Becoming a Vaticanist. Religious Information in the Digital Age, Giovanni TridenteProf. Giovanni Tridente, Lei è autore del libro Becoming a Vaticanist. Religious Information in the Digital Age pubblicato dalle Edizioni Santa Crocecosa significa essere un vaticanista?
L’essere vaticanista appartiene all’ambito più generale dell’informatore religioso che si occupa specificamente della Chiesa Cattolica, sia nella sua dimensione spirituale che in quella istituzionale, rintracciabile genericamente nel termine “Vaticano” ma associabile a ciò che attiene e riguarda il funzionamento della Santa Sede.

Informare sulla Chiesa cattolica, dunque, richiede delle peculiarità che vanno al di là delle procedure classiche del “semplice” giornalismo: la sua proiezione sociale è vincolata in maniera inseparabile alla sua indole spirituale, e comprendere ciò è il primo passo per un racconto giornalistico fedele alle ragioni e all’identità dell’Istituzione.

La nascita di una iniziale forma “strutturata” di vaticanismo per come lo intendiamo noi oggi può essere fatta risalire agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso, sotto il pontificato di Pio XI, quando venne organizzato un primo embrione di sala stampa vaticana. Era la famosa “banda Pucci” – dal nome del prelato della Segreteria di Stato, Enrico, che l’aveva costituita – ad occuparsi di stilare le prime note informative vaticane e passarle ad agenzie e giornali.

Facendo un calcolo aritmetico, e considerando pressappoco un ventennio per ciascun salto generazionale, possiamo dire di essere giunti alla 5ª generazione di vaticanisti; una genealogia professionale, insomma, che è “sopravvissuta”, fino ad oggi, a 8 pontificati.

Quali peculiarità presenta l’attività giornalistica in ambito ecclesiale?
Per prima cosa bisogna assumere che Chiesa e informazione non si possono separare: così come non si può informare senza necessariamente attuare un processo comunicativo, è vero anche che non si può prescindere dal trasmettere una informazione quando si parla della Chiesa e della sua missione nel mondo. Intanto, perché la sua ragione d’essere è proprio la trasmissione di una novità, il Vangelo – la Buona Notizia –, e poi perché gode di una organizzazione istituzionale – alla quale appartengono evidentemente anche tutti e singoli i suoi membri – che ruota attorno alla comunicazione di questo contenuto.

In termini più precisi, parliamo qui del compito e della missione evangelizzatrice che spetta ad ogni battezzato. E che cos’è evangelizzare se non portare a conoscenza – informare – di un altro individuo la novità contenuta appunto nel Vangelo, e cioè la salvezza dell’uomo e del mondo per opera della misericordia di Dio? Chiaramente, siamo di fronte ad un contenuto di fede, religioso, che però è ricco di spunti legati all’attualità del momento storico che ogni individuo è chiamato a vivere, e per questo nuovo.

Abbiamo già detto che la Chiesa ha una caratteristica propria che la distingue dalle altre istituzioni secolari, ed è la sua componente di “interiorizzazione”, per cui molte volte il contenuto da narrare può essere intangibile, e perciò difficile da interpretare o tradurre in numeri o opinioni. Il percorso diventa più semplice se ci si rifà agli atti “esteriori” della realtà religiosa che si deve raccontare, e quindi alle sue manifestazioni pubbliche (riti) o alle dichiarazioni dei suoi rappresentanti (discorsi, omelie, messaggi). Ma non è qui che si esaurisce il compito dell’informatore religioso. Egli deve essere capace di penetrare e poi raccontare anche quel mondo intrinseco che caratterizza la religione.

Come è cambiato il modo di fare informazione religiosa nell’era digitale?
Oggi si parla tanto dei social e della rivoluzione che questi hanno portato anche nell’ambito dell’informazione. Sappiamo bene, se guardiamo alle ultime statistiche, che oltre il 30% delle persone oggi si informa attraverso i social e solo occasionalmente ricorre ai giornali. Si dice pure che sono proprio i social i maggiori diffusori delle cosiddette bufale.

