“Bruno Trentin. Il sindacato, la politica. Dai diari 1995-2006” a cura di Andrea Ranieri e Ilaria Romeo

Sen. Andrea Ranieri, Lei ha curato con Ilaria Romeo l’edizione del libro Bruno Trentin. Il sindacato, la politica. Dai diari 1995-2006, pubblicato da Castelvecchi: di quale attualità è il pensiero di Bruno Trentin?
Bruno Trentin. Il sindacato, la politica. Dai diari 1995-2006, Andrea Ranieri, Ilaria RomeoBruno Trentin si è confrontato con grande coraggio intellettuale con le profonde trasformazioni del mondo del lavoro e della produzione che richiedevano un cambiamento profondo dello stesso sindacato. Viene meno la centralità delle grandi organizzazioni produttive dentro cui era maturata la centralità della classe operaia. Sotto la spinta delle trasformazioni tecnologiche, della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione il lavoro si frammenta e si personalizza. Il ciclo produttivo si esternalizza e si disperde in mille rivoli, tenuti insieme dall’algoritmo che permette di tenere sotto controllo lavori che si svolgono a grande distanza, con modalità lavorative diverse. Il crescere della professionalità e del sapere nei centri della produzione si accompagna al crescere di forme di lavoro autonome, precarie, alcune al limite dello schiavismo. Il merito della riflessione e dell’agire del Trentin sindacalista è aver affrontato con lucida determinazione queste sfide, senza rinchiudersi nella nostalgia dei bei tempi andati, quando la classe operaia forniva un solido punto di riferimento per l’insieme del mondo del lavoro, né accodarsi agli apologeti della modernizzazione che vedevano nelle tecnologie, nel prevalere del mercato, nello sciogliersi di ogni vincolo statalista i segni di un futuro luminoso per il genere umano. Trentin proverà a leggere nel cambiamento le nuove povertà e le nuove opportunità.

Da segretario generale della CGIL lanciò la proposta del sindacato dei diritti, con l’obiettivo di riconoscere a tutti i lavoratori che prestavano ad altri la propria intelligenza e la propria fatica, qualunque fosse la forma contrattuale del loro rapporto di lavoro, gli stessi diritti. Alla maternità, alle ferie, alla certezza del contratto, alla malattia, a un equo salario e al giusto riposo. Assumendo come nuova centralità quella della persona che lavora, la sua dignità, la sua possibilità di realizzarsi nel lavoro. Un nuovo statuto dei lavoratori e un nuovo welfare universalistico dovevano essere i risultati di un nuovo impegno sindacale e politico. Ma il nuovo diritto, per Trentin il più importante, doveva essere il diritto alla formazione permanente per tutta la vita. In un mondo in cui il sapere incardinato nei processi di produzione di merci e servizi segnava e segnerà sempre più il successo o il fallimento delle imprese e dei territori, le disuguaglianze sul terreno del sapere avrebbero segnato la vita delle persone e delle comunità più delle stesse differenze di reddito. Per cui gli investimenti in scuola, Università, ricerca e formazione permanente dovevano essere il cardine di una nuova idea di Stato sociale, per impedire che migliaia di lavoratori, a tempo indeterminato, autonomi, precari e intermittenti con un basso livello di sapere mai aggiornato, restassero bloccati in lavori poveri e a professionalità bloccata. Già da segretario dei metalmeccanici Trentin era stato fra i protagonisti della conquista contrattuale più significativa in questa direzione, quella delle 150 ore di orario di lavoro da dedicare alla formazione, a partire proprio dai più deboli, i lavoratori che non avevano nemmeno concluso la scuola dell’obbligo. In maniera del tutto coerente, da segretario generale della CGIL, farà della formazione permanente il cuore del sindacato dei diritti. Per mettere tutti i lavoratori in grado di gestire, con l’aumento della propria preparazione culturale e professionale, e non di subire passivamente, i cambiamenti sempre più rapidi della produzione di merci e servizi.

