“C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano” di Pier Ferdinando Casini

C'era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano, Pier Ferdinando CasiniC’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano
di Pier Ferdinando Casini
Piemme

«Cos’è per me la politica? Sono in Parlamento da quarant’anni, eppure non è semplice spiegare il mio rapporto con la politica. La potrei definire una passione, un vero e proprio innamoramento che ha segnato tutti i momenti della mia vita. […] Faccio fatica a parlare della politica senza parlare della mia famiglia. Sono due aspetti che si intrecciano, che camminano insieme. Perché non solo sono convinto di avere ereditato questa passione da papà, ma perché la mia famiglia è sempre stata la mia ricchezza e la mia forza […].

La mia famiglia tutta: i genitori, i fratelli, la tribù di nipoti. Maria Teresa, Federico e Francesca sono i miei fratelli: così diversi da me, ma sempre così uniti in ogni momento; i miei primi sostenitori fin dai tempi in cui improvvisavo piccoli comizi sul tavolo della cucina obbligandoli ad ascoltarmi…

E soprattutto i miei figli, verso i quali, in particolare, ho un debito grande. Non sono riuscito a offrire loro ciò che io ho ricevuto in dono dai miei genitori.

Maria Carolina, Benedetta, Caterina e Francesco sono figli di genitori divorziati e questo, in tante circostanze, mi ha fatto sentire in colpa perché nessuna emancipazione e nessun nuovo modello sociale potrà mai compensare il valore di una famiglia vera. Una famiglia serena e unita che affronta insieme le difficoltà che si incontrano strada facendo.

È come uno Stato, una nazione, una comunità: con la consapevolezza che insieme è possibile superare le difficoltà e condividere le gioie delle mete raggiunte. […]

Se ripenso a quarant’anni fa, a quando mi avvicinavo curioso e ansioso all’impegno politico, ho la certezza di aver cercato sempre di costruire la mia storia politica proprio a partire da quel prezioso patrimonio di valori costruito ed ereditato in famiglia. Un patrimonio umano nutrito da una forte convinzione religiosa, che non è scaduta mai in forme di clericalismo bigotto. […]

Credere da cristiano, con tutte le nostre inadeguatezze personali, significa vivere dentro di sé una delle frasi più belle di sant’Ignazio di Loyola, guida del nostro andare: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio». […]

Una delle prime esperienze vissute da giovane studente liceale fu in Germania insieme all’inseparabile amico Lorenzo Cesa: eravamo due diciottenni all’inizio del nostro impegno politico. Era il 1973, avevamo partecipato ai corsi di formazione della Democrazia cristiana e fummo selezionati dalla Fondazione Adenauer della Cdu per andare a Berlino. […]

Nella mia gioventù – erano gli anni della teoria dei doppi estremismi, di destra e di sinistra – ricordo che mi sentivo convintamente antifascista e anticomunista sebbene la fascinazione di certe ideologie fosse una vera e propria sirena irresistibile per tanti coetanei.

La Dc appariva come il partito del potere, sordo alle esigenze di rinnovamento, incapace di uscire dalle stanze ovattate della nomenclatura. Ma nella mia realtà, Bologna, la nomenclatura vera era quella della sinistra, che controllava strettamente le Regioni rosse in un nodo inestricabile di connivenza tra potere politico, cooperative rosse e sindacati. Io vedevo quel potere lì e sentivo quanto fosse importante poter esprimere una testimonianza politica senza dover sacrificare mai il valore della libertà. […]

Quando una mattina mi presentai a scuola e venni respinto violentemente dai collettivi di sinistra che stavano organizzando un picchetto e un’occupazione scolastica al liceo Galvani, capii immediatamente che era necessario dare una sveglia ai moderati. La scuola, nella mia città e in Italia, non poteva rimanere teatro privilegiato dell’egemonia del Fronte della gioventù e dei collettivi di sinistra come se la maggioranza degli studenti dovesse essere solo spettatrice passiva. Non potevo accettare che fossero altri a decidere per me. La consideravo una sopraffazione inaccettabile.

Nacque un po’ tutto per caso, ma sono fermamente convinto che se non ci fosse stato quell’episodio, quell’occupazione violenta della mia scuola, avrei comunque avuto altre occasioni per buttare il cuore oltre l’ostacolo, per andare là dove volevo andare: nella politica, l’unica strada dove era possibile cambiare le cose. E c’erano cose da cambiare, a partire dal corpaccione della Balena bianca che rischiava di arenarsi. Quale modo diverso dal partecipare, dal compromettersi buttandoci anche noi nell’agone politico?

Non c’è, nel consorzio umano, una via diversa per cercare di cambiare le cose nella propria piccola realtà e nel proprio Paese. La politica può fare la differenza. Può orientare le scelte. Tutto è politica.»

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