Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia, Simone AllivaDott. Simone Alliva, Lei è autore del libro Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia edito da Fandango Libri: quanto è diffusa in Italia la violenza omotransfobica?
I dati che abbiamo a disposizione ci raccontano di un’Italia sommersa da Nord a Sud dall’odio omotransfobico. C’è una gerarchia della violenza. Ci sono reati e ci sono soprusi. Non si tratta soltanto di aggressioni fisiche verso le persone Lgbt, pur considerando confermato un trend in crescita negli ultimi anni. Ci sono anche persone respinte all’ingresso: dalle scuole, dalle case, dai locali pubblici, dalle attività professionali. Ci sono adolescenti costretti a cosiddette “terapie di conversione” dai genitori che considerano ancora oggi l’omosessualità come una malattia, invece come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità è “una variante naturale del comportamento umano”. Questi ragazzi vengono costretti a sessioni infernali di psicoterapie che causano soltanto danni psicologici, questi sì irreparabili. Ma la novità di questo tempo mi sembra l’attacco alla prossimità: cioè al confine tra la comunità lgbti e ciò che sta fuori. Abbiamo letto nella cronaca di strutture alberghiere che rifiutavano le persone lgbti, locali pubblici che sanzionava l’affettività tra persone dello stesso sesso, vicini di casa che mettevano in atto vere e proprie pratiche di rifiuto nei confronti delle persone lgbt. Sono fenomeni che ci sono sempre stati, tuttavia appare evidente come il discorso pubblico li abbia irrobustiti e resi più ricorrenti e più visibili.

Quali reazioni suscitano nell’opinione pubblica le notizie delle aggressioni a gay, lesbiche e trans?
Mi piacerebbe rispondere a questa domanda con un “dipende”: dal contesto, dal soggetto che viene colpito, dall’effetto mediatico che produce. Fortunatamente spesso si attiva un cordone di solidarietà verso l’aggredito che ha il coraggio di denunciare. Una solidarietà mediatica, sociale e istituzionale che riesce a indicare questi comportamenti e a giudicarli aberranti. Ma non sempre. C’è anche un mondo che non riesce o non vuole comprendere, che individua nella persona Lgbt visibile un’antagonista da cui disfarsi al più presto. È il nuovo “noi” che si impone. Un noi che probabilmente non include “loro”, le persone Lgbt. Un noi fatto di “famiglia tradizionale” minacciata da una presunta lobby. Spaventa l’affettività, spaventa l’identità che risulta ancora oggi così diversa da quella che conosciamo tutti. Tocca nel profondo il modo in cui questa società è costruita e regala la sensazione di qualcosa di intangibile che cambia. Il paese così viene attraversato da un conflitto, come racconto nel libro. Una guerra tra mondi quasi invisibile che spesso viene esasperata dai toni istituzionali.

Nel libro Lei evidenzia come i casi di aggressioni, minacce, bullismo siano diventati sempre più frequenti dopo le ultime elezioni politiche: cosa è accaduto nel nostro Paese dopo il 4 marzo 2018?
Semplicemente si è rovesciato il mondo. Si è attività la macchina indietro di un progresso che sembrava già acquisito. L’Italia è stata consegnata in mano a chi prometteva di abolire le unioni civili, a chi denunciava non soltanto il fantasma della teoria del gender nelle scuole ma anche la stregoneria. Ed è tornato così un sentire che pensavamo di aver superato grazie all’approvazione della legge Cirinnà. In Italia casi di omotransfobia registrati soltanto nel 2019 sono stati 212 aggressioni e due morti. In tutto il 2018 sono stati 211. Nel 2017 si contano 144 casi. Mentre nel 2016 la stima è di 109. E questa è solo la punta dell’iceberg che vediamo attraverso gli episodi di cronaca, molti non denunciano. Inoltre l’Osservatorio della polizia non raccoglie dati che non siano collegati a un reato specifico. E, non essendoci una legge, non può evidentemente neppure raccogliere i dati correlati. Dal 4 marzo siamo entrati dentro un’epoca che ha preso di mira persone lgbt, donne, migranti. In una parola “le minoranze”. Abbiamo ricostruito muri ideologici per alleviare le nostre paure e impedirci di guardare lontano. Dal punto di vista del linguaggio è stato come ereditare un mondo dai nipoti. Una cosa inconcepibile, contro le ragioni del tempo. Dal punto di vista pratico gli altri sono diventati, sartrianamente, l’inferno. Il “non noi” da combattere. Non è successo per caso, è una strategia politica ben precisa.Il cambio di governo ha migliorato la situazione. Dal 4 marzo è stato come se una parola d’ordine fosse stata trasmessa. Del resto abbiamo la campagna politica che ha preceduto quelle elezioni è stata la più violenta degli ultimi anni, come racconto. Quella in atto è una strategia intenzionale che vuole creare il nemico e distrarre. Un disegno portato avanti da gruppi neo-conservatori e politici spregiudicati. Del resto per odiare delle categorie di persone prima è necessario considerarle di un’altra specie. Perciò nel libro parlo di conflitto e tribalizzazione.

