Gran parte del Cinquecento fu caratterizzato da drammatiche guerre di religione. Dopo la diffusione delle tesi di Martin Lutero, che nei fatti aveva rivelato i vuoti della Chiesa nell’attività pastorale e nella cura delle anime dei fedeli, il Protestantesimo si diffuse in maniera vertiginosa. Sappiamo bene però che le questioni poste dai tentativi di riforma di Lutero non furono solo di carattere spirituale o dogmatico. Egli aveva spezzato quell’equilibrio politico che per secoli aveva visto la Chiesa come protagonista assoluta nell’esercizio anche del potere temporale. Fu il sovrano spagnolo Carlo V per primo a chiedere soluzioni al pontefice per dirimere i conflitti che mettevano di fronte i principi che, aderendo alle testi luterane, “protestavano” per affrancarsi dal controllo della Chiesa e quindi da quella sovranità, soprattutto spagnola, che legittimava il proprio potere grazie al suo appoggio. Per quanto tardiva, la risposta ecclesiale arrivò con la convocazione nel 1545 a Trento, di un Concilio nel il cui scopo sarebbe stato quello di ridisegnare il volto e il ruolo dell’istituzione e delle gerarchie ecclesiastiche. Ma non si trattò solo di una reazione, i padri conciliari lanciarono anatemi su chiunque si allontanava dalla vera fede per abbracciare i precetti protestanti, quanto di una rifondazione attraverso la quale la Chiesa intendeva avviare un processo di riconquista attraverso una formazione più accurata del clero, rendendolo capace di confutare le eresie luterane, imponendo una maggiore presenza a vescovi e clero nelle comunità e dando nuovo slancio all’azione di evangelizzazione. È in quel contesto che l’ordine fondato da Ignazio di Loyola – ma molti altri furono gli ordini religiosi nati per dare corpo ai precetti conciliari – interpreterà il proprio servizio ecclesiale: portare il Vangelo fino ai confini del mondo e ovunque il papa, da qui il ben noto quarto voto di assoluta obbedienza al pontefice romano, avesse ordinato. L’azione missionaria della Compagnia di Gesù si svolgerà in piena adesione a quell’auspicato universalismo religioso affermato dal Concilio di Trento. E le nuove terre scoperte grazie ai grandi viaggi oltreoceano, oltre ai territori europei spiritualmente perduti per l’avanzata dei protestanti, offrivano ai gesuiti l’occasione per svolgere la loro missione di conquista religiosa. Le Americhe meridionali prima e le Indie Orientali dopo, soprattutto Cina e Giappone, diventarono i luoghi nei quali gli indipeti gesuiti – coloro che chiedevano al proprio superiore di essere inviati in missione – si disponevano per condurre una nuova evangelizzazione. Erano terre fino allora poco note, terre nelle quali i gesuiti andranno incontro anche al martirio.Michele Ruggieri e Matteo Ricci sono i pionieri di questa stagione missionaria: quali vicende affrontano i religiosi alla corte dei Ming?
L’esperienza di Francesco Saverio, che nella prima metà del Cinquecento aveva percorso il Giappone evangelizzando e predicando, sarà fondamentale per fornire i primi strumenti che avrebbero consentito di confrontarsi con una cultura dalle tradizioni millenarie, e anche straordinariamente avanzata, come quella cinese. L’azione missionaria in quelle terre doveva essere condotta attraverso una strategia di adattamento culturale. L’idea era quella, cioè, di farsi cinesi tra i cinesi. Ruggeri e Ricci, che arrivarono in Cina sul finire del Cinquecento, cercarono subito di adattarsi agli usi e ai costumi del popolo cinese. C’è una nota canzone del cantautore Franco Battiato che ad un certo punto recita: Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte dell’imperatore della dinastia dei Ming. È ciò che fecero infatti in primi gesuiti giunti nel Celeste Impero: indossare gli abiti dei bonzi, i monaci locali che i primi gesuiti immaginarono come loro omologhi in quella terra, avrebbe favorito una più facile integrazione nelle comunità. Ma le cose andarono diversamente. I gesuiti missionari, infatti, non sapevano che i bonzi vivendo solo di elemosine, erano mal tollerati in un ordine sociale nel qual ciò che più contava era contribuire attivamente alla crescita e al rafforzamento dell’impero. La diffidenza nutrita nei confronti dei bonzi inevitabilmente si riversò sui gesuiti, rendendo, nei primi anni, quasi del tutto inconcludente la loro azione evangelizzatrice. Le cose cambiarono quando i gesuiti iniziarono ad indossare gli abiti dei letterati mandarini, alti ufficiali di corte, gli uomini sulla cui cultura e preparazione contava fortemente l’imperatore. Questo nuovo status consentì ai gesuiti di entrare in relazione con gli uomini più ragguardevoli, sebbene questo non significò ottenere immediati successi nell’opera di conversione.
