“Azzurri. Come la nazionale di calcio ha modellato la nostra identità” di Paolo Colombo e Gioachino Lanotte

MESE DELLO SPORT IBS.IT
Prof. Paolo Colombo, Lei è autore con Gioachino Lanotte del libro Azzurri. Come la nazionale di calcio ha modellato la nostra identità edito da UTET, in uscita il 18 maggio: in che modo la storia della Nazionale si intreccia a quella del nostro Paese?
Azzurri. Come la nazionale di calcio ha modellato la nostra identità, Paolo Colombo, Gioachino LanotteSe la Nazionale di calcio non è propriamente un simbolo ufficiale della nostra Repubblica – come tricolore, inno, stendardo, Altare della Patria ed emblema (la stella tra due rami di olivo e di quercia legati da nastro rosso con una ruota dentata sullo sfondo che spesso, però, molti ormai dimenticano) – poco ci manca. Non deve sorprendere quindi che la sua vicenda si leghi a doppio filo alla storia del Paese, dal punto di vista sia istituzionale sia sociale.

Già l’esordio della nostra rappresentativa in campo internazionale può essere visto come l’allegoria di un Paese che, nel 1910, intende scrollarsi di dosso la definizione di “Italietta”, come molti contemporanei definivano l’Italia liberale, ed entrare nel consesso delle grandi nazioni europee. Non a caso, pochi mesi prima del debutto, la nostra Federazione sceglie di abbandonare l’originaria denominazione all’inglese – FIF (Federazione Italiana del Football) – con FIGC. Sempre nel ’10, poi, prende vita a Firenze l’Associazione Nazionalista Italiana fondata da Enrico Corradini, mentre Giovanni Giolitti inizia a considerare seriamente la necessità di un intervento in Libia, definendolo nelle sue memorie definirà “una fatalità storica” per evitare che il Mediterraneo meridionale diventi “un condominio anglo-francese”.

Anche nei grandi successi raccolti in epoca fascista – vittorie ai Mondiali del ’34 e ’38 e alle Olimpiadi di Berlino del ’36 – si legge molto della storia d’Italia, pur se ancora più in chiave istituzionale che non sociale. Lo sport preferito dagli italiani, infatti, in quegli anni è ancora il ciclismo. Il regime, tuttavia, si impegna strenuamente nella politicizzazione di uno sport che può garantire visibilità internazionale. Tanto per citare un elemento sicuramente emblematico, il dirigismo fascista arriva, per volere espresso di Mussolini, a cambiare il colore della divisa, che diventa completamente nera a partire dall’amichevole con la Francia del 17 febbraio ’35 per essere utilizzata poi ai Giochi di Berlino e ai Mondiali del 1938.

Da quando il calcio è salito al primo posto nella classifica delle passioni sportive degli italiani, invece, nelle vicende della Nazionale si possono vedere riflesse anche le principali trasformazioni sociali o i cambiamenti nelle abitudini e nel costume del Paese. I capelli lunghi e i calzettoni bassi dell’ala destra ribelle Gigi Meroni quando, a metà degli anni ’60, l’onda “beat” sbarca dall’Inghilterra trascinando anche i nostri giovani alla vigilia del ‘68; la crisi di una squadra “azzurro tenebra” (parafrasando in noto romanzo di Giovanni Arpino) quando la società è attraversata dalle tensioni, paure e incertezze degli “anni di piombo”; l’urlo liberatorio di Tardelli al Mundial dell’82 che diventa metafora di un Paese desideroso di lasciarsi alle spalle anni di terrorismo, conflitto politico, aspri scontri sindacali, austerity e disoccupazione; fino ai “nuovi” e alle “nuove” azzurre che, in un mondo globale, ci ripetono costantemente che, dopo tanta strada per costruire un senso di appartenenza nazionale, è probabilmente ora di chiederci come stanno cambiando le nostre identità di fronte alle sfide del XXI secolo.

Quando e come nacque la divisa azzurra?
La Nazionale italiana di calcio esordì nel 1910 in casacca bianca con il colletto e i polsini inamidati, disputando due amichevoli a distanza ravvicinata, il 15 maggio a Milano contro la Francia (6-2) e il 26 maggio a Budapest contro l’Ungheria (6 a 1 per i padroni di casa). La tenuta era confezionata secondo criteri più conformi all’eleganza borghese che non alla praticità sportiva.

