Breve grammatica storica dell'italiano, Paolo D'AchilleProf. Paolo D’Achille, Lei è autore del libro Breve grammatica storica dell’italiano edito da Carocci: come si è formato e come si è sviluppato l’italiano?
L’italiano, come tutte le lingue romanze, si è formato dal latino volgare, cioè da quella varietà di latino parlata nella tarda età imperiale, notevolmente distante dal latino delle scritture del periodo classico, insomma, dal latino che si studia a scuola. Con il crollo dell’impero romano, anche nella nostra penisola riemersero le forti distinzioni etniche e linguistiche che vi erano presenti prima dell’espansione romana (e che furono intensificare dalle vicende politiche delle singole aree, assai differenziate) e così si formarono varietà parlate tra loro anche notevolmente diverse, che sono alla base dei moderni dialetti. La lingua che ormai da secoli chiamiamo italiano ha avuto come fondamento una di queste varietà, il fiorentino trecentesco, nella veste letteraria che ebbe con Dante (giustamente considerato il padre della lingua italiana), Petrarca e Boccaccio. Questo modello, dopo la crisi del Quattrocento, si impose nelle scritture a partire dal Cinquecento grazie al successo della teoria classicista di Pietro Bembo, che propose una sorta di “ritorno al Trecento” e anche alla diffusione della stampa, che facilità il processo di standardizzazione. Naturalmente nei secoli successivi ci furono cambiamenti, in particolare dopo l’Unità d’Italia (e l’obbligo scolastico), ma la base fiorentina dell’italiano è tuttora percepibile.

In che modo si è imposto il fiorentino trecentesco? E a discapito di quali altri varianti dialettali, ugualmente diffuse?
Il fiorentino trecentesco, come ho appena detto, si impose anzitutto grazie alla forza della letteratura: la riconosciuta grandezza della Commedia dantesca, del Canzoniere petrarchesco e del Decameron boccacciano coinvolse anche la lingua di questi capolavori, che costituì il modello per la tradizione letteraria successiva (e, per questo tramite, un po’ per tutte le altre forme di scrittura). Inoltre Firenze ebbe, dal tardo Medioevo fino alla fine del Rinascimento, un primato anche sul piano economico (i banchieri e i mercanti fiorentini, che avevano filiali in tutta Europa), artistico (da Cimabue e Giotto, che ebbe seguaci in tutta Italia, fino alla grande stagione aperta da Brunelleschi, Alberti, Donatello e Masaccio e proseguita con Michelangelo e ancora con i manieristi), culturale (a Firenze, alla fine del Cinquecento, nacque il melodramma e fu fondata l’Accademia della Crusca). Ma il successo del fiorentino è dovuto anche al fatto che le parlate della Toscana erano, tra tutti i volgari italiani, quelle rimaste più vicine al latino (la cui importanza nella storia dell’italiano non va assolutamente trascurata) e si trovava in una posizione intermedia tra i dialetti centromeridionali (nei quali fondamentalmente rientrava) e quelli settentrionali (con cui condivideva certi tratti e dai quali aveva anche accolto qualcosa, in epoca altomedievale). Dunque solo il fiorentino-toscano poteva costituire il cardine della “lingua del sì”. Difficilmente un dialetto settentrionale poteva avere la stessa capacità di espansione a sud o uno meridionale a nord e avrebbe quindi potuto porsi come fondamento di una unità linguistica a cui probabilmente non si sarebbe arrivati. Naturalmente, sul piano del parlato tutte le altre varietà dell’italo-romanzo (che oggi chiamiamo dialetti) continuarono ad essere usate (e le sono ancora), ma l’unica possibile alternativa al fiorentino fu la cosiddetta lingua cortigiana, parlata nelle corti rinascimentali, che conteneva un po’ della lingua letteraria di base fiorentina, molti elementi latineggianti e vari tratti locali (alcuni dei quali, tra l’altro, comuni ad aree diverse, Toscana esclusa). Ma questa lingua, troppo composita e priva di modelli letterari scritti di rilievo, non riuscì a imporsi, anche perché il principale centro in cui si usava e da cui si irradiava, rappresentato da Roma con la sua corte papale, subì il famoso sacco del 1527, che per vari decenni la mise fuori gioco.

