“Brill’s Companion to the Reception of Athenian Democracy. From the Late Middle Ages to the Contemporary Era” a cura di Dino Piovan e Giovanni Giorgini

Prof. Dino Piovan, Lei ha curato con Giovanni Giorgini l’edizione del libro Brill’s Companion to the Reception of Athenian Democracy. From the Late Middle Ages to the Contemporary Era pubblicato da Brill: come si è articolata la ricezione della democrazia ateniese nella cultura moderna?
Brill's Companion to the Reception of Athenian Democracy. From the Late Middle Ages to the Contemporary Era, Dino Piovan, Giovanni GiorginiLa ricezione della democrazia ateniese nella cultura modera è un vasto campo di ricerca che finora era stato affrontato solo parzialmente, con indagini rivolte soprattutto agli studi classici e storiografici ma senza indagare settori importanti come la filosofia e la scienza politica. Nel nostro Companion abbiamo cercato di presentare un panorama il più vasto possibile, anche se, certo, non illimitato. Un risultato importante che emerge dal volume è che la discussione sulla democrazia ateniese si intreccia con la storia del pensiero politico e della teoria politica in modo inestricabile, come dimostrano i casi di Machiavelli, Hobbes, Montesquieu, Constant e Marx, per citarne alcuni. Tornando alla sua domanda, si potrebbe dire che il pregiudizio negativo ereditato dalla tradizione romana, l’unica che continua ad essere letta per tutto il Medioevo, non viene scalzato dalla riscoperta dei testi greci nel corso dell’Umanesimo, sia per l’influenza dei critici antichi della democrazia, come Platone e il platonico Plutarco, sia per l’avversione all’idea stessa di “governo del popolo”; poi però, nel corso del tempo, si fanno strada nuove prospettive che rendono il quadro molto più articolato e sfumato, con riletture molto più positive.

Quale lettura diede della democrazia ateniese il Rinascimento italiano?
La ricezione della democrazia ateniese nel Rinascimento italiano è più sfaccettata di quanto si sia pensato in passato, come dimostra il saggio scritto per il Companion da Gabriele Pedullà. Per un verso le traduzioni dal greco antico di autori come Erodoto, Tucidide e Plutarco misero a disposizione dei lettori una quantità di informazioni nuove su Atene classica, mentre le fonti latine più lette nel Medioevo (come Valerio Massimo) offrivano tanti aneddoti sui leader politici come Temistocle, Pericle o Alcibiade, ma nessuna visione sistematica, né storica né istituzionale; per l’altro, tuttavia, continuò a rimanere prevalente fino agli inizi del Cinquecento la prospettiva morale-pedagogica di Francesco Petrarca, concentrata sui mores, i ‘costumi’, dei grandi uomini (come quelli citati) molto più che sulla loro azione politica; questa è la prospettiva di Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini e Leon Battista Alberti nella prima metà del Quattrocento e ancora di Giovanni Pontano nella seconda metà. Con Nicolò Machiavelli si affaccia una prospettiva diversa, più storico-politica, specialmente nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio. Machiavelli, influenzato anche da altri autori antichi (Polibio e Dionigi di Alicarnasso), ritiene che la migliore costituzione sia quella mista e non dà un giudizio positivo della democrazia ateniese, considerata un regime puro e citata perlopiù come un controesempio negativo della costituzione mista per eccellenza, cioè Roma. Dopo Machiavelli si fa strada anche un terzo approccio, quello antiquario di Carlo Sigonio, che offre la prima ricostruzione sistematica della costituzione ateniese; tra l’altro Sigonio illumina il sistema di checks and balances, ‘pesi e contrappesi’, che rendeva il regime politico ateniese molto lontano da un governo estremo, tanto da concludere la sua opera con un giudizio molto positivo.

Quale visione avevano del modello politico ateniese i Padri fondatori americani?
I Founding Fathers, i ‘padri fondatori’ come appunto vengono chiamati Jefferson, Hamilton, Madison e altri, avevano tutti alle spalle una solida educazione classica e leggevano i testi antichi con una prospettiva molto vicina a quella di Machiavelli. Cercavano di trarre delle lezioni valide anche per il loro mondo, come illustra nel volume Carl J. Richard. Così da Erodoto imparavano che un grande stato retto a monarchia (l’antica Persia) poteva essere sconfitto da delle piccole repubbliche (le poleis greche), una lezione che venne meditata nel periodo della rottura rivoluzionaria con l’Impero britannico; invece da Tucidide e Platone, critici antichi della democrazia, traevano la nozione dell’instabilità di quel tipo di governo e quindi argomenti a favore della costituzione mista, presa a modello mentre stendevano la costituzione americana.

