“Buoni genitori. Come esperti e famiglie costruiscono la genitorialità” di Eugenia Mercuri

Prof.ssa Eugenia Mercuri, Lei è autrice del libro Buoni genitori. Come esperti e famiglie costruiscono la genitorialità, edito da Carocci: come si è sviluppato il frame della «nuova cultura della genitorialità»?
Buoni genitori. Come esperti e famiglie costruiscono la genitorialità, Eugenia MercuriLa storia dello sviluppo della “nuova cultura della genitorialità”, o parenting culture come viene chiamata nei paesi anglosassoni in cui si è affermata negli ultimi decenni, è molto lunga e affonda le sue radici nelle trasformazioni avvenute nel modo in cui si pensa all’infanzia. Nel medioevo, i bambini erano spesso considerati simili agli animali, incontrollabili e pericolosi, e le loro cure materiali erano spesso delegate ad altri, specialmente nelle classi più agiate. Tuttavia, tra il XVII e il XVIII secolo, questa percezione iniziò a cambiare con la scoperta dell’infanzia come un’età della vita a sé stante, con caratteristiche definite, come l’innocenza da preservare il più a lungo possibile.

Nel XIX secolo, il darwinismo sociale influenzò ulteriormente il pensiero sull’infanzia, avviando una visione dei bambini come mezzi per controllare l’evoluzione dell’umanità e conservare l’ordine sociale. Per questa ragione, questo periodo vide anche l’emergere della dominanza degli esperti nel fornire consigli per la cura e l’educazione dei bambini, sostituendo progressivamente il carattere “morale” dei processi di socializzazione con categorie scientifiche di sviluppo cognitivo, comportamentale ed emotivo.

Nel XX secolo, lo sviluppo della psicanalisi e della psicologia infantile consolidò ulteriormente l’importanza della scienza nella comprensione dell’infanzia e delle relazioni tra genitori e figli. La teoria dell’attaccamento di Bowlby, ad esempio, sottolineò la centralità del bambino, mentre il lavoro di Winnicott sulle “madri sufficientemente buone” enfatizzò le capacità innate delle madri di occuparsi dei loro figli – pur mettendo l’accento sull’importanza di una guida esperta per riscoprire tali capacità.

Alla fine del XX secolo, poi, l’attenzione si spostò sui genitori, con l’idea che il loro sviluppo cerebrale fosse cruciale per sostenere adeguatamente lo sviluppo dei figli. Tutte queste trasformazioni hanno portato a una visione dell’infanzia come un periodo sacro e vulnerabile, che richiede cure attente e scientificamente informate da parte dei genitori. Eccoci allora alla “nuova cultura della genitorialità”, emersa negli anni ’90 del secolo scorso: qui si mette, infatti, l’accento sulla responsabilizzazione individuale dei genitori riguardo agli esiti a lungo termine delle loro scelte e azioni per i figli, al punto da fondarsi su quello che è stato definito “determinismo genitoriale” – l’idea, cioè, che ciò che i genitori fanno per i figli, specialmente nei loro primi anni di vita, avrà un’influenza cruciale sul loro futuro sviluppo cognitivo, emotivo, psicologico, sociale. Il modello ideale, in questa prospettiva, è quello della “genitorialità intensiva”, secondo cui madri e padri devono investire quanto più tempo, denaro ed energie possibili nella crescita dei propri figli.

Quali sono le competenze e le capacità che vengono definite come centrali per mettere in pratica una buona genitorialità?
Dal punto di vista degli esperti, in generale, i buoni genitori hanno almeno tre caratteristiche: 1. Sanno mettere al centro i bisogni dei figli, sia materiali che emotivi, riconoscerli e soddisfarli; 2. Sanno offrire una struttura stabile e prevedibile nella vita quotidiana dei loro figli, creando un ambiente sicuro e rassicurante; 3. Sanno riconoscere eventuali problemi e interagire coi servizi: i buoni genitori devono essere aperti ad ammettere le loro mancanze e disposti a cercare e accettare l’aiuto di professionisti e servizi quando necessario.

Si tratta di una visione che però presenta alcune criticità, messe in evidenza da numerose ricerche sociologiche. Fra queste, vi è il fatto che i genitori vengono ridotti alle loro funzioni educative, e si guarda quindi al “parenting” come pratica nella relazione diadica fra madri (o padri) e figli/e, mettendo in secondo piano le condizioni di contesto e le caratteristiche peculiari di ciascun genitore e di ciascun bambino/a. A questo proposito, un altro aspetto problematico è il fatto che, nonostante l’enfasi sulla centralità dell’infanzia, l’agency dei bambini e delle bambine, ossia la loro capacità di agire nel e sul contesto in cui vivono, è limitata dalla visione che li proietta nel futuro – come persone “in potenza”, rischiando di perdere di vista le persone che sono già nel presente.

