“Berthe Morisot. Le luci, gli abissi” di Adriana Assini

Adriana Assini, Lei è autrice del libro Berthe Morisot. Le luci, gli abissi edito da Scrittura & Scritture: quale importanza riveste, per la storia della pittura, Berthe Morisot?
Berthe Morisot. Le luci, gli abissi, Adriana AssiniUnica donna del gruppo degli Impressionisti, Berthe Morisot fu tra i fondatori del movimento stesso, assieme a Monet, Renoir, Pissaro, Sisley, Degas, colleghi e compagni di una straordinaria avventura artistica che segnò la vita culturale parigina della seconda metà del XIX secolo e che, successivamente, conquistò pagine importanti nel grande libro della Storia dell’Arte.

Spicca, tra le peculiarità della pittura di Morisot, la sua appassionata, incessante attenzione alla luce, alle sue infinite sfumature e ai suoi continui mutamenti, che lei fissa velocemente sulla tela con tocchi agili e leggeri, simili a carezze poggiate su volti, oggetti, paesaggi appena delineati eppure efficaci, esaurienti. Altra particolarità stilistica della “gran dama dell’impressionismo” è la sua visione intimista della realtà quotidianità. Nelle scene ritratte, l’artista coglie e consegna all’eternità piccoli gesti ordinari, momenti qualsiasi di giorni qualunque, calati in una sorta di puro, impalpabile incanto reso con immediatezza e tratti essenziali. Ma quale segreto si celava dietro all’ostinata spensieratezza che emerge da ogni suo quadro? Di primo acchito, parrebbe stranamente contraddittorio che a rincorrere la luce fosse proprio una come lei, creatura d’ombra; e che a celebrare la quiete, quella interiore, fosse uno spirito ermetico e tormentato come il suo. Eppure, nella ripetuta scelta di Berthe di catturare e trattenere sulla tela l’atmosfera lieve che scaturisce dalle minute gioie della vita semplice, spesso di ambientazione familiare, si nascondeva una necessità e una speranza: raggiungere anche nella vita reale quell’agognata armonia inseguita a lungo e invano, che avrebbe spazzato via ombre e demoni dal suo animo irrequieto.

Quali vicende segnarono la sua vita?
Di famiglia borghese, benestante, Berthe fu indirizzata alla pittura da sua madre, Cornélie Tomas, pronipote del celebre Fragonard, esponente di spicco del rococò. Allieva di Guichard prima, e di Corot poi, a trentadue anni Morisot fondò, assieme a Renoir, Monet, Degas, Sisley, la «Società anonima degli artisti, pittori, scultori, incisori». Appena l’anno successivo, il gruppo organizzò una mostra in aperta contrapposizione a quelle patrocinate dall’Accademia delle Belle Arti, i Salon, luoghi istituzionali destinati agli artisti di tutte le tendenze, ma divenuti una sorta di campionario di opere superate nei temi e nelle tecniche, pesantemente ancorate a un passato ormai remoto, refrattario alla modernità e alle sue innovazioni. L’esposizione di quelli che furono poi chiamati Impressionisti trovò ospitalità in un locale messo a disposizione dal fotografo Nadar, ma si rivelò un vero e proprio fiasco, a dispetto dell’apprezzabile affluenza di pubblico pagante. Le numerose opere esposte non ricevettero, infatti, l’accoglienza sperata, e il risalto dato dalla stampa fu soltanto un pretesto per dileggi e stroncature, dove gli autori venivano paragonati a ridicoli imbrattatele. Al pari degli altri suoi amici e soci, Berthe dovette sottostare a una pioggia di commenti più o meno sprezzanti, ai quali si aggiunse la riprovazione generale per essere l’unica donna in mezzo a un gruppo di uomini, per giunta considerati pittori di quart’ordine. Sicura di sé, lei non si lasciò scoraggiare, resistendo perfino alle pressioni dell’amico Manet, che l’aveva invano sconsigliata di buttarsi in una simile avventura. L’autore della famosa e chiacchierata Olympia, che si era amabilmente rifiutato di aderire al gruppo degli impressionisti, era infatti convinto che Berthe e gli altri avessero commesso un grosso errore nell’abbandonare le sedi istituzionali dell’arte per mettersi in proprio, come cani sciolti. Le battaglie, a suo parere, andavano condotte dall’interno, a qualsiasi costo.

Coriacea, indipendente, Morisot non si lasciò influenzare, dimostrando d’essere impermeabile sia ai suoi consigli dei sodali che alle critiche dei giornalisti. Continuò a dipingere dando retta soltanto ai suoi impulsi e alle sue intuizioni, esponendo ogni anno i nuovi lavori assieme ai suoi fedelissimi colleghi, ai quali restò legata per tutta la vita.

In controtendenza con le consuetudini dell’epoca, Berthe restò a lungo nubile, e solo a trentasei anni suonati accettò di sposare il fratello di Manet, Eugène, un uomo sui generis per il suo tempo, poiché non esitò a mettersi al servizio della moglie fino alla fine dei suoi giorni, non temendo di vivere alla sua ombra e favorendola in tutti i modi possibili nella carriera artistica. Qualche anno dopo, a segnare nel profondo la “regina della luce” fu la drammatica morte del Manet più illustre, Eduard, suo cognato ma prima di tutto suo amico, al quale la legava un sentimento tanto profondo quanto ambiguo. Tante altre vicissitudini marcarono l’esistenza di Berthe, ma lei, dopo ogni caduta, tornava dritta in piedi, senza mai cedere alla tentazione di abbandonare i pennelli, quasi a ribadire che l’amore per la pittura era per lei ancora più forte dell’amore per la vita.

