Professoressa De Lorenzo, Lei è autrice del libro Borbonia felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo pubblicato per i tipi di Salerno Editrice: quali furono le vicende che portarono al crollo del Regno borbonico?
Borbonia felix Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo di Renata De LorenzoSotto il profilo événementiel il Regno delle Due Sicilie crollò in seguito alla spedizione del Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, alla conquista della Sicilia e del territorio continentale da parte dell’ “esercito meridionale” (così Garibaldi  definì le sue truppe), all’intervento dell’esercito del Regno di Sardegna e all’aggregazione del territorio meridionale alla nuova entità statale italiana. La rapidità e la facilità della “conquista” piemontese, che  pose fine all’autonomia del regno più vasto territorialmente nel contesto italiano, destò e desta ancora stupore, ma vari fattori esterni ed interni ne avevano minato la credibilità e la compattezza necessarie per far fronte alla guerra che ne determinò il crollo materiale. Si ricordi inoltre che Cavour nel maggio 1860 non approvò l’impresa dei Mille, ma lasciò partire Garibaldi perché occupato a gestire le già avvenute annessioni di Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana; bloccarla avrebbe significato rendere ostile al governo piemontese l’opinione pubblica liberale e patriottica della penisola. Di fronte alle prime vittorie mandò elementi fidati in Sicilia per affiancare l’eroe ed evitare che prendessero la preminenza i repubblicani. Il contesto bellico italiano in cui si verificarono gli eventi del 1859-61 deve quindi  tener presente molte conflittualità  preesistenti o che si innescarono nel momento dell’esplodere di nuovi fervori e di nuove situazioni.

Secondo certa storiografia, il Regno delle Due Sicilie era, tra gli stati pre-unitari, quello più avanzato e ricco e fu vittima di una vera propria azione di conquista e depredamento da parte del Regno sabaudo: è realmente così?
La tesi della ricchezza del Regno ha trovato negli ultimi anni un credito basato su studi che hanno in genere privilegiato alcuni aspetti trascurandone altri. Contemporaneamente persistono interpretazioni che, sulla base di dati incrociati attenti alla valutazione anche di aspetti socio-economici e a variabili molteplici, confermano invece un gap tra varie zone d’Italia già preesistente al 1860-61. Come ho sottolineato nel mio libro, occorre innanzitutto ricordare che si parla di un “Mezzogiorno ‘periferico’ in un’Italia a sua volta ‘periferia’ rispetto all’Europa (p. 32), di un Regno cresciuto all’insegna del protezionismo, scarsamente mitigato solo in alcune fasi.  Il liberismo fatto proprio dallo Stato sabaudo negli anni Cinquanta si identifica con una serie di riforme nel settore bancario e creditizio, nell’incentivare la produttività in agricoltura, nell’investire sull’innovazione; la scelta borbonica fu quella di  una politica di risanamento del debito pubblico che può dar luogo anche a statistiche positive ma che non prospetta una visione proiettata su un ruolo da protagonista, mortificato anche dalle scelte isolazioniste in politica estera. Alcune innovazioni caratterizzarono naturalmente anche il regno, generando importanti attività in vari settori, ma ciò di cui si è soliti vantarsi, enumerando le positività e i primati, è a mio parere il dovere di ogni governo, cioè provvedere a creare strutture e condizioni di crescita e sviluppo, per le quali il Regno aveva evidentemente anche uomini e saperi idonei; le fonti archivistiche (ad esempio le denunce dei consigli provinciali e  distrettuali, le memorie dei soci delle Società economiche) indicano tuttavia la limitata capacità, di fronte ad una  crescita economica “a pelle di leopardo”, ad una “innovazione precaria”, di cambiare il quadro generale. Lo sviluppo si misura non sul singolo intervento ma sui tempi lunghi, sulla capacità di confrontarsi con i ritmi di crescita di altri paesi in Europa e soprattutto su una considerazione complessiva del contesto, che deve essere in grado di dare spazio contemporaneamente ai gruppi dirigenti e ai quadri capaci di far funzionare il primato iniziale e di renderlo diffusivo. Siamo un po’ tutti d’accordo sulle carenze di questi gruppi dirigenti meridionali, che riscontriamo anche oggi; formatisi sotto i Borboni, con le stesse vocazioni di gestione della cosa pubblica furono presenti nel Parlamento italiano.