Quali posizioni espresse in merito la scholarship tedesca tra Ottocento e Novecento?
Va ricordato anzitutto il ruolo centrale che la cultura tedesca ricopre nel rilanciare lo studio della Grecia antica, non solo l’arte e la letteratura ma anche la lingua, a partire dalla fine del Settecento; basti pensare al neoumanesimo di Winckelmann, dei fratelli Schlegel, di Wilhelm von Humboldt, e poco dopo alla fondazione della disciplina chiamata ‘scienza dell’antichità’, ossia al tentativo di dare connotati scientifici allo studio dell’antichità (non dimentichiamo che la parola stessa è un calco del tedesco Altertumswissenschaft). Ma l’ammirazione dei tedeschi per l’antica Grecia si accompagna ad una sfiducia, quando non vera e propria avversione, per la democrazia ateniese, inizialmente sull’onda della reazione alla rivoluzione francese con i suoi eccessi giacobini e poi dell’influenza di un pensatore liberale come Constant, ripreso anche da un grande storico, svizzero ma di lingua tedesca, come Jacob Burckhardt e da un intellettuale dai vasti interessi come Max Weber. Un’immagine più positiva si sviluppa in Germania soprattutto dopo la metà dell’Ottocento, con la diffusione della History of Greece di George Grote, lo storico inglese liberal-radicale amico di J.S. Mill, ma rimane un fenomeno limitato, come documenta il capitolo di Wilfried Nippel nel Companion.

Quali critiche sono state rivolte al modello ateniese da pensatori politici liberali come Benjamin Constant e Isaiah Berlin?
La critica più importante è quella di non conoscere la libertà individuale o, per usare una terminologia contemporanea, di conoscere solo la “libertà positiva” ma non quella “negativa”. È la tesi espressa da Benjamin Constant nella sua famosa conferenza del 1819: Della libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni. Secondo il pensatore francese, la libertà degli antichi aveva un carattere collettivo, consisteva esclusivamente nell’esercizio diretto della sovranità ma non comprendeva i diritti a tutela dell’individuo e della sua proprietà; Atene sarebbe solo parzialmente un’eccezione, con una libertà individuale più grande che altrove ma comunque limitata. Il nocciolo di questa tesi fu riproposto da Isaiah Berlin nell’epoca della Guerra fredda, e a mio parere è condizionato proprio da quel clima.

Queste critiche ebbero vasta risonanza, basti pensare che Constant fu ripreso qui in Italia da un filosofo molto influente come Benedetto Croce e in seguito anche da un politologo non meno influente come Giovanni Sartori. Queste critiche però peccano di poca prospettiva storica, perché il concetto di garanzia delle libertà individuali presuppone la nascita dello stato, che è un fenomeno moderno, non antico né medievale; la polis greca infatti non può essere definita come stato. Inoltre l’esigenza di limitare il potere ed evitare abusi e degenerazioni, che sta alla base di diritti individuali, era molto avvertita ad Atene, tanto che si può sostenere che la logica di quel sistema democratico fosse proprio nel controllo e nella distribuzione del potere e nella promozione della rotazione oltre che, come è noto, della partecipazione.

In che modo le riflessioni di Moses Finley ed Hannah Arendt hanno contribuito ad un ripensamento positivo della democrazia ateniese di epoca classica?
La democrazia degli antichi e dei moderni di Moses I. Finley (la cui prima edizione è del 1973) è un testo ancor oggi importante, e non solo per gli antichisti. Infatti Finley critica a fondo l’idea moderna di democrazia e in particolare la teoria dei cosiddetti ‘elitisti’ (da Mosca a Schumpeter), secondo cui la politica deve riguardare solo un’élite di professionisti e burocrati e la partecipazione popolare deve limitarsi al voto elettorale. Al contrario la politica ad Atene era «l’arte di conseguire decisioni mediante la discussione pubblica e poi di obbedire a quelle decisioni in quanto condizione necessaria di una convivenza civile» (cito dalla traduzione italiana). Giustamente Finley sottolinea come la democrazia antica era guidata da capi politici che non godevano di un potere decisionale paragonabile a quello dei politici contemporanei. Inoltre, grazie alla costante partecipazione agli organismi comunitari il popolo comune sviluppava un notevole senso di responsabilità civica, qualcosa di cui mai come oggi avvertiamo la stringente necessità.

