Dott.ssa Laura De Luca, Lei è autrice del libro Breve storia filosofica della voce edito da Graphe.it: quale importanza ha la voce nella nostra vita?
Breve storia filosofica della voce, Laura De LucaNon ricordiamo direttamente le feste che ci fecero in famiglia quando cominciammo a parlare, o meglio a emettere suoni indistinti cui subito gli adulti attribuirono significati: ma-mma, pa-pà, pa-ppa… Ma possiamo rivivere questa esperienza se siamo genitori. La voce del lattante incomincia a svelare la sua personalità, a mostrarci in prospettiva la persona che potrà diventare, il segreto della sua interiorità.

Ancora meno ricordiamo quando, prima di nascere, ci giungevano le voci dall’esterno. Il nostro mondo è una sfera sonora nel quale siamo immersi prima ancora di aprire gli occhi e la cui impronta sonora ci forma prima ancora della comparsa della coscienza. Prima di vedere, udiamo. Prima di pensare, parliamo. Addirittura appena nati, urliamo, emettiamo un suono. Nell’infanzia dell’umanità è la parola parlata che dà inizio alla civiltà: i primi poemi erano detti, cantati, affidati solamente alle voci. Ce n’è abbastanza per confermarci l’importanza “sacra” della voce, dell’oralità. Per fermarci all’ambito umano. Ma in moltissimi miti e religioni, il mondo ha inizio con un suono divino, con la parola di Dio. Per i cristiani, in principio era il Logos, che è voce-pensiero.

In che modo la voce diviene potere?
La voce è di per sé potere. Potere di trasformazione del mondo, incidenza sulle relazioni umane, se-duzione. Si parla per modificare uno status, chiedere qualcosa, esprimere un giudizio, condividere un’emozione, incantare o opprimere, consolare o umiliare. Dopo aver detto, dopo aver udito, si rischia di non essere più gli stessi. È la qualità della nostra esistenza che viene modificata da ciò che diciamo o da ciò che ci viene detto. Tutti i regimi totalitari lo sapevano molto bene. È impressionante ascoltare le voci dei grandi leader del XX secolo, che fortunatamente la tecnologia ci ha restituito intatti e che conserva grazie alle tecnologie del suono. Per inciso: a Roma esiste una preziosa banca dati in tal senso: l’ex Discoteca di Stato, oggi Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, che non a caso fu fondata negli anni venti da Benito Mussolini, un “artista” della voce, come provano i suoi discorsi enfatici e celebrativi con cui accendeva l’entusiasmo delle folle pur dovendo dare notizie terribili quale l’entrata in guerra dell’Italia: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate! L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria…” Lo applaudivano e lo acclamavano a ogni frase. Con quel tono, con quel timbro, con quel ritmo, avrebbe potuto dire qualsiasi atrocità, lo avrebbero osannato comunque. A volte il come prevale sul cosa.

Nel libro un intero capitolo è dedicato al suggestivo racconto della fisiologia della voce: come nasce la voce?
Mi piace riassumere così: nasce da una singolare alleanza fra materia e spirito, fra concreto e astratto, tra materiale e immateriale. Il medium è l’aria, che è già un indizio importante del nostro destino “angelico”, celeste. La voce nasce come nasce la musica da una chitarra o da un sassofono. Tutto dipende dal passaggio dell’aria e dalle vibrazioni che l’aria produce sulle nostre due piccole corde vocali. Ma è anche molto altro: è mille altri passaggi interni, con il coinvolgimento di tanti altri organi, dai polmoni su su fino alle labbra e ai denti. Per non parlare delle sinapsi cerebrali. Non è solo vibrazione fisica, è il mistero del pensiero. Insomma noi umani siamo nello stesso tempo lo strumento musicale, l’esecutore e il compositore fusi insieme: un singolare, miracoloso organismo mutante, spesso inconsapevole del proprio “potere”.

I diseredati, come i muti, condividono la condizione di senza-voce: quale importanza ha l’ascolto?
Quando davo lezioni sul campo agli stagisti che lavoravano con me in Radio Vaticana, mi trovavo a riassumere sinteticamente i quattro fondamentali elementi di una buona dizione: pronuncia, articolazione, respirazione e espressività. Ognuno di questi elementi ha evidentemente le sue regole, i suoi esercizi preparatori, addirittura la sua ginnastica. Quasi tutti questi ambiti possono essere insegnati per far raggiungere un buon livello tecnico e migliorare la resa vocale. Negli anni però, mi sono accorta che ai quattro elementi è necessario aggiungerne un quinto, il più importante di tutti: l’ascolto. Che non si insegna, è un dono, è il culmine di un percorso esistenziale e soprattutto umano. Chi non ascolta gli altri, non parla davvero, non emette veramente una voce, ma un suono più o meno gradevole che rimane fine a se stesso, che rischia di aumentare solo il rumore di sottofondo. L’ascolto invece comporta la messa in sintonia, il rispetto delle pause, il senso dell’armonia, l’attenzione agli altri. La voce come la intendo io è sempre a servizio del dialogo. Ma la sua massima resa è, a mio parere, proprio nel servizio a chi non parla: diseredati, dimenticati, vittime di violenze di ogni tipo, compresa la natura, la muta per eccellenza, però eloquentissima nelle sue ferite… Anche senza parole, dobbiamo ricordarci che una bella voce è tale solo perché ne include molte altre, perché include i silenzi.

Con la voce Dio si manifesta: nella creazione ma anche nella parola detta. In che senso ogni parola è “di Dio”?
Come dicevo prima: parlare vuol dire entrare in sintonia, accordarsi con qualcosa o con qualcuno. Chi crede, si accorda con quel Logos del principio. Lo scienziato sedicente ateo si accorderà con il residuo della vibrazione dell’iniziale Big Bang, o con la danza delle particelle sub-atomiche. Tutti noi potremmo re-imparare ad accordarci a vicenda, esattamente come gli strumenti dell’orchestra si accordano in quell’apparente disordine sonoro che precede l’inizio del concerto, recuperando appunto le occasioni di dialogo e confronto, attraverso l’ascolto reciproco, premessa di ogni comunicazione.

Ogni parola è “di Dio” nel senso che ogni parola appartiene a un’armonia da recuperare, da ricostruire. Ogni parola pronunciata da una voce è il frammento di un’unità perduta da ricomporre.

La voce porta la parola ma essa è solo in quanto parola?
Ah no. Ci sono tracce, residui vocali. Sussurri, colpetti di tosse allusivi, mugolii eloquenti, non-parole che arrivano al cuore più di articolati discorsi. E poi, fondamentali, le pause. La voce si poggia naturalmente sulle pause, che diventano naturalmente espressive, ma sono anche funzionali alla respirazione, o moriremmo soffocati per un discorsetto di un paio di minuti. La voce è anche la voce teorica dello scrittore che trascrive quanto ascolta dentro di sé, dalla propria stessa voce. La voce è anche la voce muta della coscienza…

C’è chi della propria voce ha fatto una professione: nel libro Lei ha parole per ognuna di queste categorie…
E ognuna ha un rischio, un potenziale difetto “vocale”: il dj che fa della velocità il proprio massimo merito, parla per superare se stesso, per sentirsi dire bravo. L’avvocato che infarcisce il suo discorso di pompose citazioni latine vuole gettare fumo negli occhi del giudice e della giuria. L’accademico che borbotta a voce bassa fidandosi solo delle autorevoli e dotte fonti citate non ha veramente a cuore la trasmissione del proprio sapere. Il sacerdote che legge il Vangelo col tono lagnoso dell’orante si rifa a insopportabili cliché da sacrestia… Tutti possiamo diventare maggiormente consapevoli della nostra voce. Per questo sto facendo partire un corso di oratoria o training vocale, a Roma, presso la Galleria Plus Arte Puls, destinato a tutti i professionisti della voce, ma anche a chiunque. (http://www.lauradeluca.net/la-voce-siamo-noi-corso-di-oratoria-training-vocale/) Conoscere la nostra voce può migliorare le nostre relazioni umane. Posso approfittare e invitare gli interessati a scrivermi?

E poi c’è la voce che non suona: la voce di dentro.
È quella che orienta tutte le altre, che fa suonare tutte le altre. La voce della coscienza, forse. Freud direbbe: il super-io, quel grillo parlante interno sempre esposto al rischio di essere preso a martellate a causa della sua pedanteria. A me personalmente parla col timbro di mia madre, che non c’è più, che certo sapeva essere pedante (come tutte le madri!) ma che riusciva anche a … parlare senza voce. Ecco perché penso che usare bene la nostra voce significhi prima di tutto ascoltare. Nonostante siano oggi molto diffusi i casi di logorrea narcisistica (gente che parla letteralmente da sola) è importante ricordare che la voce è un dono che possiamo fare a chi ci sta accanto e intorno. Per far scattare un incontro decisivo, riconoscere quando nella voce di chi ci parla è nascosta una preoccupazione o si mimetizza un dolore e saper dire la parola giusta al momento giusto.

Laura De Luca, studi di filosofia e scienze della comunicazione. Radiogiornalista, conduttrice e autrice radiofonica, dal 1982 alla Radio Vaticana. Ha studiato a lungo il fenomeno “radio” in seminari e convegni. Sul fronte produttivo si è dedicata in particolare al recupero dello storico format delle interviste impossibili. Tra le ultime pubblicazioni: Cara Radio – Cartoline dal mondo della radio nell’epoca del web (Armando 2019), Manifesto per la liberazione dell’uomo (scritto da una donna) (Fuori dal coro – Il Giornale, 2019), Nati per la radio (Solfanelli, 2020), A Lei – Un faccia a faccia inevitabile (La Vela, 2020). Ha siglato anche testi di narrativa, poesia, e opere da lei illustrate. – www.lauradeluca.net

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