Quali ostacoli incontrano, nella loro opera di evangelizzazione, i missionari gesuiti in Cina?
La lingua inizialmente fu uno degli ostacoli più grandi affrontati dei gesuiti europei. La lingua, e la cultura che essa esprimeva, rimaneva un elemento di forte criticità. Le conseguenze di una errata pronuncia delle parole cinesi generavano non pochi equivoci e incomprensioni. Un esempio, tra i tanti, piuttosto divertente, è quello di un gesuita che volendo provare ai cinesi che in Europa vi erano navi alte al pari di una torre, alla parola che significa nave dava l’accento della stessa parola che significava mattone cosa che i cinesi non potevano, e con ragione, credere in alcun modo, andando argomentando quanto grande doveva essere la fornace in grado di cuocere un mattone così prodigioso. In realtà a volte vi era incomprensione anche tra gli stessi cinesi, i quali per togliere ogni dubbio dal loro ragionare raddoppiavano due o tre parole come sinonimi della stessa, oppure si esprimevano per antitesi e contrapposizioni o addirittura citando frasi da libri del cui significato non si poteva dubitare. Eppure, erano le condizioni per evangelizzare quel popolo, costringendo la memoria a grandi sforzi nell’imparare e ricordare costantemente nuovi caratteri, nuovi ideogrammi. Il contributo dei primi conversi cinesi fu fondamentale, come nel caso di Xu Guangqi per il quale è stato intentato anche il processo di beatificazione. I conversi cinesi, soprattutto quelli appartenenti ai livelli più alti della società cinese, ebbero un ruolo fondamentale nello scambio di conoscenze tra cultura cinese e cultura occidentale, grazie ad un intenso lavoro di traduzione che permise ai cinesi di conoscere le grandi opere della cultura europea, catechismo compreso, e agli europei di conoscere gli autori cinesi, primo fra tutti Confucio.
Ma le maggiori difficoltà affrontate dai missionari gesuiti erano legate alle questioni teologiche e dogmatiche della fede cattolica che risultavano incomprensibili, se non inaccettabili, per i cinesi. Evangelizzare in nome di un Dio Signore del Cielo e della Terra significava rivoluzionare gli equilibri politici e le fondamenta stesse del potere dell’imperatore cinese. I titoli riservati al Dio cristiano, indicavano, infatti, le stesse peculiarità riconosciute all’imperatore cinese. Un conflitto assai difficile da risolvere. Uno dei momenti di maggiore tensione, tensioni che non mancarono nemmeno tra i confratelli gesuiti, fu proprio la traduzione della parola Dio di cinese. Sembra addirittura, e questo è abbastanza documentato, che queste divergenze furono uno dei motivi che portarono al suicidio del gesuita belga Nicolas Trigault, una delle figure di maggior spicco del tempo, anche per i ruoli che ricoprì nelle relazioni tra missionari in Cina e corti europee.
Le reazioni dell’élite cinese che tentava di proteggere le tradizioni dell’impero furono spesso cruente. Molte furono le persecuzioni contro i cristiani, anche nei confronti dei cinesi convertiti, che si susseguirono per anni. Un tributo davvero enorme.
Quali strategie adottano i gesuiti per favorire le conversioni?
Libri e immagini erano gli strumenti dei quali i gesuiti si servivano per introdurre i conversi alla fede cattolica. L’uso delle immagini, poi, era la maniera più efficace per entrare facilmente in relazione con una società nella quale la cultura e la conoscenza erano a fondamento di ogni valore sociale e politico e attivare iniziali forme di comunicazione al di là delle molte difficoltà della lingua. Le biblioteche fondate dai gesuiti con i libri provenienti dall’Occidente, unitamente ad una politica di adattamento culturale, assolvevano ad alcune funzioni che miravano ad ottenere credibilità di fronte ai letterati, suscitare ammirazione per la qualità tipografica dei libri occidentali rispetto a quelli cinesi.
