All’inizio del canto XIII (1-15) Dante prende spunto da questa scena affiancando al mito antico delle Arpie una similitudine domestica che ci porta in Maremma, allora come oggi terra di cinghiali (Nesso è il centauro che ha guidato Dante e Virgilio attraverso il girone dei violenti; ha lasciato i due sulla riva del Flegetonte ed è tornato indietro):
Nesso non era ancora arrivato dall’altra parte del fiume (di là) quando noi ci inoltrammo in un bosco privo di sentieri. Le fronde degli alberi non erano verdi ma di un colore scuro; i rami non erano lisci e dritti ma pieni di nodi e grovigli; e dai rami non pendevano frutti ma rametti pieni di veleno. Nemmeno gli animali selvatici che odiano i campi coltivati in Maremma abitano tra sterpi così aspri e impenetrabili. Qui fanno il loro nido le luride Arpie, quelle che cacciarono dalle Strofadi i Troiani predicendo loro le sventure
che li attendevano. Hanno ampie ali, colli e volti umani, piedi artigliati e una grande pancia coperta di penne; appollaiate sugli alberi, emettono strani versi lamentosi.
Ecco un altro bosco, dopo quello che abbiamo trovato all’inizio del poema. Mentre la caratteristica saliente di quella selva era l’oscurità, questa selva si presenta soprattutto come irta di sterpaglie, impenetrabile. […] Siamo ancora nel girone dei violenti, ma di coloro che usarono violenza contro sé stessi: i suicidi. […]
Le anime dei suicidi si sono trasformate in piante, o meglio in sterpi secchi, privi di foglie, nodosi, contorti: solo dopo il giorno del giudizio costoro potranno recuperare il loro corpo terreno, ma questo corpo non vestirà la loro anima (“ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie,” dirà più avanti il poeta), bensì resteranno appesi ai rami come cadaveri di impiccati. Il più alto degli esseri viventi, l’uomo, dotato di anima razionale, si degrada nella forma più bassa di esistenza terrena, un arbusto privo di senso e ragione […].
Come accade in altri punti del racconto Dante, che sta avanzando in questa selva inospitale, sente prima ancora di vedere, e lo strano suono che gli arriva alle orecchie lo blocca; Virgilio indovina i suoi pensieri, e risponde a un dubbio che Dante non ha neppure formulato (25-30):
Io credo che lui abbia creduto che io credessi che le tante voci che uscivano da quegli sterpi appartenessero a persone che si nascondevano da noi. Perciò disse il maestro: “Se spezzi qualche ramoscello da una di queste piante, i pensieri che hai in testa resteranno troncati a metà”.
Vuoi capire di che si tratta? Spezza uno di questi rami e vedrai. Ma in realtà non è vero, i pensieri di Dante non si faranno monchi, cioè i suoi dubbi e le sue incertezze non verranno meno. Al contrario, sta per succedere qualcosa di davvero terrorizzante, perché una voce chiama dal ramo che Dante ha spezzato (31-45):
Allora spinsi un po’ avanti la mano e colsi un rametto da una grossa pianta; e il suo tronco gridò: “Perché mi spezzi?”. Il tronco si colorò di sangue scuro, quindi dette in un altro grido: “Perché mi strappi? Non hai dunque neppure un briciolo di pietà? Siamo stati uomini, e ora siamo diventati sterpi: ma la tua mano dovrebbe essere più pia se anche fossimo anime di serpenti!”. Come da un rametto verde che venga bruciato da una delle due estremità, e dall’altra emetta una sorta di gemito e di cigolio, a causa del vapore che esce dal legno, così [come il vapore dal rametto verde] da quel rametto rotto uscivano insieme parole e sangue, sicché io lo lasciai cadere, e rimasi immobile come fa chi ha paura.