A differenza di Finley, Hannah Arendt non è una specialista del mondo antico; come Finley, tuttavia, anche lei è fortemente critica verso la politica contemporanea mentre nella polis greca, e in Atene in particolare, ritrova il senso originario della parola politica, un modello di partecipazione popolare e di deliberazione politica da valorizzare. È una lettura che spesso viene accusata di essere utopistica o troppo idealizzata, ma come sottolinea Olivia Guaraldo, autrice del relativo saggio nel nostro Companion, è indubbia la sua originalità nel rovesciare una tradizione che vede la politica esclusivamente come lotta per il potere e nel proporre una visione di libertà ed eguaglianza che trova in Atene il suo modello.

Quale interpretazione offrono Marx e la storiografia marxista della democrazia antica?
L’interpretazione di Marx è stata profondamente rivista negli ultimi anni grazie agli studi di Carlo Marcaccini, autore di un altro saggio di questo volume, che ha valorizzato una fonte inedita fino a pochi anni fa: i Quaderni etnologici, scritti da Marx nei suoi ultimi anni. Qui Marx rifiuta la visione liberale offerta da Grote e accoglie suggestioni provenienti da etnografi come Maine e Morgan e anche dai populisti russi con cui è in stretto rapporto epistolare; l’esito è un’interpretazione di Atene come un modello di democrazia diretta e comunitaria.

Quanto alla storiografia marxista, al suo interno si possono individuare varie correnti. A lungo è stata influenzata dallo stalinismo che non era molto interessato all’antichità classica e riduceva la democrazia ateniese ad una finzione. Fuori da questa corrente si può citare la scuola francese di J.P. Vernant e P. Vidal-Naquet, che attingendo dall’antropologia e dalla sociologia si distacca nettamente dallo stalinismo e produce studi importanti; tra questi vanno inclusi, a mio parere, anche quelli di Nicole Loraux sull’invenzione di Atene, ossia sulla costruzione dell’immagine di Atene da parte degli oratori nei discorsi celebrativi, fondamentali nel forgiare il mito della città come “scuola dell’Ellade”. Da menzionare anche il contributo di alcuni studiosi inglesi come de Saint-Croix e Finley; non definirei però Finley un marxista: anche se la lettura di Marx ha un ruolo nella sua formazione, il Finley maturo è più vicino a Max Weber.

Quali posizioni esprime la scienza politica contemporanea sulla democrazia ateniese?
Dopo la fine della Guerra fredda, la scienza politica contemporanea è tornata a riflettere in modo originale sulla natura e il funzionamento della democrazia ateniese, con occhio rivolto al disagio crescente nei confronti di una democrazia rappresentativa sempre più chiaramente oligarchica. Nel Companion ospitiamo due saggi in merito. Il primo è di Josh Ober, uno studioso americano che ha prodotto studi fondamentali sulla democrazia antica; per Ober Atene va considerata una democrazia epistemica, capace di impiegare il sapere collettivo per sviluppare una buona politica; lui la propone come un modello per riformare le democrazie contemporanee. Il secondo è Yves Sintomer, che analizza la riscoperta del metodo del sorteggio dentro e fuori l’Europa nel tentativo di implementare una democrazia deliberativa, un metodo tuttavia non privo di aspetti problematici. In questo dibattito ci sono naturalmente anche altre voci rilevanti; basti citare Nadia Urbinati, che non solo nei suoi lavori di storia del pensiero politico (come quello su J.S. Mill) ma anche in quelli di teoria politica (come quello sul populismo) non manca mai di confrontarsi seriamente con la storia di Atene classica, tralasciando i luoghi comuni e offrendo analisi stimolanti.

Dino Piovan ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale come professore associato di Lingua e Letteratura greca nel 2013. Insegna latino e greco nei Licei classici e Laboratorio di greco antico all’Università di Verona. Ha pubblicato, tra l’altro: Lisia. Difesa dall’accusa di attentato alla democrazia (Antenore, Padova-Roma 2009); Memoria e oblio della guerra civile (ETS, Pisa 2011); Tucidide in Europa. Storici e storiografia greca nell’età dello storicismo (Mimesis, Milano 2018). È inoltre coautore di Con parole alate. Autori, testi e contesti della letteratura greca (Zanichelli, Bologna 2020), storia e antologia della letteratura greca in tre volumi.

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