Attraverso quali stadi è avvenuto il mutamento linguistico in seguito al quale il latino si è trasformato nella nostra lingua?
Sull’esistenza di stadi facilmente segmentabili e non c’è pieno accordo tra i linguisti; si parla, è vero, di latino tardo, di preromanzo, di protoromanzo, ma tra l’uno e l’altro non si individuano confini rigorosi (e la stessa cronologia di molti fenomeni è oggetto di discussione. Il problema della cronologia si affronta in un’ottica panromanza: i fenomeni comuni a tutte le lingue romanze (compreso il romeno), come la perdita della opposizione tra vocali lunghe e vocali brevi, che nel latino classico aveva funzione fonologica, serviva cioè a distinguere parole e forma altrimenti identiche, si collocano più indietro nel tempo; ci sono poi fatti comuni a tutte le lingue romanze romeno escluso che sono da considerare posteriori ai primi e altri ancora, che accomunano solo le aree centrali (Francia e Italia), che sono da considerare ulteriormente innovativi. Nel caso dell’italiano, poi, la maggiore vicinanza e i maggiori contatti col latino rendono la questione ancora più complessa. Al momento, possiamo dire che i primi testi scritti in un volgare italoromanzo si collocano tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secoli. Il primo testo databile con certezza che mostra una precisa scelta del volgare, inserito all’interno di un testo latino è, come è noto, il cosiddetto Placito capuano, che è datato 960. Poi, abbiamo un infittirsi di testimonianze, fino alle prime manifestazioni letterarie in poesia.

Quali mutamenti fonetici ha subito la nostra lingua nel corso della sua storia?
Se partiamo dal latino, devo citare anzitutto la già ricordata perdita dell’opposizione fonologica tra vocali lunghe e vocali brevi, con riduzione da 10 a 7 dei fonemi vocalici. Ma possiamo anche citare la caduta delle consonanti in fine di parola (che l’italiano di base fiorentina ammette solo eccezionalmente, e comunque mai in fine di frase). C’è poi il problema del dittongamento di è (aperta) e ò (aperta) accentate in sillaba libera, che costituisce uno dei “marchi” della fiorentinità dell’italiano e a cui si correla lo sviluppo delle cosiddette semiconsonanti (la /w/ di uomo e la /j/ di ieri). Tra le consonanti tipiche dell’italiano ci sono tutti i foni palatali, estranei al latino, in particolare le affricate: la c di cento e la g di gente. Invece, nel corso del tempo, l’italiano non ha praticamente subito mutamenti fonetici (se mai qualche assestamento sul piano fonologico), diversamente da quanto è avvenuto in francese (per citare un’altra grande lingua romanza). Inoltre, con la stampa, anche la rappresentazione grafica dei foni si è stabilizzata e i mutamenti ortografici sono rimasti abbastanza circoscritti. La grande stabilità dell’italiano dipende soprattutto da questo.

Quali sono i principali mutamenti morfologici che l’hanno riguardata?
Se guardiamo al latino, i mutamenti sono stati moltissimi: nella morfologia verbale la perdita del sistema dei casi (con lo sviluppo delle preposizioni), la scomparsa del genere neutro (che ha lasciato solo tracce, specie nella classe nominale del tipo il dito/le dita), la riduzione del numero delle declinazioni. Va ricordato che il latino non aveva gli articoli e che usava i pronomi personali molto meno rispetto all’italiano. Quanto al verbo, è evidente la riduzione della flessione, dei morfemi desinenziali: si è perso il passivo sintetico (al posto di amatur si dice è amato, con un ausiliare che il latino usava solo nei tempi storici), non si hanno più i verbi deponenti, sono venuti meno molti modi e tempi verbali, e ne sono nati di nuovi: il passato prossimo, formato da ausiliare + participio passato, oggi in grande espansione a spese del passato remoto derivato dal perfetto latino; il condizionale, che così come il futuro (profondamente diverso strutturalmente da quello latino) nasce da una perifrasi col verbo avere (con distinzione tra la forma fiorentina in –ei di crederei e quella, diffusa sia a Nord sia a Sud in –ia di saria, rimasta a lungo in uso in poesia. In definitiva, anche la morfologia dell’italiano è stata molto stabile. Anzi, si è ancor più stabilizzata, specie dall’Unità in poi, riducendo la polimorfia; in passato erano moltissime le alternative tra forme che avevano la stessa funzione: pensiamo solo a forme del passato remoto come passarono e passaro (quest’ultimo a lungo usato specie in poesia, spesso troncato in passar), ad alternative come faccio e fo (questo ormai solo toscano), tra perso e perduto. Ma ci sono state anche innovazioni, specie nel sistema dei pronomi: l’uso di lui, lei e loro anche come soggetti (a lungo segnalato come “errore” dai grammatici), la scomparsa di forme come meco, teco ‘con me’, ‘con te’ (vitali in Toscana ancora nell’Ottocento), l’uso di ne nel senso di ci ‘a noi’ (che ascoltiamo, per es., nei versi finali del coro Va’ pensiero dal Nabucco di Verdi: che ne infonda al patire virtù), ecc.