È un altro di quei casi in cui l’immaginazione di Dante ha trovato nutrimento nell’Eneide. Nel terzo libro, infatti, Enea, che è fuggito da Troia in fiamme, fonda una nuova città in Tracia. Decide di fare un sacrificio agli dèi perché lo proteggano, e raccoglie delle piante per ornare gli altari; ma ecco che il rametto che strappa da terra si mette a sanguinare […]. Dante riprende questa pagina virgiliana introducendo qualche piccola variazione […] (46-78):
Rispose il mio saggio maestro: “Se, o anima ferita, Dante avesse potuto credere ciò che ha letto nei miei versi, non avrebbe disteso la mano verso di te; ma questo fatto incredibile mi ha spinto a fargli compiere un’azione che anche a me dispiace. Ma digli chi tu fosti, in modo che, come riparazione, egli rinfreschi il tuo ricordo nel mondo terreno, dove gli sarà lecito tornare”. E il ramo spezzato: “Mi tenti con le tue dolci parole, tanto che non posso tacere; e a voi non dispiaccia se io mi trattengo un po’ a parlare con voi. Io sono colui che ebbe entrambe le chiavi del cuore di Federico II, e che le girò, chiudendo e aprendo (quel cuore) con tanta misura che allontanai dalla sua confidenza quasi tutti gli altri cortigiani; svolsi il mio glorioso compito con scrupolosa fede, tanto che esso mi fece perdere i sensi e le forze. La prostituta che tiene sempre i suoi occhi sfrontati fissi sulla corte imperiale – rovina comune di ogni uomo e vizio peculiare delle corti! – infiammò di gelosia gli animi di tutti i cortigiani; e costoro a loro volta infiammarono (contro di me) l’imperatore, sicché i begli onori (di cui avevo goduto) si convertirono in triste sventura. Il mio animo, per un compiaciuto moto di sdegno [nei confronti dei miei accusatori], preferendo la morte al disonore, fece sì che io, pur giusto, operassi ingiustamente contro di me [suicidandomi]. Vi giuro, per le inusitate radici da cui è germinato questo arbusto,X che fui sempre fedele al mio signore, che fu così degno d’onore. E se uno di voi torna nel mondo, rivendichi la mia buona reputazione, che ancora soffre del colpo che l’invidia le inflisse”.
Troveremo più avanti dannati che non vogliono parlare con Dante, che non vogliono che il loro nome risuoni ancora sulla terra. Pier della Vigna invece non aspetta altro: vuole raccontare quello che gli è successo, vuole che tutti sappiano che lui – il più fedele servitore di Federico II, suo primo segretario, funzionario potentissimo – è innocente. […]
Piero sta ancora parlando, ed ecco che un rumore di frasche attira l’attenzione di Dante. Si tratta di due dannati che fuggono, inseguiti da cagne rabbiose (una delle forme assunte dai demoni che abitano l’inferno per tormentare i dannati). Uno dei due si nasconde tra i rami di un cespuglio, ma quelle lo raggiungono e lo fanno a brani. Resta il cespuglio, sanguinante, che cela l’anima di un altro suicida, e Virgilio lo interroga (136-138):
Fermatosi davanti a lui, il mio maestro disse: “Chi fosti, tu che attraverso tante ferite soffi insieme sangue e parole dolenti?”. […]
Dopodiché l’anima di questo suicida si presenta, ma lo fa, come capita talvolta, attraverso opacissime allusioni alla sua biografia (143-151):
“Io nacqui nella città che sostituì con Giovanni Battista il suo antico patrono, e a causa di questo affronto questi [Marte] opererà sempre in modo tale da renderla sventurata [cioè sempre impegnata in qualche conflitto]; e se non fosse che all’inizio del ponte che attraversa l’Arno esiste ancora un’immagine raffigurante Marte, quei fiorentini che rifondarono Firenze dopo che Attila l’aveva rasa al suolo avrebbero lavorato invano. Io mi impiccai in casa mia.”
Il canto finisce con queste tre terzine piuttosto spiazzanti, non tanto perché per definire la città di Firenze il dannato adopera otto versi, quanto perché per presentare sé stesso non ne adopera che uno. […] I commentatori antichi si dividono circa l’identità di questo suicida: qualcuno pensa a Rocco de’ Mozzi, un mercante fiorentino con interessi in Francia […], altri a un giudice anch’egli fiorentino, Lotto degli Agli, suicida per la vergogna di aver venduto una sentenza […].
tratto da Inferno. La Commedia di Dante raccontata da Claudio Giunta, Feltrinelli Editore