Circa l’appetibilità del Regno da parte dei “conquistatori” esterni, con l’appoggio degli Inglesi, c’è sempre da chiedersi come mai un paese presentato come il più ricco, con il migliore esercito, la migliore flotta, la migliore società, i migliori sovrani, ecc.., crollasse così rapidamente, come mai non si fosse organizzato per resistere ad un presunto “complotto”, come mai avesse  nei suoi quadri di vertice uomini vecchi e inoltre facilmente corruttibili o comunque pronti ad abbandonare l’ “amato” sovrano.

Nel Suo testo, Ella descrive sapientemente come i sentimenti indipendentisti fossero già vivi nella Sicilia pre-unitaria.
La Sicilia già dal Settecento viveva il rapporto con la dinastia borbonica e con Napoli come una forma di sudditanza, che ne mortificava l’ identità, plasmata anche dall’essere stata in passato e, nelle parentesi del 1799 e nel decennio 1806 -1815 (quando regnarono i napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat), centro del potere, essendo a Palermo la capitale del regno. La conformazione sociale, pur con differenze fra la parte orientale e quella occidentale dell’isola, aver ospitato la dinastia borbonica in esilio con l’appoggio degli Inglesi, una esperienza costituzionale nel 1812 di tipo bicamerale che teneva conto delle esigenze del persistente potere del baronaggio, sono alcuni dei motivi che rafforzarono la consapevolezza dell’isola di non poter accettare un modello di Stato avvertito dal 1816 in poi come estraneo alla propria configurazione complessiva. Durante la Restaurazione infatti i Borboni non smantellarono lo Stato amministrativo, legato ad un intenso processo riformistico, che i governanti francesi avevano introdotto nel Regno, e lo estesero  alla Sicilia. L’insofferenza si espresse in tutte le forme possibili, sia in occasione di eventi rivoluzionari, come nel 1820-21 e nel 1848, allorché l’isola non seguì le direttive del centro e espresse volontà secessioniste, sia nello sviluppare organizzazioni politiche antagoniste verso Napoli. Aver cavalcato questo malcontento aiutò molto l’impresa garibaldina, che sembrò rispondere inizialmente anche alle domande di ridistribuzione delle risorse fondiarie, aspettative rivelatisi fallaci.

Sempre nel Suo testo, Lei dedica molta attenzione alla famiglia Poerio: perché le diverse figure di patrioti che questa famiglia seppe esprimere furono così rilevanti?
In verità dedico molto spazio a due famiglie, che rappresentano due modi, entrambi legittimi, di credere nella “nazione napoletana”. I percorsi di vita di Pietro, Antonio, Girolamo Calà–Ulloa sono altrettanto importanti di quelli di Giuseppe, Carlo, Alessandro, Carolina Poerio e della famiglia Imbriani. Riflettono convinzioni, ma anche sofferenze, volontà di non perdere il Regno e un difficile adattarsi ai quadri nazionali e internazionali che cambiano. Confermano la presenza nel paese di occasioni mancate, di forti individualità capaci di analisi importanti della situazione del paese, dei suoi pregi, ma anche delle sue carenze, sulle quali occorreva agire. Le preziose osservazioni di Giacinto De Sivo sono esemplari per capire come il mondo filoborbonico non fosse un acritico esaltatore della monarchia.  Le due famiglie sono espressione di un comune disagio, che prima e dopo il 1860 le vide entrambe esuli, costrette a vivere la dimensione della “patria napoletana” in contesti diversi da quelli in cui i loro membri erano nati. I Poerio, la crociana “famiglia di patrioti”,  credettero quasi fino alla fine del Regno alla possibilità di avere una costituzione e un regime più liberale, ma, come molti altri, finirono per appoggiare una soluzione alternativa, legittimata anche dalla inadeguatezza della dinastia borbonica e dalla sua incapacità di  svolgere  una funzione di stimolo alla crescita innanzitutto dei propri gruppi dirigenti.

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