Inoltre, il modello a cui si fa riferimento nella parenting culture è fortemente orientato verso le possibilità tipiche delle classi medio-alte, in termini di capitale economico e culturale, e finisce così per penalizzare automaticamente chi non può adeguarvisi per mancanza di risorse.

Infine, sebbene apparentemente neutro secondo il genere (si parla, cioè, di genitori in generale), è un modello che contribuisce a naturalizzare la maternità, ossia ad attribuire all’esperienza e soprattutto al ruolo delle madri un’importanza maggiore in virtù degli aspetti più strettamente biologici che la caratterizzano (parto e allattamento in primis), e a giustificare così aspettative più alte – e anche maggiore controllo da parte degli esperti – nei confronti delle madri rispetto ai padri.

Tutte queste criticità mostrano come, in realtà, la parenting culture possa perpetuare le disuguaglianze sociali, influenzando le aspettative e le opportunità per i genitori e i loro figli.

Nonostante questo, con l’emergere della nuova cultura della genitorialità, il discorso sulla necessità di educare i genitori al loro ruolo si è integrato con il concetto di social investment, secondo il quale investire nell’infanzia, e specialmente nei primi tre anni di vita (i “primi mille giorni”), porterà benefici a lungo termine a livello di collettività, creando cittadini autonomi e capaci di affrontare il mercato del lavoro post-industriale.

È così che allora il supporto alla genitorialità, inteso come insieme di interventi volti a migliorare le competenze dei genitori e favorire uno sviluppo ottimale di bambini e bambine, ha iniziato a essere considerato un ambito di policy distinto dalle politiche familiari tradizionali (ossia trasferimenti economici ai nuclei familiari e misure di conciliazione lavoro-famiglia come congedi e servizi per l’infanzia). A questo proposito si è parlato di “parenting turn”.

Questi interventi realizzano, di fatto, l’obiettivo di coinvolgere gli esperti nell’educazione dei genitori al loro ruolo, pienamente entro la cornice della parenting culture.

In che modo il modello di buona genitorialità è costruito nel nostro paese?
Per rispondere a questa domanda, che è una delle domande che hanno orientato la scrittura del libro, è necessario ampliare lo sguardo. Innanzitutto, bisogna guardare a se e quanto anche in Italia il modello della parenting culture ha influenzato l’ambito delle politiche per le famiglie. Da questo punto di vista, il supporto alla genitorialità nel nostro paese è un ambito di policy poco sviluppato, e in generale caratterizzato da una forte frammentazione territoriale (basti pensare ai Centri famiglia, enti che offrono servizi di supporto alle famiglie e ai genitori, istituiti alla fine degli anni ’90 ma la cui attuazione è delegata alle singole Regioni, e che vedono una grande partecipazione degli enti di terzo settore nella progettazione e implementazione di interventi).

In secondo luogo, è utile guardare alle ricerche che altri studiosi e studiose hanno condotto sul tema nel nostro paese, in particolare su come alcune figure esperte rappresentano la “buona” genitorialità, per cogliere alcuni elementi importanti che emergono dall’osservazione del contesto italiano. Da questi studi emergono alcuni aspetti trasversali alle diverse professioni coinvolte: ad esempio, i professionisti sanitari (pediatri in primis) contribuiscono a delineare una genitorialità appropriata che si realizza nella capacità di prendersi la responsabilità della salute dei propri figli, rivolgendosi al medico solo quando è davvero necessario, ma in questo è necessaria la guida degli esperti, perché l’attenzione non sfoci in un controllo eccessivo degli stati di salute dei bambini. Chi lavora nei servizi sociali e in quelli educativi tende da un lato a adottare una lente che considera il modello “intensivo”, menzionato prima, come il riferimento della buona genitorialità; dall’altro, a esprimere poca fiducia verso le capacità educative dei genitori odierni. Chi, poi, si occupa di mettere in atto interventi dedicati a specifici target o incontra genitori per qualche ragione considerati “atipici” – ad esempio: genitori separati, in unione omogenitoriale, migranti, detenuti – rischiano di mettere in pratica pregiudizi basati su visioni stereotipiche.