Come è cambiata la sintassi?
Nel caso della sintassi, i mutamenti sono stati più ampi e profondi, non solo in rapporto al latino, ma anche tra italiano antico e italiano moderno. Nel primo caso, basta ricordare che l’ordine delle parole in italiano è un po’ meno libero, che l’italiano sostanzialmente ignora la costruzione dell’accusativo + infinito (la cosiddetta frase “oggettiva”), che molte congiunzioni latine, a partire dal cum narrativo, non hanno avuto continuatori nella nostra lingua. Nel secondo caso, tra i tanti mutamenti vorrei citare la diversa collocazione di quelle che chiamiamo “particelle pronominali”: anticamente non si poteva dire, a inizio di frase, lo vide, ma videlo. Anche la frase relativa è molto cambiata: che si poteva usare dopo preposizione al posto di cui; cui in qualche caso poteva prendere il posto di che come complemento oggetto; il quale si poteva adoperare anche in funzione di complemento oggetto (oggi non più); svolgeva il ruolo di pronome relativo anche l’avverbio onde, che noi usiamo solo – per influsso del linguaggio burocratico – per introdurre una finale all’infinito (il “famigerato” onde evitare…). Infine, una frase principale poteva congiungersi a una subordinata che la precedeva con e o (è il fenomeno che viene definito “paraipotassi”, a metà strada tra coordinazione e subordinazione).

Da dove deriva il lessico italiano?
La base è certamente costituita dal fondo latino, dalle parole che venivano usate nel latino parlato (molto meno numerose di quelle che troviamo nel latino letterario), con alcuni significativi spostamenti sul piano del significato, anche in rapporto alla diversa struttura sociale, che ha nella civiltà contadina il suo fulcro (al posto di equus  si usava il caballus, che era il più modesto cavallo da tiro; non si parla più di ignis, ma di focus, che indicava il focolare, non si viveva più nella domus, ma nella casa, che era la capanna, ecc.). Il latino classico fu però presto recuperato e abbiamo così anche da una stessa parola due (o anche più) parole diverse, l’una pervenutaci per tradizione diretta e via popolare, l’altra per via colta: così, dal latino causa abbiamo il popolare cosa (che sostituì res, che era scomparso, anche per la sua brevità) e il dotto causa, più vicino al latino sia per forma sia per significato. Molte nuove voci entrarono con le invasioni germaniche: cito solo parti del corpo, come anca e guancia o gota (i corrispondenti termini latini erano passati a indicare la coscia e la bocca), oggetti e elementi ambientali (panca, balcone, sala), alimenti (brodo), nomi di colore (bianco, biondo, bruno). Anche gli arabi hanno dato un apporto notevole al nostro lessico, così come poi le lingue moderne con cui gli italiani sono entrati in contatto (il francese soprattutto, fino alla metà del secolo scorso; poi l’inglese). Ma gran parte del lessico si è formato all’interno della nostra lingua, col ricorso ai meccanismi di formazione delle parole ereditati dal latino: la prefissazione, abbastanza ridotta, specie nei primi secoli; la suffissazione, molto produttiva per tutta la storia dell’italiano; la composizione. Tra i composti, merita una segnalazione il tipo verbo + nome (il tipo portacarte, fermacaspelli, apriscatole, guardasigilli), che è diffuso in tutte le lingue romanze, ma che era sconosciuto al latino.