiara sussistenza» gli apparvero tre cerchi o sfere di tre colori e di una medesima dimensione, e il primo pareva riflettersi nel secondo, e il terzo simile a fuoco spirare in ugual misura da entrambi i due primi; indi il secondo, più attentamente osservato, si vedeva dipingersi dentro di sé, col suo stesso colore, dell’immagine umana: simboli e figure di Dio uno e trino, e del Verbo incarnato e fatto uomo. Mentre Dante fissava gli occhi in quella immagine, nello sforzo di intendere la presenza reale delle due nature nel Verbo (mistero che si sottrae alla comprensione dell’uomo come la quadratura del circolo all’indagine del geometra), la sua mente fu percossa da un fulgore, da un’illuminazione suprema della grazia, in cui il suo desiderio si adempì. A questo punto venne meno la possa «all’alta fantasia», ma nell’istante in cui gli fu concessa la rivelazione dei supremi misteri, il suo animo s’era innalzato alla condizione degli spiriti beati: Dio, l’amore che tutto muove, volgeva ormai, placati nel ritmo uguale che regola l’ordine dell’universo, la sua ansia di sapere e il suo anelito volitivo, la sua intelligenza e i suoi affetti, come ruota che si muove di moto uniforme intorno al suo asse secondo l’impulso ricevuto.

Delle due parti che costituiscono il canto, la prima, col suo ampio respiro oratorio e celebrativo, intessuto di calde formule liturgiche, e già tutto pervaso dall’esaltata coscienza di un’esperienza privilegiata, ha funzione di preludio rispetto alla potente ispirazione epica che illumina e trascina in superbo crescendo le successive fasi dell’arduo dramma metafisico nella seconda e più bella parte. La tensione drammatica di queste pagine finali del poema, dove la nota eroica fondamentale è resa vibrante dalla continua presenza di un’alta malinconia lirica, si determina nel contrasto fra la maestà superba del tema e la consapevolezza dell’insufficienza ad esprimerla con umane parole. In questa consapevolezza, che puntualmente si rinnova, la tesa volontà di vedere e di dire avverte il suo limite, ma al tempo stesso attinge di volta in volta lo stimolo a un ulteriore sforzo, a uno slancio più vasto. La poesia qui non sta, e non potrebbe stare, nella rappresentazione materiale di una realtà che è al di là di ogni figurazione sensibile e che Dante stesso non si stanca di dichiarare ineffabile; sì nell’espressione appunto di una situazione dell’anima, nella lucida e ferma attenzione con cui il poeta illumina i momenti della sua drammatica conquista, del suo eroico sforzo di adeguare la propria vita al «valore infinito», in una suprema esaltazione di tutte le sue facoltà intellettuali e delle sue energie volitive. È chiaro che le immagini e le definizioni di cui Dante si serve per dare un’idea dell’oggetto della sua visione non sono più che suggerimenti e pretesti e stimoli all’illustrazione di questo dramma dell’intelligenza, validi soltanto per il residuo emozionale, che attraverso di essi riesce a sopravvivere, di un’esperienza esaltante. Ma l’accento poetico batte, non certo su quegli accenni sommari e provvisori di rappresentazione, su quei tentativi di disegni allusivi ed allegorici, bensì sulla presenza strenua del protagonista, sui versi che scandiscono il tema eroico della sua lotta e del suo parziale trionfo, in un ritmo di solenne epopea, dove anche le note malinconiche suonano grandi e persino le dichiarazioni di insufficienza artistica e di umile rinunzia («Un punto solo m’è maggior letargo che venticinque secoli alla ‘mpresa, che fe’ Nettuno ammirar l’ombra d’Argo») si coloriscono di una luce superba di antica favola.»

tratto da La Divina Commedia vol. III Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice