Professor Marazzini, Lei è autore del libro Breve storia della questione della lingua pubblicato da Carocci: cosa si intende per “questione della lingua”?
Breve storia della questione della lingua, Claudio MarazziniQuello che ho raccontato nel libro: una lunga storia di dibattiti sulla natura, l’origine, la forma della lingua italiana. Sono dibattiti appassionanti, per chi li sappia leggere, perché attraverso quelle discussioni si segue tutto lo sviluppo della letteratura e della cultura.
Poi, dal 1861, dall’Unità politica, quei dibattiti si sono trasformati, perché hanno assunto una funzione sociale che prima non avevano. Prima si trattava di un dibattito di ordine squisitamente culturale, tra letterati, non di rado di livello altissimo.

Come e quando nasce il dibattito intorno alla lingua?
Nasce con un meraviglioso libretto di Dante, scritto in latino, il De vulgari eloquentia, un testo formidabile, appassionante, soprattutto nella prima parte, dove descrive la nascita del linguaggio per dono divino, nel Paradiso terrestre, e poi la divisione delle lingue avvenuta per colpa della Torre di Babele, e di lì il popolamento del mondo, con nazioni che parlano lingue diverse, ormai destinate a mutare continuamente nel divenire storico. Dante era davvero un genio! Fra l’altro, discute del linguaggio degli animali. Ritiene che non abbiano linguaggio, perché il linguaggio è caratteristico solo degli uomini: animali e angeli non lo possiedono. La grande stagione della “questione della lingua”, però, è il Cinquecento, il nostro grande Rinascimento, la stagione della nascita della grammatica e dell’editoria più bella d’Europa.

In che modo si impone la lingua fiorentina?
Si impose in forma pacifica, a differenza di quanto è accaduto nel caso del castigliano e del francese, o del latino al tempo di Roma antica. Non furono i militari a portare il toscano nella Pianura Padana o in Sicilia. L’italiano si è diffuso con la cultura, in maniera pacifica, per i meriti dei suoi eccezionali scrittori trecenteschi. Un vero miracolo, anche questo. Non c’è niente di più sbagliato dell’interpretazione che attribuisce all’italiano un’invasione autoritaria e aggressiva della Penisola.

Come si articola la questione nel corso del settecento?
Il secolo XVIII è caratterizzato dall’Illuminismo, una stagione in cui fu affrontato in modo nuovo il tema dell’autorità: anche nella lingua, non si accettò più che le regole fossero calate dall’alto. La posizione più vivace è quella degli illuministi lombardi del Caffè. Ma è anche il secolo in cui si avviano studi profondi sull’origine dell’italiano: basti pensare al Muratori, che si occupò di etimologie e di voci germaniche. E poi, nel 1785, uscì il bel libro di Cesarotti, che è un po’ la summa delle idee linguistiche dell’Illuminismo moderato italiano. Putroppo la fine del secolo è caratterizzata da un’ivasione linguistica paragonabile a quella dell’inglese di oggi. Allora l’invasore era del francese. L’invasione non arrivava solo attraverso la cultura e la tecnica, però: anche attraverso le armi. Fu la Campagna d’Italia, poi l’Impero napoleonico. Tuttavia Napoleone, ad un certo punto, cercò di mostrarsi amico dell’italiano, guardando soprattutto a Firenze.

Quali ripercussioni ebbe l’Unità d’Italia sulla questione della lingua?
Enormi: la questione, che per secoli era stata retorica e letteraria, divenne improvvisamente sociale. Per al prima volta il popolo entrò direttamente nelle discussioni dei letterati. Tutti i maggiori intellettuali dell’Ottocento si posero il problema della lingua, soprattutto vivo negli anni tra lo spostamento della capitale da Torino a Firenze, e la presa di Roma. La questione della lingua entrò nella scuola.

Nel Suo libro Lei dedica un interessante capitolo allo stato della questione in Svizzera, di fatto l’unica isola d’internazionalità dell’italiano: come si è evoluto in terra elvetica il dibattito?
Prima di tutto possiamo registrare un paradosso: in Svizzera, l’italiano è lingua “nazionale” e lingua “ufficiale”. In Italia è solo lingua “ufficiale”. Dunque in Svizzera l’italiano ha uno status più elevato che da noi. Questo, almeno sulla carta, in linea di principio. Poi si tratta di vedere in che modo i diritti riconosciuti sulla carta resistano alla prova pratica. Sta di fatto, però, che oggi a Milano il Politecnico vuole imporre l’inglese nelle lezioni avanzate di architettura, mentre a Mendrisio, nella celebre Accademia svizzera di architettura, si fa lezione in italiano. Mi pare una cosa molto notevole.

È ancora viva la questione oggi?
La conclusione della mia risposta precedente dimostra che lo è eccome. Purtroppo però, le discussioni, che ci sono, non segnano una fase espansiva dell’italiano, come in passato, ma si caratterizzano come operazioni di difesa, mentre si è sotto attacco. Il caso del Politecnico è significativo. Nel Settecento, la questione della lingua celebra Galiani, che inaugurò le lezioni di economia politica in italiano, nell’università di Napoli, con grande stupore dei colleghi. Sappiamo che Alfieri si addormentava durante le noiose lezioni in latino, che non stava nemmeno a sentirle, tanto erano inutili. Oggi, per contro, un bel po’ di intellettuali celebrano la meravigliosa stagione del latino, quando tutte le università parlavano la stessa lingua. Costoro sperano che si torni a una situazione del genere, ma con l’inglese. Come vede, anche l’interpretazione del passato è soggetta ai gusti del presente. La questione della lingua c’è eccome, anche oggi: oltre all’invadenza dell’inglese e al radicalismo di alcuni nemici dell’italiano, possiamo citare le innovazioni del linguaggio di genere, del politicamente corretto, la questione della lingua della Rete, il regresso dei giovani nel possesso di frasi e parole colte (un regresso negato da alcuni, ammesso da altri), le rivendicazioni delle parlate locali. Insomma, la questione della lingua è ben viva, anche se assume le forme nuove del nostro tempo.