Calipso e Ulisse
«Sembra di ricominciare da zero: altro consiglio degli dèi, come se fosse il primo; altro intervento di Atena – quasi che Omero si fosse dimenticato della discussione olimpica con cui aveva aperto la narrazione. Il fatto è che in questo libro deve introdurre Ulisse, finalmente. Gli serve, pertanto, un preambolo divino, perché sia ben chiaro che i casi del protagonista rientrano in un disegno superiore. I casi di tutti gli esseri umani, se è per questo, rientrano in un disegno superiore. Nessuno si muove in perfetta autonomia. C’è un destino e questo è determinato in buona parte dagli dèi. Ma abbiamo già visto che gli dèi incarnano il principio stesso del narrare; sono la mente di Omero. Ulisse ha dietro o accanto, sempre, Atena. Lei rappresenta il principio razionale che regola le sue azioni all’interno del piano generale di cui Omero stesso è orchestratore. Ulisse non fa che progettare, prendere decisioni, scegliere, e tutto questo avviene sotto la supervisione di Atena. Atena, insomma, è lui nella forma più alta, rappresentando al tempo stesso l’intelligenza del narratore. […]Atena, oltre a ricordare di nuovo che Ulisse è prigioniero di Calipso, nota pure che Telemaco è in pericolo. Zeus rompe gli indugi e, come Atena ha già proposto nel primo consiglio, chiede a Ermes di scendere dalla ninfa Calipso a ordinarle l’immediato rilascio di Ulisse. Il dio preannuncia anche che Ulisse arriverà dai Feaci (quelli che lo aiuteranno a tornare una buona volta a Itaca).
In un attimo Ermes è a Ogigia. Lei, la ninfa, si trova dentro la sua grotta, a tessere e a cantare. Dal focolare arrivano gli aromi della legna che brucia. Ermes, prima di vederla, la sente e la annusa. Interessante questo modo di presentare la dea – di porgerla non al senso più forte, la vista, ma all’olfatto e all’udito, come se Calipso fosse incorporea. Il suo nome, d’altronde, è collegato al verbo kalýpto, “nascondo”, “celo”. E lei sta effettivamente nascosta. Calipso, però, è anche dea che nasconde, perché sottrae Ulisse al mondo. […]
Ermes, prima di entrare, ammira il bel giardino, come se volesse concedere alla ninfa un ultimo attimo di illusione. Il giardino di Calipso è il prototipo di tutti i giardini più memorabili della tradizione classica e moderna. Vi consiglio di andare a leggere quello di Armida, una maga, non a caso, nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Dove c’è giardino, là c’è sortilegio erotico.
Ermes entra, ma non trova Ulisse. Il narratore ci informa che è sulla riva del mare a piangere. Ancora un po’ di pazienza… Calipso offre all’ospite un buon pranzetto e, solo dopo averlo nutrito, gli domanda perché sia venuto. A lui, che pure è messaggero di professione, costa rispondere, ma risponde. Dopo tutto, è venuto fin lì per comunicare la volontà di Zeus. Apriti cielo! Calipso reagisce da umana. Accusa gli dèi di portarle invidia e ricorda fieramente di esser stata la salvatrice di Ulisse, di averlo strappato alle acque, di avergli dato cibo e di avergli promesso l’immortalità e l’eterna giovinezza. Sa benissimo che le sue ragioni non valgono niente. Nessuno, infatti, le deve niente. Se Zeus ha stabilito che Ulisse deve partire, Ulisse deve partire. […]
L’eroe finalmente irrompe nello spazio della narrazione. E in che veste? In quella non proprio eroica di schiavo sessuale. Di uomo oggetto. Sembra finito. In realtà, non lo è. Ulisse non è mai finito, neanche quando sembra che gli sia negata qualunque alternativa. Neanche quando lui stesso si crede finito. Calipso gli dice che lo lascia andare. Lui dapprima reagisce con la diffidenza, che è un altro aspetto del suo genio. Poi, rassicurato dalle parole di lei, rientra nella grotta.
Calipso, però, non si rassegna. Com’è possibile che Ulisse le preferisca un’umana? Nella risposta di Ulisse troviamo un vero e proprio manifesto di domesticità. L’uomo è la sua casa. E questo neppure gli dèi possono impedirlo.
Spunta il nuovo giorno e Ulisse si mette a costruire la barca. […] Calipso fa da assistente, ma il lavoro è tutto di Ulisse. Dura quattro giorni; e di questi quattro giorni sappiamo solo che Ulisse li dedica alla costruzione della sua barca. Ho detto che il passo è una dimostrazione di consapevolezza metanarrativa (metaletteraria, metapoetica, come preferite). E la barca è anche una metafora della mente di Ulisse, che adatta, congiunge, incastra, conficca, salda gli sparsi elementi. Mente che sa disporre e comporre. Parte dalla materia grezza e la trasforma, la raffina, la destina ad altro uso, considerando che cosa vada con questo e che cosa con quello, senza perdere tempo. L’opera fila ch’è una meraviglia. […]
Non resta che dirsi addio. Omero purtroppo qui taglia. Ci dice solo che Calipso gli dà vesti e viveri; e che gli soffia dietro un vento propizio. Nessun piagnisteo. Né un accenno ai sentimenti di lui. In fondo, un po’ di gratitudine, nonostante la noia e nonostante la nostalgia, avrà pur dovuto provarla… Rimedierà Virgilio con la sua Didone. Lì sì che scoppia il dramma, anzi, la tragedia. Ma Calipso è dea e non può certo abbandonarsi alla disperazione, né tanto meno togliersi la vita e, togliendosi la vita, maledire l’uomo che la sta abbandonando. Lei non si scompone proprio. Se all’inizio si risente per le antipatiche disposizioni di Zeus e, se si rifiuta di capire perché Ulisse voglia al suo fianco una donna mortale, condannata all’invecchiamento, in fretta si rassegna al pensiero che esiste una giustizia incontestabile.
Mi son sempre domandato che cosa debba essere di lei, una volta partito Ulisse. Aspetterà un altro naufrago da nascondere nel fondo della sua caverna e da amare ogni notte, che lui la desideri o no? Quanto è sola, Calipso?»
tratto da Il più bel romanzo del mondo. L’Odissea raccontata da Nicola Gardini, Garzanti editore