Quali sono le cause profonde della violenza omotransfobica nel nostro Paese?
Questa è una domanda da un milione di dollari. Quella che ha dato vita all’intera inchiesta. “Perché ci odiano?” è una domanda che mi hanno posto diversi protagonisti di queste storie. C’è qualcosa che esplode dentro, lo possiamo nominare ma non riusciamo a capirlo. Neanche chi aggredisce riesce a farlo. C’è un odio che nasce dalla non accettazione della diversità o di quello che percepiamo come negativo. Primo Levi lo racconta bene ne I “Sommersi e i Salvati”, lo fa con una frase in particolare: “Io i mostri veri non li ho conosciuti mai. Erano stati educati male”. Penso che questa sia l’origine di tutto, l’educazione e la cultura. Ma io non sono un sociologo, sono soltanto un giornalista, un artigiano del mestiere. Proprio per questo durante il mio viaggio ho deciso di parlarne con lo psicoanalista Vittorio Lingiardi e lo psicologo Guido Giovanardi, ne esce un’analisi profonda del tessuto sociale italiano che ci riguarda, nel senso più etimologico possibile: ci guarda e dice qualcosa di noi.

Quali conseguenze psicologiche produce nella vittima l’aggressione?
Come qualsiasi aggressione o violenza verbale c’è un corollario di effetti che accompagna chi la sopporta: depressione, ansia, sentimenti di colpa e disistima fino all’ideazione suicidaria. Durante l’adolescenza gli effetti sono particolarmente deleteri. Ho parlato con ragazzi che nei propri 16 anni avevano deciso di non uscire di casa, non aver più rapporti sociali con altre persone. Adolescenti che scelgono di annullare la propria identità perché percepita come disordinata, fuori posto. Dimentichiamo sempre che l’orizzonte di un’adolescente è breve. Non sa che, come dice il giornalista americano Dan Savage: “Le cose andranno meglio”. Molti studenti non si sentono a proprio agio nel dire ai loro insegnanti, ad esempio, del bullismo che attraversano perché temono che possa portare a più bullismo. Non lo raccontano ai loro genitori perché non vogliono ancora fare coming out, non sono ancora pronti. Immaginate il peso che ha questo su un’adolescente. I ragazzi Lgbt hanno quattro volte più possibilità di tentare il suicidio, quelli le cui famiglie sono ostili corrono un rischio otto volte maggiore. L’omofobia è poi assenza di attese nell’immaginario sociale e questo riguarda non soltanto i ragazzi ma anche persone adulte. Ognuno reagisce in maniera differente, ovviamente. Nel libro, ad esempio, ci sono le storie di due infermieri che vengono discriminati all’interno della stessa struttura ospedaliera. Uno dei due decide di togliersi la vita. La vita di una persona Lgbt è un continuo esercizio di resistenza. C’è chi resiste imparando a difendere se stesso, gli amici, gli amanti. E c’è chi si spezza.

Quali, tra le storie da Lei narrate, ritiene più rappresentative della condizione in cui vivono quotidianamente gay, lesbiche e trans nel nostro Paese?
Nelle storie fa nido il senso delle cose. Ed ogni singola storia è rappresentativa perché racconta un livello di omotransfobia italiana. Nella mia esperienza professionale ho imparato che in un’inchiesta giornalistica il senso di quello che stai raccontando te lo danno proprio le storie. E ho difficoltà a scegliere una che rappresenti tutta la condizione di omotransfobia che sommerge il Paese. Per scrivere questo libro ho utilizzato quello che Elias Canetti scrive a proposito della missione dello scrittore: la metamorfosi. Mi sono cambiato nelle persone di cui ho narrato. Sono storie di conflitto, dolore, morte e rinascita. La metamorfosi è stata fondamentale ed è un bene più forte della solidarietà. Solo se provo a sentire come te posso parlare con te. Tutte le vite che ho attraversato in questo viaggio mi hanno lasciato qualcosa dentro: dubbio, scoperta, dolore, forza. Eppure, se ci penso, c’è una che che rimane lì, sospesa. Mi torna spesso in mente. La storia di Ale, un ragazzo trans “ftm” cioè female to male. Si dice così quando si transita dal genere femminile al maschile. Ale è stato buttato fuori casa dopo aver compiuto 18 anni. Mi torna spesso in mente perché Ale ancora oggi non ha trovato una sistemazione. Non ha una prospettiva certa di futuro e la pandemia ha peggiorato il tutto, vale per lui come per moltissime persone Lgbt lasciate ai margini. Lotta e sopravvive con una forza titanica. Si parla di “difesa della famiglia naturale” molto spesso ultimamente. Mi chiedo chi ha pensato di difendere Ale dalla propria famiglia in questi mesi. Gettato come un oggetto rotto, dimenticato ai margini. Una famiglia che respinge non è inadeguata, è criminale. La storia di Ale racconta che c’è un odio che distrugge veramente il concetto di famiglia. Sta ingoiando il paese, finirà per divorarlo. La vita degli altri, delle persone lgbt vulnerabili è invisibile solo perché abbiamo deciso di non guardarla, non vogliamo.

Simone Alliva, giornalista professionista, vive a Roma dove scrive di cronaca politica e diritti civili. È autore per L’Espresso di diverse inchieste tra le quali Caccia all’Omo. Viaggio nel paese dell’omofobia. Collabora con L’Espresso ed Esquire Italia.

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