Ma la formazione non è solo aggiornamento personale rispetto alle innovazioni produttive, è anche il modo per avere uno sguardo più ampio sul ciclo produttivo, per poter dire la propria sulle innovazioni, per non essere schiavi degli algoritmi che governano i processi. Per essere cioè parte attiva di un sindacato in grado di dire la propria sulle innovazioni di prodotto e di processo, perché esse non siano solo finalizzate al profitto, ma a rendere migliore la vita di chi lavora, abbiano come una propria ragion d’esser la salvaguardia della salute e dell’ambiente.

Per Trentin i diritti dei lavoratori dovevano intrecciarsi con la nuova stagione dei diritti portate avanti dai nuovi movimenti sociali. L’ambientalismo, il femminismo, i tanti comitati sorti per difendere la vivibilità delle città e per salvaguardare il nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Fino a pensare a veri e propri patti federativi con quei movimenti. Le Camere del lavoro avrebbero dovuto essere la sede, come erano in origine, in cui i lavoratori, tutti i lavoratori, si incontravano fra loro e con chi il lavoro non l’aveva, e si confrontavano con le ricchezze e le miserie dei propri territori. Gran parte di queste cose sono rimaste irrealizzate, ma mi ha fatto piacere sentire Maurizio Landini, il nuovo segretario generale della CGIL, metterle al centro dei suoi interventi a “Futura”, la tre giorni di novembre della CGIL, in cui si è discusso dei nuovi compiti del sindacato, nel presente e nel futuro. .

Così per la politica. Troverete nei diari la sua insofferenza per una sinistra che caduto il muro di Berlino declinava la libertà nei termini del liberismo vincente, si adeguava sulla scia di Clinton e di Blair ai diktat del pensiero unico neo liberista. E che perdeva progressivamente il rapporto con la sua base sociale di riferimento. Che si pensava sempre di più come un partito per il potere, che come capace di rappresentare e dar voce ai senza potere. Bruno Trentin, dopo essere uscito dalla CGIL, fece il parlamentare europeo, con competenza e convinzione. Consapevole di tutti i limiti dell’Europa che stava nascendo, più attenta alla moneta e all’inflazione, che al lavoro e a ai diritti dei più deboli, ma sempre convinto che nonostante questi limiti la dimensione europea era l’unica che poteva permettere ai lavoratori di far sentire la propria voce rispetto ai diktat della grande finanza globale, di preservare innovandolo quello Stato Sociale che era dell’Europa il portato distintivo, e che più di ogni altro la caratterizzava nel mondo. Da parlamentare europeo presiedette la Commissione Programma dei Democratici di Sinistra, con l’obiettivo di scrivere un programma capace di recuperare, sulla base di precise proposte di riforma, il deficit di rappresentanza della sinistra politica rispetto al mondo del lavoro. Rimase purtroppo quel programma sulla carta. Troppo impegnativo lo considerarono i leaders di allora, timorosi che la nettezza di quei contenuti potesse essere un intralcio alla politica politicante, che aveva fatto della governamentalità a prescindere la propria ragion d’essere. Trentin perse la sua battaglia. Ma la distanza fra i rappresentanti e i rappresentati, fra la sinistra politica e quella sociale, si allargò a dismisura. Credo che se qualcuno a sinistra è ancora interessato a colmarla possa trovare nelle pagine dei suoi diari tante idee e tante proposte utili allo scopo.