È decisamente da scartare l’ipotesi avanzata da alcuni, secondo cui la FIGC avesse optato per il colore bianco in omaggio alla tenuta della Pro Vercelli, in quel momento la compagine più forte in Italia. Quando la Nazionale debutta, infatti, i rapporti tra la FIGC e la Pro Vercelli sono tesissimi e tutti i giocatori vercellesi vengono esclusi dal debutto della Nazionale a causa di un grave episodio di insubordinazione accaduto solo pochi giorni prima, il 24 aprile. Per protestare contro il rifiuto di spostare la finale contro l’Internazionale, la Pro Vercelli aveva mandato in campo una squadra di ragazzini (alcuni intorno agli undici anni) provocando la severa sanzione della Federazione.

Molto più verosimilmente, la scelta di un colore neutro per le prime due partite – disputate a soli dieci giorni di distanza l’una dall’altra – dipese semplicemente dal fatto che non era ancora stato raggiunto un accordo sul colore ufficiale della nostra rappresentativa. Infatti, anche se il football è arrivato in Italia da una decina di anni, per il mondo del calcio italiano sono proprio quelli i mesi fondativi.

Alla luce di ciò, il colore azzurro utilizzato per la prima volta il 6 gennaio 1911 nella terza partita ufficiale dell’Italia (amichevole contro l’Ungheria, persa per 1 a 0 all’Arena Civica di Milano), più che un cambio di rotta, andrebbe considerato una sorta di inizio con “prologo”.

Le motivazioni che hanno spinto alla scelta del colore azzurro conducono direttamente a Casa Savoia tant’è vero che sul lato sinistro delle nuove maglie color azzurro cielo era cucita una croce bianca in campo rosso, cioè la croce sabauda. Il color blu intenso rappresentava il colore della Casa Reale sin dal 1360 e pare che ciò derivasse da una immagine della Vergine Maria, cui la casata era devota, ritratta con un manto color del cielo.

Nel giro di pochi anni il colore azzurro si affermò come simbolo di appartenenza all’Italia anche nelle altre discipline sportive. Va detto, tuttavia, che la divisa bianca venne conservata come tenuta alternativa all’azzurro e che in era fascista – come abbiamo visto – la Nazionale indossò, per volere di Mussolini, anche una divisa completamente nera.

In che modo il fascismo strumentalizzò le vittorie del 1934 e del 1938?
Le vittorie ai Mondiali del ’34 e ’38 furono precedute da un cospicuo “investimento” da parte del governo fascista. Mussolini, come è noto, operò una vera e propria politicizzazione dello sport facendone un terreno privilegiato per la costruzione di un’identità nazionale fascista. Basta pensare all’impulso dato dal regime alla costruzione di nuovi stadi nelle principali città, quali il Foro Mussolini a Roma, il Littoriale a Bologna, lo Stadio della Vittoria a Bari, lo Stadio Giovanni Berta a Firenze e così via, fino ad arrivare alla prestigiosa organizzazione dei Mondiali di calcio del 1934, ambito strumento per ottenere al regime sempre maggior riconoscimento internazionale.

I frutti dell’investimento fascista nell’architettura sportiva – investimento che contribuì senz’altro allo sviluppo del calcio a livello nazionale con effetti a lungo termine sull’identità di questo sport (struttura organizzativa, importanza della Nazionale, ecc..) – sono indiscutibili. A Mondiale del ’34 concluso, il bilancio per la nostra Federazione poteva ritenersi più che soddisfacente, sia sotto il profilo sportivo (per evidenti ragioni), sia sotto il profilo tecnico-organizzativo. A fronte delle spese, che erano ammontate in totale a 2.115.000 di lire, infatti, l’incasso complessivo della manifestazione era stato di 3.600.000 lire, con un attivo netto che superava il milione di lire, cui si aggiungeva la percentuale sugli incassi di 210.000 lire.

