Bianco su nero. Iconografia della razza e guerra d’Etiopia, Vanessa RighettoniDott.ssa Vanessa Righettoni, Lei è autrice del libro Bianco su nero. Iconografia della razza e guerra d’Etiopia edito da Quodlibet e Fondazione Passaré: in che modo la propaganda fascista fece ricorso all’iconografia razzista?
Nel corso della campagna d’Etiopia, si riversò sui giornali italiani una grande quantità di immagini di uomini e donne africane spesso del tutto fedeli a stereotipi consolidati, elaborati nella lunga storia coloniale europea: dal richiamo alle litografie ottocentesche sul cannibalismo e i sacrifici umani, congeniali a stimolare le fantasie europee sulla brutalità tribale, alle icone abolizioniste di tardo Settecento, utili ad affrontare il tema della schiavitù, eretto a emblema della barbarie abissina. Le figure di schiavi oppressi dal crudele negus d’Etiopia Hailè Selassiè convivevano quindi con quelle di indigeni bruti e selvaggi, di certo funzionali al discorso coloniale e razziale intessuto dal regime fascista: era la lotta della civiltà contro la barbarie, che vedeva schierati, su fronti opposti, i bianchi emancipatori e i neri feroci e bestiali.

Quale immagine dell’indigeno venne proposta in Italia tra il 1935 e il 1936, durante la guerra d’Etiopia?
Un’immagine segnata da molteplici sollecitazioni culturali e visive, ma anche da evidenti forzature: la rappresentazione degli abissini poneva, d’altra parte, una questione spinosa poiché essi erano sì soldati nemici, ma anche sudditi schiacciati dal giogo del negus cui l’Italia intendeva porre fine. Ad emergere sono dunque diverse visioni dell’Africa nera: un’Africa vittima e una carnefice, un’Africa seducente e una ripugnante. Un’Africa animalesca, nella quale il negus e i vari ras etiopi assumono le sembianze nientemeno che di scimmie; ma allo stesso tempo un’Africa fedele e devota, incarnata dai soldati di colore, gli ascari, reclutati nelle file dell’esercito italiano.

Quali stereotipi di genere caratterizzarono l’iconografia razzista?
Anche l’immagine della donna africana era costretta, a seconda delle esigenze, in opposti stereotipi: quello della Venere nera o della selvaggia ripugnante, soprattutto alla fine del conflitto, nel maggio 1936, con la proclamazione dell’impero d’oltremare e l’affermarsi della politica razziale atta a scoraggiare, e poi a vietare, le unioni con donne di colore (basti pensare alla polemica che scoppiò intorno alla nota canzonetta Faccetta nera…). Si cercava di limitare il potenziale erotico insito nella miriade di cartoline e fotografie delle giovani abissine seminude e attraenti, diffuse sull’onda dell’entusiasmo d’inizio guerra: figure esotiche accattivanti usate, sempre più spesso, anche a scopo pubblicitario, sulla scia del successo della diva afroamericana Josephine Baker.

La propaganda colpì anche l’immagine degli inglesi.
Sì, all’occorrenza gli stereotipi si potevano anche rimescolare: il proliferare di vignette sugli inglesi nelle vesti di spietati aguzzini dimostrava infatti che la ferocia, generalmente attribuita agli indigeni, poteva essere ribaltata sull’immagine dei nemici europei, accusati di violenze e soprusi ai danni delle popolazioni di colore sottomesse al loro dominio coloniale. Lo scopo, evidente, era quello di sottolineare l’ipocrisia dei governi occidentali: nessuno, in definitiva, poteva dirsi innocente; nemmeno i paesi sanzionisti che, in quei mesi, si scagliavano contro l’aggressione italiana all’Etiopia.

A quali fonti ha attinto per la Sua ricerca?
Al centro della ricerca sono le immagini diffuse dalla stampa italiana, sottoposta al ferreo controllo del ministero per la Stampa e la Propaganda, diretto da Galeazzo Ciano. È infatti il confronto fra fonti diverse quali vignette, incisioni, grafica pubblicitaria, dipinti e fotografie, a lasciare emergere temi e immagini ricorrenti, ricche di implicazioni ideologiche e culturali ogni volta differenti. Se da un lato cerco di chiarire i modelli iconografici (e le relative manipolazioni) che intervennero nella rappresentazione dell’indigeno, dall’altro diventa inevitabile sondare il dibattito politico e antropologico sviluppatosi, tra il 1935 e il 1936, intorno al tema della razza, in netto anticipo sulle tragiche leggi razziali del 1938.