I diari di Trentin ne lasciano intravedere i dubbi, più che le certezze: qual è l’immagine del sindacalista che emerge dalle sue pagine private?
I diari ci rivelano un uomo tormentato e qualche volta depresso. Che si interrogava continuamente sul senso del proprio pensare ed agire. Che soffriva la vischiosità della burocrazia sindacale e politica a mettersi davvero in discussione. Che soffriva persino quando le sue proposte venivano accolte nelle sedi sindacali e politiche all’unanimità, perché anche quella era spesso adeguamento alla volontà del capo e del dirigente autorevole, ed il modo per non fare davvero i conti con i cambiamenti nel proprio agire che quelle proposte implicavano. Nella CGIL comunque soffriva di meno, perché il sindacato doveva misurarsi quotidianamente con le conseguenze delle proprie scelte sulla vita dei propri rappresentati. E proprio per questo più capace di autocritica. Memorabile per lui, e punto di riferimento costante in tutta la sua attività, quella di Di Vittorio negli anni ’50, quando la CGIL scopri di aver perso il radicamento in fabbrica di fronte ai mutamenti di quello che allora lui stesso e Vittorio Foa chiamarono neo capitalismo, in polemica con le definizioni allora dominanti- il dominus era Giorgio Amendola- del capitalismo italiano come capitalismo straccione, da far evolvere e non da contrastare nei luoghi di lavoro. La CGIL era allora convinta che la propria funzione fosse soprattutto nazionale. La disoccupazione, il divario fra il Nord e il Sud, la redistribuzione salariale. E perdeva di vista quello che concretamente succedeva nelle fabbriche, e la voglia dei lavoratori di dire la loro sulle trasformazioni produttive, sui ritmi del lavoro, sulla salute, sugli orari. Di Vittorio si fece allora contaminare dai dubbi di Trentin, di Vittorio Foa, della FIOM torinese, sulla parzialità di quella strategia, e sulla necessità di riportare e verificare nei luoghi di lavoro la stessa politica nazionale. Un esempio che lo segnò per tutta la vita. Un buon dirigente doveva essere capace di dubitare anche di se stesso. La certezza di sé esibita oggi come una corazza da molti dirigenti politici, è sintomo il più delle volte di superficialità e rivela la voglia di affermare se stessi più che le ragioni e gli interessi dei propri rappresentati.

Il libro contiene parti dei diari ancora inedite che si è deciso di rendere pubbliche: oltre che le riflessioni su Giuseppe Di Vittorio, trattano del concetto di sindacato come soggetto politico. Qual era la visione di Trentin?
Le ultime note dei diari di Bruno, quelle scritte prima della tragica caduta dalla bicicletta in Alto Adige, sono dedicate proprio a Di Vittorio e al progetto di un libro che voleva scrivere su di lui. Per superare lo stereotipo che ancora accompagna la sua figura. “Un grande tribuno, un generoso autodidatta”. Per Trentin Di Vittorio fu quello che esplicitò pienamente l’idea di autonomia del sindacato e la sua soggettività politica. Con una proposta di politica economica generale per il Paese come il Piano per il lavoro, accompagnato da lotte esemplari come l’occupazione delle terre incolte e gli scioperi alla rovescia, con cui i cafoni disoccupati del Sud si misero all’opera per costruire le opere di cui il Sud aveva bisogno. Era questa una rottura profonda della divisione dei compiti fra sindacato e partito, sia nella tradizione leninista che in quella socialdemocratica. Al sindacato spettava infatti solo la lotta redistributiva, per tutelare il più possibile i salari. La politica economica spettava al partito, e al partito spettava gestire e ricomporre le eventuali rotture che l’azione sindacale provocava nel tessuto economico e sociale del Paese. Ricostruire cioè ad un livello più avanzato o travolgere con l’azione rivoluzionaria le compatibilità economiche e sociali. Trentin lesse questa divisione dei compiti come quella fra il ragazzino che rompe i vetri e il vetraio che dietro l’angolo è pronto a ripararli o a sostituirli in una celebre gag del “Monello” di Charlie Chaplin. Di Vittorio è quello che con più decisione si stanca di fare il monello, e pensa ad un sindacato che proprio per difendere la sua autonomia e la sua unità costruisce una sua proposta di politica economica e sociale con cui confrontarsi con i governi e con i partiti. Per arricchire il dibattito politico con la sua capacità di tenere i piedi per terra, di dar voce e rappresentare gli sfruttati e i poveri della terra. E di dire la sua anche sui temi della libertà, prendendo le parti degli operai di Poznan e dell‘Ungheria in lotta. Nel libro è possibile leggere, nella bella introduzione storica di Ilaria Romeo che con me ha curato il volume, il resoconto della riunione fra la cellula del PCI della CGIL di cui Trentin era segretario e che aderì alla posizione di Di Vittorio di condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria, e il segretario del PCI Luigi Longo, e le reazioni rabbiose di Amendola e di Pajetta contro i deviazionisti, come Bruno stesso la raccontò a me e a Vittorio Foa in un incontro che doveva essere i primo capitolo di una sua biografia a tre voci, purtroppo interrotta dal suo tragico incidente. Quei dirigenti che si scagliarono allora contro Di Vittorio e la posizione della CGIL sui fatti di Ungheria furono poi gli stessi che criticarono con più forza negli anni 70 la proposta sindacale di superamento delle Commissioni Interne per dar vita ai Consigli di Fabbrica come strutture di base della Unità Sindacale che allora si pensava vicina. Gran parte del PCI riteneva le Commissioni Interne più permeabili alle direttive del partito, rispetto ai Consigli di fabbrica coi delegati eletti dai lavoratori su scheda bianca, e in rapporto diretto e continuativo con i lavoratori che li avevano eletti.

