C’era una volta il silenzio e altre favole per innamorati, Davide Boosta DileoDavide, torni in libreria con C’era una volta il silenzio, una raccolta di racconti brevi per innamorati legati da un filo rosso, l’amore: quanto è importante per te l’amore?
Quale preferisci come risposta, quella ovvia…? Beh, l’amore non dico che sia tutto, perché non è vero ma anche nell’assenza dell’amore c’è comunque tanto.
Il mestiere che faccio mi piace raccontarlo semplicemente come “menestrello 2.0”. Alla fine, il musicista, comunque l’artista in generale, dovrebbe essere sempre, almeno per definizione, una persona curiosa, con la sensibilità e spazio sufficiente per guardare quello che c’è intorno e poi raccontarlo a modo suo. E quindi sia l’amore, sia l’assenza dell’amore e tutto quello che gira intorno fa comunque parte di quel racconto che è il racconto della vita. Il mio mestiere è raccontare e quindi è, direi, fondamentale.

«L’amore è la strada da percorrere senza fermarsi, portandosi dietro quello che si è»: Boosta ha forse dato un nome alla sua strada?
È una strada, come tutte le vie, lunga e a tratti cambia, cambia nome, come quando le grandi arterie attraversano le città e diventano altro uscendo dalla città. Se una strada comincia in un punto e ti porta in un altro, è vero che fa tutto parte del viaggio ma è anche vero che è difficile.. molto fortunato e molto bello è che abbia sempre lo stesso nome. Però, sicuramente, a seconda del punto sulla cartina della tua vita, della mappa in cui ti trovi, probabilmente è molto più verosimile che abbia nomi diversi, ma questo non è né peggio né meglio. Alla fine credo che uno debba imparare ad accettare ed amare assolutamente quello che ha: io sono molto felice della vita che ho, che è una vita, per carità, anche un po’, come dicono gli inglesi, “a little bit messed up”.. c’è un po’ di confusione qua e là, però è assolutamente creativa e poi alla fine è energia, il fatto di avere, come tutti gli artisti, un pochino di confusione in testa e tante cose che girano porta energia perché comunque il cinetismo si trasforma in qualcosa da raccontare.

I racconti del libro offrono una dimensione intimista, quasi esistenzialista: il silenzio, la solitudine del re e la matita abbandonata, la strada dell’amore: C’era una volta il silenzio è il libro della maturità?
Spero di no, perché maturità potrebbe voler dire aver finito la strada di cui parlavamo prima, il percorso che devi fare. No, mi auguro che possa essere una tappa per arrivare verso la maturità. Io ho una visione che è assolutamente aulica dell’esistenza per cui mi piacerebbe, come dire, nascere, e questo posso garantirlo già per esperienza personale, assolutamente incapace di affrontare qualunque cosa, piano piano crescendo durante la vita arrivare al termine di questo giro di giostra avendo fatto quello che volevo fare e, mi auguro, essendo cresciuto, come uomo, come persona e, se posso farlo comunque aiutandomi con queste tappe di letteratura, di riflessione e di scrittura, io sono molto contento. Lo faccio con la musica, lo faccio con tutto ma mi auguro veramente di arrivare alla maturità nel momento in cui non avrò più niente da dire. Spero di avere ancora altro da dire quindi potrei non essere così maturo, cosa che mi mette di ottimo umore tra l’altro!

Quando e come nasce in te la vocazione alla scrittura?
È uno strumento e come tutti gli strumenti io sono abituato a suonarli e a utilizzarli. Non è detto che, siccome il nostro mestiere è – io ci credo tantissimo a quello che dico, per questo che lo ripeto tanto – quello di raccontare sempre quello che facciamo. Allora a quel punto, ci sono racconti che meritano di essere messi in canzone, in musica – che non è la stessa cosa della canzone – può essere un racconto. Sono strumenti che utilizziamo, è una tavolozza: a seconda di quello che hai davanti, che decidi di riprodurre, lo riproduci con gli strumenti che ti sembrano più adatti. Ho sempre amato tantissimo la scrittura; in realtà prima di amare la scrittura, fortunatamente ho imparato ad amare la lettura e – quello che mi rammarica moltissimo, pur avendo fatto il liceo classico e parte di Lettere Moderne – ho imparato ad amare la scrittura quando ho avuto il tempo per me, quindi all’inizio dell’epoca dei Subsonica, intorno ai vent’anni, facendo i primi tour, e ci sono cascato dentro, è diventata una dipendenza profonda. Io nella mia carriera di studente ricordo forse 4, 5 libri che ho veramente amato mentre dai vent’anni in poi non si conta più la cifra perché ho imparato ad amare tutto quello che i mondi della letteratura raccontano. Quello è l’unico, vero, grande rammarico.
Detto questo, la scrittura diventa un’esigenza quando magari non ti basta la canzone ma non perché non è sufficiente la canzone, perché probabilmente non è il colore adatto, non è la misura del diametro del pennino giusto.

«Alle parole serve una voce»: è la musica che dà voce alle tue parole?
È anche la musica, soprattutto la musica. La musica sostituisce anche le parole perché non sempre un sentimento, un’immagine, viene raccontata più chiaramente con le parole. A maggior ragione, se c’è qualcosa di più intimo e profondo, molte volte per definizione la musica aiuta. La parola aiuta la scrittura o comunque aiuta il concetto semantico. Penso ai sentimenti o alla sensazione di malinconia profonda: è difficile raccontarla o viverla, è molto più facile mettere una canzone e dire “io sto così”. Come la canzone, la musica in generale, diventa la colonna sonora necessaria ad amplificare o attutire tutti i tuoi sentimenti.
Stiamo parlando alla fine della stessa cosa, stiamo parlando semplicemente di persone che tirano fuori quello che hanno e che raccontano. Forse il discrimine vero è avere un minimo di senso di realtà sui propri talenti, che non vuol dire avere talenti con la T maiuscola, vuol dire semplicemente avere la capacità di fare delle cose che a te soddisfino per primo, quindi io non potrò mai dipingere nulla perché non so veramente disegnare e non è nelle mie corde, spero di saper un po’ scrivere, di saper un pochino fare musica.

