Bruxelles. Terra di frontiera tra mondo latino e tedesco, Beda RomanoBeda Romano, Lei è autore del libro Bruxelles. Terra di frontiera tra mondo latino e tedesco edito dal Mulino: cosa rende quella belga una capitale originale e insolita?
Bruxelles punches above its weight direbbero gli inglesi, pesa più della sua taglia. Abitata da poco più di un milione di abitanti, al centro di un piccolo paese incuneato tra il Mare del Nord, la Francia e la Germania, la città è oggi la capitale dell’Unione europea, nota in tutto il mondo. Ma anche in passato non è stata da meno: centro dell’art nouveau, sede di quattro esposizioni universali, capitale di un ricchissimo impero coloniale, culla di una gloriosa rivoluzione industriale. A fine Ottocento, Bruxelles era la capitale del secondo più ricco paese al mondo dopo la Gran Bretagna. Meno monumentale di Parigi, meno ricca di Londra, meno antica di Roma, la città è tuttavia un inaspettato tesoro architettonico, artistico e storico. Va visitata con la lente d’ingrandimento, piuttosto che con il grandangolo.

Bruxelles si situa esattamente alla frontiera tra mondo latino e mondo tedesco: quali compromessi e inaspettate convivenze genera la sua posizione?
È per molti versi l’aspetto più originale della città, ciò che la rende molto particolare, forse addirittura unica nel suo genere. A Bruxelles vivono o meglio convivono le due anime del continente: quella più rigida, intransigente, disinibita del Nord e quella più fantasiosa, anarchica, devota del Sud. Carlo il Temerario diceva che Bruxelles si trovava “tra l’ardente Francia e la grave Germania”. La città è la capitale di un paese diviso in due tra valloni a Sud e fiamminghi a Nord: due lingue, due culture, due storie. I compromessi e le scelte astruse sono molti, così come i guizi d’inventività. Per esempio, l’incredibile abdicazione temporanea di Re Baldovino nel 1990 perché non voleva controfirmare la legge che avrebbe depenalizzato l’aborto.

Come si esprime nella città l’acceso confronto tra fiamminghi e valloni?
Bruxelles è ufficialmente una città bilingue. I manifesti pubblicitari, le istruzioni per l’uso, gli annunci agli altoparlanti, i documenti amministrativi: tutto deve essere bilingue, in francese e in fiammingo, anche se la città è abitata da una netta maggioranza di francofoni. Non vi è una separazione tra quartieri, anche se i fiamminghi sono più presenti nel centro della città e nelle zone della capitale alla frontiera con le Fiandre. I 19 comuni di cui è composta la città devono garantire ai cittadini di poter parlare con la pubblica amministrazione nella loro lingua. I belgi bruxellesi non si sentono né valloni, né fiamminghi, ma appunto bruxellesi e tenderanno a guardare a distanza le due grandi comunità del paese così divise tra loro. Le situazioni astruse non mancano. Di recente, un operaio ha scoperto nei pilastri di un tun­nel della capitale i disegni originali dei tunnel cittadini. Poiché le gallerie furono costruite quando la regione di Bruxelles-Capitale non aveva ancora una propria sede istituzionale, si pensò bene di archiviare le carte in uno dei basamenti.

La capitale belga è attraversata anche dal contrasto tra laici e cattolici: quali segni ne sono evidenza?
Direi che il confronto emerge chiaramente soprattutto nel mondo scolastico e universitario, che storicamente è stato una delle questioni politiche e comunitarie più accese in Belgio, fonte di polemica politica ma anche di scontri in piazza. In città, come in tutto il Belgio, vi sono due tipi di scuole: l’athénée, istituzioni pubbliche e laiche, e i collèges che invece sono licei privati e cattolici. Anche a livello universitario, c’è una chiara separazione. L’Université libre de Bruxelles nasce nel 1834 per mano di un avvocato notoriamente massone, Théodore Verhaegen. Rivendica pubblicamente la sua natura laica e anticlericale. Sul fronte opposto, l’Università cattolica di Lovanio ha una evidente connotazione religiosa e difende i propri principi cattolici. La clientela di un avvocato che ha studiato all’ULB sarà tendenzialmente francofona e laica, se non addirittura massona. Quella di un avvocato che ha studiato a Lovanio sarà fiamminga e cattolica.