Ma c’era nell’opposizione ai Consigli una ragione ancora più di fondo. Sia la tradizione leninista che quella socialdemocratica consideravano il progresso tecnologico e la stessa conseguente organizzazione del lavoro come un dato oggettivo. Il taylorismo e la catena di montaggio erano il frutto del progresso tecnico e produttivo, e il sindacato doveva limitarsi alla redistribuzione dei profitti derivanti dall’aumento della produttività. Contrastare cioè l’eccesso di plusvalore, ma rassegnarsi all’alienazione del lavoro di fabbrica, I Consigli erano lo strumento con cui i lavoratori pretendevano di far valere il proprio stesso sapere espropriato dalle macchine come modo per riorganizzare la produzione, per preservare la propria autonomia e il proprio benessere psicofisico. Trentin riassumerà così questa questione. “Se il compito del sindacato è confinato ad un ruolo puramente redistributivo, bastano ed avanzano le Commissioni Interne. Ma se compito del sindacato è quello di contrattare ritmi e orari, di dire la propria su come il lavoro è organizzato e contrastare l’unilateralità del padronato nella gestione delle stesse innovazioni tecnologiche, i Consigli sono l’unico strumento possibile”.

In che modo i diari testimoniano le fasi sofferte della stesura de La città del lavoro?
Nei diari Trentin annota e commenta le proprie letture ed esplicita i riferimenti culturali che sono alla base della stesura del suo libro più ambizioso e compiuto: “La città del lavoro”. I libri di storia, i saggi, i rapporti e le testimonianze dal mondo del lavoro, e anche i romanzi. Della lettura non ha mai fatto a meno, in nessun momento della sua vita. E non passava giorno in cui non ci fosse anche la lettura di un buon romanzo. Del resto se al centro della sua proposta sindacale e politica c’è la persona, la sua dignità e la sua libertà, i romanzi- quelli di Paul Auster e di Philip Dick i più citati- potevano insegnare molte cose.

Il confronto serrato con la storia e i classici della tradizione marxista ha come riferimento fondamentale il rifiuto di ogni determinismo e dello storicismo che serve quasi sempre a legittimare il presente ed esaltare i “vincitori”. Per Bruno la storia è un campo aperto di possibilità. Solo così lo studio della storia apre nuove possibilità anche al presente. Non era inevitabile che il leninismo prevalesse sulle idee di Rosa Luxemburg, né che i tentativi teorici e pratici di tenere insieme uguaglianza e libertà, lotta di classe e autodeterminazione, fossero progressivamente messi in ombra e dimenticati dalla tradizione politica della sinistra ufficiale. Gli “eretici” Karl Korsch, Otto Bauer, Karl Polanyi parlano ancora al nostro presente. L’ortodossia dei “vincitori” sia nella seconda che nella terza Internazionale, il primato della conquista del potere statale a cui si poteva sacrificare ogni altra istanza, affidando ad un dopo imprecisato la liberazione del lavoro, è alla base del declino e dell’eclisse della sinistra.