«Le nostre valigie sono spesso colme del superfluo: il segreto è riempirle per metà.» Cosa contiene la tua valigia e cosa attende di contenere?
Contiene ancora troppe cose, vorrei toglierne tante perché comunque una valigia serve anche a dare valore sia ai sentimenti che alle cose pragmatiche, fisiche… è più facile, è un modo molto più semplice il nostro ma diventa anche più complicato perché superficiale. Come quando un bambino ha una scatola pienissima di giochi, è difficile che giochi solo con uno mentre se ne hai uno.. è come con la musica, avendo mille playlist fai fatica ad amare un disco.

Ognuno porta con sè una scatola di regali, sta a noi non voltarci dall’altra parte. Una lezione che pare quanto mai attuale in tempi di muri e respingimenti
Per definizione, il muro e comunque i recinti chiusi portano veramente null’altro che miserie e disgrazie. Questo l’ha insegnato la Storia: alzare muri non è servito a altro a dar la possibilità a qualcun altro di abbatterli. Il confine aperto, io penso per esempio all’Europa: adesso si parla tantissimo di identità, questa deriva populista terribile e anche molto gretta, per cui se ti chiudi in casa barricato stai al sicuro, ma non funziona così, mentre noi abbiamo la possibilità – per carità poi, l’Europa è un discorso molto complicato, e senza fare il discorso politico, è sicuramente concettualmente a metà come ideale, però è un ideale bellissimo. L’ideale che per esempio le mie figlie possano avere come patria nazione uno spazio che va quasi dall’Africa al Polo Nord. Io lo trovo di una meraviglia incredibile perché nella cultura, nell’arricchimento della cultura, l’Italia è essa stessa un esempio di cultura perché se i porti non avessero accettato, integrato nel tessuto, nel DNA, tutte le popolazioni, dai normanni agli arabi, a qualunque altro, non saremmo italiani. Tra l’altro, trovo veramente surreale che si parli di steccati e di recinti in questo periodo.

Nel libro l’immagine del futuro è contesa tra la banda dei sogni e quella delle idee: chi prevale nella tua?
È difficile perché in realtà servirebbero entrambe, servirebbe un comitato di unità nazionale tra la banda dei sogni e quella delle idee perché i sogni sono importanti e sono quelli che ti muovono, sono quelli che ci fanno alzare al mattino, allo stesso modo comunque ci va un po’ di concretezza nel realizzare quello che fai perché da un lato o dall’altro ti mancherà sempre qualcosa: da un lato ti mancherà l’entusiasmo per poter vivere la vita, perché sei semplicemente un esecutore, dall’altro lato, se hai veramente tanti sogni ma non hai la capacità di metterli in pratica, diventa ancora più frustrante.. probabilmente una sana via di mezzo, come insegnavano i nostri predecessori, varrebbe la pena di essere vissuta e calpestata.

Quanta parte di te c’è nei tuoi racconti?
C’è moltissimo, è inevitabile che lo sia. Ho sperato e ho pregato che non diventasse un flusso di coscienza perché effettivamente mi rompo un po’, se posso essere schietto. Però per forza, qualunque cosa vediamo, abbiamo il filtro della nostra identità. Non esistono scrittori spuri dalla realtà, è difficilissimo, è improbabile, probabilmente è geniale ma è abbastanza irrealistico. Qualunque cosa facciamo, siamo influenzati quindi dalle nostre esperienze, dal nostro vissuto, qualunque cosa, e chi dice che non è così… io ho raccontato solo quello che ho visto… è impossibile, sta dicendo cazzate!

Quando e dove scrivi di solito?
Dove non è importante, quando, quando c’è silenzio perché il silenzio è la stanza perfetta, una stanza virtuale che ti accompagna e che ti permette di ascoltare i tuoi pensieri. Questo è mondo rumoroso, molto veloce, in cui si fanno tante cose ma si parla con tante persone ma veniamo interrotti e il flusso dei pensieri è difficile da raccogliere. Quindi cerco… il posto può essere veramente ovunque, l’importante è che ci sia silenzio perché nel silenzio finalmente ascolti, nel silenzio ti puoi annoiare, nella noia i pensieri possono venire fuori, possono prendere forma, non serve neanche il silenzio per lavorare, serve proprio il silenzio per vivere.

Hai degli autori di riferimento e se sì quali sono?
No, di riferimento, no. Ho amato tantissimi scrittori, da Paul Auster a Christopher Moore, a Sandrone Dazieri, ai Wu Ming, a Bret Easton Ellis, sono veramente tantissimi, mi piace tanto leggere, mi piace veramente tanto.

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri e quelli dei Subsonica?
I Subsonica stanno ripartendo adesso a febbraio in Tour per un tour che andrà avanti per due anni perché a me piace molto stare in giro e penso che sia una delle parti migliori del fare il musicista, poter suonare in giro per l’Italia e non solo, visto che siamo reduci da un tour europeo. Poi, per il resto, mi sto occupando di godermi la musica: ho il privilegio di vivere con quello che mi piace tanto, ho sempre amato la musica e posso vivere facendo musica quindi la faccio in tutte le forme, nella forma del pop, nella forma di colonne sonore, nella forma di suono, qualunque cosa. Tutto ha un suono: se ci leghiamo alla scrittura, possiamo dire che tutto ha una didascalia.