Il rapporto con i letterati e i mandarini era essenziale per condurre una efficace azione evangelica, essi avevano un ruolo chiave rispetto all’imperatore, alla corte, rispetto al popolo e al modo in cui il regno era governato; convertire un letterato significava poter accedere ai livelli più alti fino a raggiungere il re in persona. E tutti erano soggetti all’imperatore. I cinesi avevano uno straordinario interesse per le conoscenze scientifiche dei missionari occidentali. Sarà proprio sul terreno dello scambio culturale che i gesuiti acquisirono un progressivo credito di fiducia nei confronti degli scienziati cinesi, cosa che consentirà successivamente di poter essere ascoltati anche su temi di carattere religioso. I gesuiti esortavano a fare il bene ed evitare il male per meritare il Paradiso, secondo gli insegnamenti cristiani, ma anche per una sorta di ideale completamento degli insegnamenti confuciani che caratterizzavano l’etica e la morale cinese. Con questi presupposti i gesuiti giustificavano la lotta contro il diavolo che induceva a compiere il male, sconfiggevano le sue insidie e mostravano la potenza del Dio cristiano. Malattie, stati confusionali, possessioni, sconfitte in battaglia, momenti di pericolo vissute dal popolo cinese erano attribuiti all’azione del demonio che poteva essere sconfitto solo con la preghiera e la conversione. È innegabile, inoltre, che i gesuiti pur di mantenere posizioni di privilegio nei confronti dell’imperatore, si prestavano ad azioni che potremmo definire quanto meno inopportune per dei religiosi. Fu il caso del gesuita Johann Schall von Bell al quale l’imperatore Chongzhen si rivolse per servirsi delle sue competenze in ambito balistico ordinandogli di costruire venti cannoni in grado di sostenere l’esercito cinese impegnato a difendere i confini settentrionali dell’impero. Nonostante un iniziale rifiuto – costruire armi era decisamente contrario alla sua vocazione – il gesuita accetto l’incarico per evitare che l’imperatore, in alternativa, chiedesse l’aiuto dei protestanti olandesi.
Come si concluse quella straordinaria stagione missionaria?
Dopo aver dismesso gli abiti da Bonzi e conquistato la fiducia dei mandarini e dell’imperatore grazie alle straordinarie conoscenze scientifiche che i Gesuiti introdussero in Cina, la grande problematicità incontrata per una conversione di massa, era nella difficoltà far comprendere e condividere il senso più profondo delle fede cristiana: la salvezza dell’anima dopo la morte e la resurrezione nella gloria di Dio. La più grande ambizione rimaneva la conversione dell’imperatore che, grazie alla sua autorità e all’efficace sistema di governo di un territorio così straordinariamente vasto, godeva di un potere assoluto su ogni suddito. Convertire l’imperatore avrebbe significato convertire la Cina. Un sogno a lungo inseguito e che sembrò realizzarsi durante il difficile passaggio dalla dinastia Ming a quella Qing a metà del Seicento. Il battesimo del principe ereditario dell’imperatore, cui fu dato il nome Costantino, e della famiglia reale, infatti, che vide protagonisti l’austriaco Andreas Koffler e il polacco Michael Boym, sembrò finalmente aprire le porte alla cristianizzazione della Cina. Ma le cose andarono diversamente.
Una reale e duratura affermazione della Chiesa cattolica in Cina era legata anche alla formazione di un clero locale capace di guidare le comunità dei conversi create dai missionari. Cosa che di fatto non avvenne. Inoltre, l’arrivo, negli anni Trenta del Seicento, di nuovi ordini religiosi e le accese dispute riguardo i metodi di evangelizzazione dei gesuiti, che presto sfoceranno nell’annosa questione della controversia dei riti cinesi, determinerà una battuta d’arresto in quello che fino ad allora poteva essere considerato come una sorta monopolio della Compagnia di Gesù in materia di evangelizzazione della Cina. L’irrigidimento, poi, da parte delle autorità ecclesiastiche rispetto all’incompatibilità tra il culto degli antenati, molto radicato in Cina ma considerato come atto di superstizione, e la fede cattolica, determinò sempre maggiori resistenze da parte degli imperatori cinesi a tollerare la presenza di missionari. Bisognerà attendere gli anni Trenta del Novecento per vedere riconosciuto l’esclusivo valore civile dei riti cinesi in onore degli antenati e la loro ammissibilità anche per i cattolici. Ma il mancato radicamento del Cristianesimo in Cina era ormai avvenuto.
Francesco Failla è Direttore della Biblioteca e Archivio Storico della Diocesi di Caltagirone