Trentin ricerca nel pensiero del passato le tracce di quella che chiamerà “l’utopia del quotidiano”, lo sforzo incessante per conquistare nel presente tutti gli spazi possibile di autodeterminazione e di libertà. Per espugnare, come diceva Otto Bauer non una mitica Bastiglia, ma le mille bastiglie dove si esercita l’oppressione. L’autoritarismo nei luoghi di lavoro, il patriarcato nelle famiglie, l’ignoranza a cui milioni di uomini sono ancora oggi condannati. La lotta per il potere e per il governo ha senso solo se è accompagnata e preceduta da effettivi movimenti di liberazione nel lavoro e nella vita. Per questo è indispensabile un sindacato autonomo, inclusivo, radicato e unitario.

L’unità sindacale, il confronto con il sindacalismo cattolico, si nutre di un serrato confronto sulle idee e sui valori. Trentin è consapevole che non basta la tradizione e la storia della sua parte per progettare un sindacato che assuma la dignità della persona che lavora come valore fondamentale del sindacato. I suoi diari- e poi “La città del lavoro”, sono densi di riferimenti al personalismo cristiano di Mauritain e di Mounier, e soprattutto di un dialogo continuo con Simon Weill, che vedeva proprio nel fordismo e all’autoritarismo di fabbrica l’origine sia del fascismo che della involuzione autoritaria del socialismo “realizzato”. Prima di papa Francesco si confrontò coi “francescani” del suo tempo. Con la comunità di Sant’Egidio e col parroco di Santa Maria in Trastevere, Matteo Zuppi, elevato poi al soglio cardinalizio da papa Francesco. Con grande amicizia e grande ascolto reciproco. A due mesi dalla sua morte e dal suo funerale laico Zuppi promosse in Santa Maria una cerimonia funebre per lui non credente, celebrata dal Cardinale Silvestrini. E con dirigenti del sindacato cattolico dialogò con intelligenza e passione alla ricerca dei valori comuni da mettere alla base del sindacato unitario. Nei diari ci parla molto di Eraldo Crea, e nell’appendice documentaria c’è un saggio inedito su di lui. Un dirigente della CISL, “una coscienza inquieta e spigolosa” scriveva Trentin, sempre in bilico fra la fedeltà alla propria organizzazione e la ricerca di tutti gli elementi che permettessero di allargare il confronto, di superare i confini. Anche lui come Bruno un dirigente un po’ eretico. Ma forse oggi come ieri, per ricostruire un nuovo sindacato unitario e una nuova idea di rappresentanza sociale, di eretici c’è proprio bisogno.

Andrea Ranieri è stato a lungo un dirigente della CGIL, sia a livello territoriale in Liguria che a livello nazionale come segretario generale della Federazione Formazione e Ricerca. Dal 2001 è stato nella segreteria nazionale dei DS come responsabile di scuola, Università e ricerca. È stato Senatore della Repubblica dal 2006 al 2008. In seguito ha fatto l’Assessore alla Cultura nel Comune di Genova. Attualmente non ricopre alcun incarico politico. Dirige la rivista Luoghi Comuni edita da Castelvecchi. Ha pubblicato numerosi articoli nei quotidiani e sulle riviste specializzate sui temi della formazione permanente. Ha prefato e curato il libro edito da Franco Angeli nel 1999 Il sapere e il lavoro. Ha pubblicato Il tempo del sapere con Vittorio Foa (Einaudi, 2000); I luoghi del sapere (Donzelli, 2006); A petto che sorpresa ancor ci tenti (Socialmente edizioni, 2009). Nel 2020 ha pubblicato per Castelvecchi Mio babbo partigiano, e Il prezzo della Pandemia. Ha curato e introdotto con Ilario Romeo Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra, che contiene un’ampia scelta dei Diari di Trentin dal 1995 al 2006.

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