In terzo luogo, nel libro si prova a rispondere a questa domanda analizzando interviste a referenti e operatori di servizi che a vario titolo si occupano di famiglie (assistenti sociali, educatori, insegnanti, pediatri, infermiere pediatriche). Dai loro racconti è possibile delineare un ritratto del “buon genitore” che presenta caratteristiche contraddittorie: dovrebbe essere innanzitutto un adulto risolto, con dei modelli di riferimento chiari e definiti, sicuro di sé nella relazione con i propri figli, ma allo stesso tempo capace di mettersi in discussione di fronte agli esperti. Dovrebbe, poi, avere un capitale culturale sufficiente a fornire adeguato sostegno allo sviluppo cognitivo dei propri figli, ma non eccessivo, pena il rischio che si sostituisca agli esperti, o non sappia affidarsi o interferisca col loro ruolo di guida. Infine, dovrebbe essere capace di delegare ai servizi per quanto loro compete nella crescita di bambini e bambine, ma senza sottrarsi al confronto. Oltre a ciò, questa rappresentazione fatica a tenere conto delle diverse condizioni socioeconomiche e dei vincoli che influenzano le pratiche genitoriali: se, infatti, i professionisti riconoscono le difficoltà dei genitori contemporanei, anche in termini delle risorse (in qualche caso limitate) di cui questi dispongono, tendono a adottare un atteggiamento giudicante e prescrittivo, alimentando la responsabilizzazione individuale dei genitori. In sintesi, a emergere più chiaramente è un discorso sulla “cattiva” genitorialità, che contribuisce a colpevolizzare i genitori e a lasciare in secondo piano le condizioni di contesto, su cui invece si potrebbe intervenire per sostenere la loro agency.

Nel volume si discutono dati empirici raccolti in tre distinte ricerche sociali qualitative: quali evidenze offrono riguardo alla transizione alla paternità, alle trasformazioni delle famiglie e l’emergere di nuove forme di fare famiglia e la ricostruzione e la percezione, da parte degli operatori di servizi che a vario titolo si occupano di famiglie, delle necessità delle famiglie con figli minori?
Le tre ricerche i cui dati sono analizzati nel volume hanno guardato a questioni differenti: la prima guarda alla transizione alla paternità, osservando la costruzione della genitorialità e in particolare le intersezioni fra la cura e la maschilità in un campione di 33 padri al primo figlio in età 0-3 anni, età che richiede un forte investimento nella cura materiale e una revisione (o consolidamento) dei modelli di genere all’interno della coppia. La seconda verte sulle trasformazioni delle famiglie e l’emergere di nuove forme di fare famiglia (in particolare famiglie omogenitoriali, separate e ricostituite, mi­granti o miste) e si focalizza sullo sguardo adottato da operatori e referenti di servizi sociali e educativi su tali trasformazioni. La terza, infine, ha coinvolto operatori di servizi che si occupano di famiglie e bambini (professionisti dell’area sanitaria, assistenti sociali, educatori, operatori di associazioni ed enti di terzo settore, inse­gnanti) con l’obiettivo di ricostruire il quadro dell’offerta dei servizi per famiglie con bambini sul territorio cittadino, indagare le percezioni intorno alle trasformazioni delle famiglie e ai bisogni di genitori e bambini anche in relazione alle loro possibili aree di vulnerabilità, e riconoscere le capacità e le eventuali criticità dei servizi nel rispondere a tali bisogni. Nel complesso, sono state analizzate 72 interviste e tre focus group.

Il libro propone una lettura complessiva di questo corpus di materiale empirico a partire dalla questione comune che lo attraversa, ossia le rappresentazioni della genitorialità, con l’obiettivo di riflettere sui punti di incontro ma anche sulle possibili contraddizioni tra le visioni e le esperienze dei genitori, da un lato, e di chi lavora nei servizi per le famiglie dall’altro. Dalle interviste emerge che i professionisti tendono a considerare i genitori fragili e inadeguati; i padri intervistati, da parte loro, sembrano resistere al modello intensivo, preferendo costruire la genitorialità attraverso l’esperienza diretta con i figli. I padri, pur mostrando di essere influenzati da alcuni aspetti tipici della parenting culture, come il determinismo genitoriale, riconoscono l’importanza della soggettività e dell’agency dei bambini e vedono la genitorialità come un percorso condiviso, in cui i figli hanno un ruolo attivo.

In conclusione, il volume sottolinea la necessità di riconoscere l’eterogeneità delle famiglie e di favorire condizioni di contesto che sostengano l’agency di genitori e figli, superando la visione deterministica e prescrittiva della parenting culture.

Eugenia Mercuri è ricercatrice in Sociologia generale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale. I suoi interessi di ricerca riguardano la famiglia, il genere e le relazioni intergenerazionali in prospettiva di corso di vita. Si è occupata e ha scritto di costruzioni e rappresentazioni della paternità e della maschilità, di trasformazioni delle famiglie e di pratiche genitoriali, di processi di invecchiamento in prospettiva di corso di vita, e di politiche e servizi per le famiglie in ottica di genere.