Benedetto XVI: il primo papa emerito della storia. Un profilo storico–canonistico, Rosario VitaleRosario Vitale, Lei è autore del libro Benedetto XVI: il primo papa emerito della storia. Un profilo storico–canonistico pubblicato da Aracne. Quale status riveste attualmente Joseph Ratzinger?
Lo status è quello di ‘papa emerito’, scelto proprio da lui. Con questa decisione storica, Ratzinger ha deciso di allargare, se così possiamo dire, l’emeritato anche al papato. Sappiamo che fino ad ora Paolo VI aveva previsto l’emeritato per i Vescovi che cessavano il proprio ufficio, divenendo emeriti dell’ultima diocesi di cui erano titolari, la scelta fu fatta nel solco del Concilio Vaticano II proprio per rimarcare lo stretto legame tra un Vescovo e la Diocesi a lui affidata, pur cessando ogni dovere giurisdizionale sulla stessa, continua a sussistere una vicinanza e una paternità spirituale nei confronti del popolo santo di Dio a lui affidato. Ogni Vescovo ha un compito proprio e fondativo, che è quello di pascere, con la rinuncia questo dovere primario viene meno, tuttavia non può e non potrà mai cessare quel legame quasi paternale tra il Vescovo e la propria Diocesi, lo stesso Paolo VI diceva: «Credo che di tutte le dignità di un papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli, che si allarga, che non si delega, che è forte e leggero come la vita, che cessa solo all’ultimo respiro: se un papa non ha l’abitudine di andare in pensione prima della fine, è perché non si tratta tanto di una funzione quanto di una paternità. E non si può cessare di essere padre. […] Ci si può dimettere da una carica. Ma mai da uno stato, come l’essere figlio, padre…»[1]

Dunque quello di Ratzinger è uno status nuovo, da lui scelto, e che, per il momento non trova nessuna codificazione giuridica a sostegno, ci auguriamo però che in un prossimo futuro si possa discutere della possibilità di normare questo aspetto, che rimane un nodo centrale, giacché, da studente di diritto canonico, so quanto sia importante arrivare ad una istituzionalizzazione del papato emerito.

Per Benedetto XVI è stato coniato il titolo di papa emerito: qual è la genesi e quale il fondamento canonistico di tale titolo?
Egli stesso ha scelto di assumere il titolo di ‘papa emerito’ dopo la rinuncia, a darne notizia è stata una nota della sala stampa vaticana il 26 febbraio 2013, confermando, tramite il segretario personale, mons. Georg Gänswein, che Benedetto xvi avrebbe scelto di mantenere il titolo di ‘papa emerito’ o di ‘Romano Pontefice emerito’. Ho approfondito meglio la tematica nel mio libro, ma penso che Benedetto XVI abbia scelto questo titolo alla luce del motu proprio Ecclesiae Sanctae[2]di Paolo VI, il quale è stato poi recepito, con variazioni significative nell’attuale codice: «Il vescovo, la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata, mantiene il titolo di emerito della sua diocesi»[3]. Se da una punto di vista sembra sia tutto chiaro, da un altro, alla luce di questo documento, potrebbe nascere un’obiezione, circa il perché Ratzinger non abbia invece scelto il titolo di ‘Vescovo emerito di Roma’… ebbene, anche a questo proposito ci sentiamo di rispondere con assoluta tranquillità dicendo che una equiparazione sul piano strettamente giuridico avrebbe potuto estendersi anche ad un piano ideologico, pensando il Romano Pontefice come un qualsiasi vescovo diocesano. Sul piano sacramentale non muoviamo alcun dubbio che sia così, ma non possiamo esimerci dal rammentare che il Romano Pontefice, in virtù della valida elezione canonica e dell’accettazione, abbia tutta la pienezza della suprema potestà, cioè non ha solo una funzione di vigilanza e di direzione, ma una vera e propria potestà di giurisdizione piena e suprema, ordinaria e immediata su tutta la Chiesa, quindi sia su tutte e singole le chiese sia su tutti e singoli i pastori e i fedeli, non soltanto in ciò che riguarda la fede e i costumi, ma anche in tutto ciò che riguarda la disciplina e il governo della Chiesa, potestà che appartengono solo al Romano Pontefice, pertanto il titolo assunto da Ratzinger di ‘papa emerito’ risulta essere l’unico possibile e che non generi, nel prossimo futuro, una maggiore confusione.