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Qual era la personalità di Berthe?
Berthe soffrì a lungo di anoressia, un malanno oscuro che si trascinò dietro per diversi anni. Impenetrabile, ombrosa, sempre in conflitto con se stessa e col mondo, trovava pace soltanto davanti al cavalletto. Oppure, standosene in posa per ore, a patto che a volerla come modella fosse il magnetico, brillante Manet, il solo sulla terra al quale non trovava mai un difetto… Enigmatica, scontrosa, fiera, Berthe si teneva sempre tutto dentro, alzando muri invalicabili tra lei e gli altri. Le cose cambiarono soltanto nel corso dei suoi ultimi anni di vita, quando era ormai una donna più o meno felicemente sposata, e soprattutto appagata dalla nascita di Julie, la sua unica figlia. Fu, dunque, nel periodo della piena maturità che iniziò a smussare gli angoli del suo difficile carattere, conservando comunque intatta la sua estrema riservatezza, ma rivelandosi, oltre che un’eccellente artista, una dama di gran classe, dal gusto raffinato, ineccepibile padrona di casa e amica sincera.

Come si avvicinò al gruppo degli Impressionisti?
Era una di loro e assieme a loro, nel 1873, costituì l’Associazione dei pittori sopramenzionata. Il nome con cui venivano designati lei e i suoi colleghi, ovvero “Impressionisti”, fu coniato da un critico ispirato dal titolo di un quadro di Monet, Impression, soleil levant. L’intento del critico era in realtà burlone, ma dopo le prime perplessità, i destinatari finirono per adottarlo, trovandolo tutto sommato pertinente all’essenza di quanto desideravano esprimere attraverso le loro opere. Una delle caratteristiche degli Impressionisti fu quella di aver lasciato gli atelier con le loro luci artificiali per andare a dipingere all’aria aperta. A favorirli in tale scelta fu l’invenzione, proprio in quegli anni, dei tubetti di colore, che permetteva agli artisti di spostarsi agevolmente portandosi dietro l’occorrente, contrariamente a quanto accadeva in passato, quando erano costretti a preparare loro stessi i pigmenti pestandoli nei mortai al chiuso dei loro studi.

Quali rapporti intrattenne con gli altri Impressionisti?
Con Degas, Renoir e Monet, Berthe stabilì un solidissimo rapporto di amicizia, contrassegnato da reciproca stima, proficui scambi di idee e di esperienze artistiche, con regolari inviti mondani nelle rispettive dimore, giacché era allora un costume assai diffuso per le persone più in vista tenere salotto in un giorno fisso della settimana. Quei ritrovi, molto ambiti, diventavano occasioni privilegiate per conoscere il bel mondo, favorire l’incontro fra talenti, consentire importanti contaminazioni culturali. Pur vivendo più o meno tutti a Parigi, almeno per gran parte dell’anno, e vedendosi assiduamente, quegli artisti mantennero per tutta la vita l’abitudine di scriversi molto spesso, con qualsiasi pretesto. Quando Berthe, a soli 54 anni morì di polmonite, furono proprio loro, gli amici impressionisti, che assieme al grande poeta Mallarmé si presero cura di sua figlia, all’epoca ancora adolescente.

Quali sono le opere maggiori di Berthe Morisot?
Probabilmente, l’opera oggi più conosciuta di Berthe Morisot è Le berceau (1872) custodito al Museo d’Orsay di Parigi, e che all’epoca non riuscì a vendere. Nella sua vasta produzione artistica spiccano i ritratti di giovani donne al ballo, oppure riprese durante le occupazioni quotidiane, o immortalate “en plein air”: Au bal; La leçon de couture; La lecture; Dans la véranda; Le corsage noir; Jeune femme en toilette de bal… In quanto a Vue du petit port de Lorient, Manet, vedendolo, andò in visibilio, definendolo un piccolo capolavoro.

Il suo autoritratto del 1885, un olio su tela, è un’opera palesemente destinata ai posteri e non alla sfera familiare: Berthe si ritrae, infatti, in abiti da lavoro, con la tavolozza in mano e lo sguardo, molto sicuro di sé, diretto verso lo spettatore, descrivendosi quindi per ciò che sentiva e che rivendicava di essere, una professionista dei pennelli.

Adriana Assini, scrittrice e acquerellista di fama internazionale. Nel catalogo di Scrittura & Scritture: Le rose di Cordova, (2015) pubblicato in Spagna, (Las rosas de Córdoba, edizione Arcibel). Un caffè con Robespierre, (2016), vincitore di diversi premi letterari, Giulia Tofana, gli amori, i veleni, (2017) di recente venduti i diritti cinematografici; Agnese, una Visconti (2018); La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019); Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici (2019); Rosso di Tiro, blu d’Oltremare. Una storia fiamminga (2021).

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