Il Belgio è stato definito “uno stato fallito”: quali simboli mantengono unito il paese?
Il paese è stato definito tale soprattutto dopo gli attentati terroristici del 2015 e del 2016. Addirittura il presidente americano Donald Trump l’ha definita un hellhole, che elegantemente la stampa francofona belga ha tradotto trou à rats. Molti osservatori hanno imputato i sanguinosi attacchi alla fragilità delle istituzioni dettata dalla natura federale, multilingue, e comunitaria del Belgio. Il paese è stato oggetto negli ultimi 40 anni di numerose riforme costituzionali, in tutto sei, che lo hanno trasformato da paese unitario a paese federale. Da sempre la sua stabilità è in dubbio: nel 2011 per formare un nuovo governo furono necessari 541 giorni di trattative tra le forze politiche. Eppure tra 10 anni il Belgio festeggerà i duecento anni di vita, nonostante i molti dubbi che nel 1830 espresse il principe de Talleyrand. Vallonia e Fiandre si guardano in cagnesco, si ignorano, e addirittura si sentono in concorrenza tra loro; ma curiosamente non sembrano essere capaci di vivere l’una senza l’altra. L’alternativa più ovvia sarebbe di ricongiungersi rispettivamente alla Francia e all’Olanda. Ma la prospettiva non piace né ai valloni né ai fiamminghi. Meglio rimanere insieme piuttosto che farsi dominare dal vicino.

Bruxelles è stata terra d’esilio di numerosi intellettuali e ha nutrito grandi artisti: quali tracce restano di questi suoi illustri abitanti?
Nel corso dell’Ottocento, la capitale del Belgio, paese tradizionalmente liberale rispetto ai suoi vicini, ha accolto profughi politici e rifugiati economici. Il visitatore troverà in giro per la città numerose targhe in memoria di molti celebri immigrati. I francesi Victor Hugo, Charles Baudelaire e Georges Boulanger; il tedesco Karl Marx; il russo Victor Serge sono solo alcuni di coloro che nel corso dell’Ottocento e del Novecento hanno messo radici in città, approfittando dello spirito tollerante e accogliente. Sul fronte artistico, Bruxelles raccoglie le costruzioni art nouveau di Victor Horta, i dipinti surrealisti di René Magritte, i quadri primitivi di Jan van Eyck, gli arazzi cinquecenteschi di Bernard Van Orley, i disegni futuristici di Folon e naturalmente gli straordinari fumetti di Hergé. La vena artistica del paese è innegabile.

Perché possiamo affermare che Bruxelles rappresenta una metafora dell’Europa contemporanea?
Per almeno tre motivi, direi: geografici, culturali e politici. Da un punto di vista geografico, la città è alla frontiera tra mondo latino e mondo germanico, tra Francia e Olanda. Riflette il confronto tra le due grandi anime del continente. In una ottica culturale, Bruxelles è un mosaico che ben rappresenta l’Europa di oggi, nella quale ormai milioni di cittadini europei in età di lavoro vivono in un altro paese dell’Unione. Il 30% degli abitanti ha un passaporto straniero e un altro 30% è di origini straniere. È facile per una città bilingue assorbire altre lingue, a iniziare dall’inglese, dal tedesco e anche dall’italiano. Infine, il confronto tra valloni e fiamminghi impone compromessi perenni, un po’ come avviene nelle istituzioni comunitarie che proprio a Bruxelles hanno sede. Un uomo politico belga, Herman De Croo, ha detto un giorno: “Della schizofrenia ci si libera in due modi: diventando pazzi o facendo compromessi”.