Quale confronto è possibile tracciare tra la rinuncia di papa Celestino V e quella di Benedetto XVI?
Vi sono diversi punti in comune tra la rinuncia di Celestino V e quella di Benedetto XVI, seppur a più di 700 anni di distanza l’una dall’altra. Innanzitutto secondo me il fatto che sia Celestino V che Benedetto XVI non si aspettavano questa nomina, deve far riflettere tanto, due uomini le cui vite sono state sconvolte e che pensavano evidentemente di passare gli ultimi anni in “pace e tranquillità”. In seconda analisi dobbiamo rilevare che entrambi hanno rinunciato nel contesto di un Concistoro, entrambi leggendo un documento, ed entrambi esprimendo il desiderio di ritirarsi ad una vita di ascesi e preghiera. Però se è vero che vi sono dei punti in comune, – anche se solo formalmente – vi sono altrettanti punti di differenza che ci fanno capire come la concezione del papato negli anni sia mutata profondamente.

Sulla rinuncia al pontificato di papa Ratzinger sono state sviluppate numerose ipotesi e illazioni: quali sono, a Suo avviso, le vere ragioni di tale storica scelta?
Purtroppo devo far notare che attorno al gesto storico e coraggioso di papa Benedetto vi sono state notevoli speculazioni, dovute anche a vecchi rancori… ad ogni modo, non ci resta che fuggire certe becere illazioni. Ciò che penso io è che Ratzinger sia arrivato alla consapevolezza che l’età avanzata e il malessere fisico non gli permettevano di svolgere appieno il suo ministero Petrino, non penso che vi siano altre ragioni legate alla sua rinuncia. Nei giorni immediatamente successivi la rinuncia, qualcuno ha evidenziato come il santo papa Giovanni Paolo II nonostante la malattia, sia rimasto “presso la croce” fino all’ultimo respiro accendendo un aspro confronto intorno alla questione, del resto, lo stesso Benedetto xvi aveva sottolineato la grande testimonianza data dal suo predecessore nell’età avanzata. Proprio questa circostanza, tuttavia, doveva invitare a una maggiore cautela: Benedetto era stato testimone tanto della scelta eroica del suo predecessore, quanto degli inconvenienti che si erano verificati nel governo della Chiesa durante la sua malattia. Da ciò si può capire come, ancora una volta, la sottolineatura del dovere personale evidenzi che il suo gesto non voleva essere né una sconfessione della diversa decisione del suo predecessore, né una sorta di impegno per il suo successore. Le stesse parole di Ratzinger durante l’intervista rilasciata al suo biografo, il tedesco Peter Seewald qualche anno prima della rinuncia, risuonano alquanto emblematiche: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi»[4]

Cosa stabilisce il Codex Iuris Canonici in materia di rinuncia al ministero petrino?
Dal punto di vista normativo, la disciplina sulla rinuncia papale trovò la sua prima codificazione espressa nella norma Quoniam aliqui, inserita da Bonifacio viii nel libro i titolo vii del Liber Sextus. La norma sarà poi codificata nel can. 221 del Codice pio-benedettino del 1917: Si contingat ut Romanus Pontifex renuntiet, ad eiusdem renuntiationis validitatem non est necessaria Cardinalium aliorumve acceptatio e, senza sostanziali cambiamenti, nel can. 332, § 2 del CIC del 1983 che così recita: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti». In questo canone si sottolineano tre aspetti, la piena libertà dell’atto, la non accettazione di quest’ultimo da parte di un’autorità superiore, e la debita manifestazione. Essendo il papato di istituzione divina e non avendo altri a cui rispondere se non a Dio stesso, la rinuncia del Romano Pontefice non ha bisogno che alcuno la recepisca, ma è immediatamente esecutiva dal momento che avviene la debita manifestazione, così come è stata dopo la Declaratio fatta da Benedetto XVI l’11 febbraio 2013. Certo, qualcuno potrebbe dire che la libertà consta del fòro interno e che nessuno tranne Dio possa leggere il cuore dell’uomo, tuttavia chi conosce bene Ratzinger non potrebbe avere nessun dubbio circa la plena libertate della sua rinuncia. Quest’ultima traspariva dalla fermezza assunta nel pronunciare quelle parole, dalla sua tranquillità nell’affrontare i giorni che seguirono, e non per ultimo, nella sua vicinanza e ammirazione verso il ministero del suo successore.

[1] L. Sapienza, La barca di Paolo, Cinisello Balsamo 2018, 200-201.

[2] Vd. Paolo vi, Lett. apost. Ecclesiae Sanctae, (6 agosto 1966), in EV, 2/752.

[3] CIC, can. 402, § 1.

[4] P. Seewald (cur.), Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Città del Vaticano 2010, 52-53.