Se riflettiamo un attimo, possiamo convenire che non può essere colpa del contenitore; farlo sarebbe allontanare il problema e ritirarsi (ancora una volta) nella propria torre d’avorio delle comodità. Il contenitore “vive” di quello che ci mettiamo dentro. E a riempirlo siamo noi, liberamente: nessuno ci obbliga a postare, infatti, una foto che ci ritrae o una dichiarazione d’amore.

Allora sopraggiunge la sfida, e una domanda: che uso vogliamo fare dei social? Intanto, per il giornalista, consultarli significa ampliare il proprio campo di indagine, perché è come avere a portata di mano un’agenzia di stampa 24 ore al giorno, e questo è sicuramente un regalo.

Per quanto riguarda il problema delle bufale o delle informazioni non verificate, si apre un vasto mondo in cui operare: portare anche in questo ambiente quel contributo di interpretazione della realtà, soppesando dati e ampliando il contesto, fornendo documentazione e approfondendo le discussioni, oltre ad avere un dialogo diretto e “senza filtri” con i lettori o con i protagonisti delle vicende che potremmo/vorremmo raccontare.

Insomma, in questo nuovo contesto comunicativo e informativo siamo chiamati a formare le persone, ad accompagnarle, a chiarire loro i dubbi piuttosto che alimentarli, a semplificare i dati complessi. Noi non parteggiamo, offriamo piste interpretative per comprendere meglio.

Come deve comunicare la Chiesa oggi?
Bisogna considerare due cose. La Chiesa è sia soggetto che oggetto di informazione. Soggetto quando è essa stessa, attraverso i propri mezzi di comunicazione, i propri uffici e organismi e le proprie autorità o membri, a trasmettere all’esterno un contenuto informativo fatto di elementi di conoscenza nuovi per il pubblico, attività, iniziative, proposte spirituali che riguardano la sua organizzazione e la sua missione. Oggetto quando ciò che dice e ciò che fa, attraverso le sue autorità, istituzioni o singoli fedeli, è di interesse per l’opinione pubblica ed è consono con le regole dell’attualità (ha valore notiziabile) e perciò diviene appetibile ai mezzi di comunicazione, che a loro volta lo rilanciano nell’universo mondo.

Quando la Chiesa è soggetto di informazione essa si assume anche la responsabilità che il messaggio arrivi “bene”, “male” o “poco chiaro” al pubblico. Per cui, è fondamentale in questo ambito la preparazione, la competenza e, perché no, le “attitudini informative” dei suoi membri, o quantomeno di coloro che si occupano di “cucinare” la notizia, come si dice in gergo. Non va dimenticato che, sempre in questo caso, oltre a fare informazione si fa anche formazione, dottrinale e spirituale, perché il contenuto che viene trasmesso ha quasi esclusivamente questo tipo di impostazione.

Quando è invece oggetto di informazione, si tratta di un’azione indiretta poiché, seppure l’informazione che viene trasmessa riguarda le opere, le attività, i pronunciamenti e quindi le diverse “azioni” dell’Istituzione, non è essa stessa a gestirne la trasmissione – come nel caso precedente – ma è qualcuno che “le fa dire” qualcosa. Tale contenuto, pur rispettando i canoni del giornalismo e dell’attualità, può godere di buona ma anche cattiva copertura, nel senso che può essere aderente o meno al suo significato reale. Ciò può dipendere da numerosi fattori, tra cui si potrebbero citare come esempi, certamente non esaustivi: la simpatia nutrita dal cronista verso la Chiesa; l’adesione ai suoi insegnamenti, la preparazione e la formazione di chi è chiamato a raccontare una simile realtà.

Sono questi gli aspetti imprescindibili da prendere in considerazione per comunicare adeguatamente il messaggio cristiano in qualunque epoca. Possibilmente attraverso un apparato organizzativo abbastanza strutturato e consapevole.

Giovanni Tridente è docente di giornalismo d’opinione presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, vaticanista e studioso dell’informazione religiosa.