Sicuramente meno rosei furono, invece, i risultati attesi sul piano “politico”. Bisogna dire, infatti, che l’impegno fascista per lo sviluppo del calcio a livello nazionale portò anche risvolti indesiderati e a volte incontrollabili dal momento che finì per creare o rafforzare già salde identità locali e cittadine. Quindi, nonostante i due titoli mondiali del ’34 e ’38 rimangano le prime grandi vittorie sportive di un Paese non ancora avvezzo a trionfi internazionali, più che servire da agente unitario per la società, quei risultati mettono in evidenza gli scarsi esiti del tentativo del regime di creare un senso di identità condivisa attraverso il calcio.

Del resto, anche se si tratta di un dibattito sempre aperto, è ormai diventato un caposaldo interpretativo che, rispetto ai regimi instaurati in altri paesi, il fascismo non sia da considerarsi un totalitarismo a tutti gli effetti. Molti storici lo hanno definito un totalitarismo “imperfetto” individuando come ostacoli alla piena attuazione di quel disegno la presenza di due istituzioni “ingombranti” come la Monarchia e la Chiesa e il controverso rapporto con gli intellettuali e il mondo industriale. Diciamo che lo scarso raccolto nonostante l’abbondante semina del regime sul calcio viene ad aggiunge un altro tassello a questa ipotesi interpretativa: il fascismo, in definitiva, fu incapace di parafrasare la propria cultura politica in un linguaggio che suscitasse sentimenti e passioni del tutto sincere.

Quale importanza ebbe la fatidica Italia-Germania del 17 giugno 1970, definita la “partita del secolo”?
La partita fra Italia e Germania giocata il 17 giugno 1970 a città del Messico, stadio Azteca, ancor più che un fatto storico, è ormai una vera e propria icona. E quando un evento si trasforma in un’icona, le sue sfaccettature si moltiplicano, assegnandogli plurime identità e significati.

Dal punto di vista sportivo, la sua enorme fama, più che a un susseguirsi di prodezza tecniche (con qualche eccezione sicura, come nel caso del goal di Riva, o come nel caso – in certa misura ancora oggetto di infinite disquisizioni cariche di dubbi – della minima finta e del millimetrico piatto destro di Rivera che risolve l’incontro), può dirsi dovuta al rocambolesco definirsi del punteggio, alla tensione da cardiopalma che innerva i due tempi supplementari, alla sofferente tenacia che entrambe le formazioni – nella rarefazione d’ossigeno dei 2200 metri di altitudine della capitale messicana – mettono nella lotta per la conquista della finale fissata a quattro giorni dopo.

È la somma di questi elementi che spingerebbe a tributarle, secondo molti, la qualifica di “partita del secolo”.

Se proviamo a restringere progressivamente l’ottica di osservazione e cominciamo a guardarlo dal punto di vista più strettamente italiano, sempre in senso squisitamente sportivo, quell’incontro è la dimostrazione che la vittoria italiana nel campionato europeo del 1968 (e la squadra che l’ha conseguita) non era frutto di un bluff momentaneo o di fortunata casualità. E tale dato calcistico assume un forte significato socio-politico; gli atleti in maglia azzurra sono espressione della generazione che ha vissuto la Ricostruzione e il boom economico, dando letteralmente corpo alla rinascita del football italiano dopo il tragico azzeramento del disastro di Superga, nel quale scompare l’intera compagine del Grande Torino che mette a disposizione anche 11 undicesimi della nazionale.

Il calcio, come il Paese, si è lasciato alle spalle la devastazione e si è rigenerato. Però, è così che va quasi sempre con la storia: il picco di una parabola coincide con l’inizio del declino. È esploso il ’68, roboante termine di un roboante decennio.

Con quella partita finisce di fatto l’epopea di una generazione di calciatori e di lì a poco inizierà a far sentire i suoi primi vagiti un’altra, del tutto diversa, che (quasi in un processo di matrice hegeliana) dovrà uscire da un altro periodo di crisi contrappositiva per produrre una sintesi visibile e completa nel vittorioso Mundial del 1982.

È rimasta – e non senza ragioni – nella memoria collettiva e di molti commentatori l’idea che i festeggiamenti della sera del 17 giugno 1970 corrispondano alla ricomparsa del tricolore per le strade d’Italia. Vero, ma solo parzialmente. Nel nostro libro mostriamo come – per lo più dimenticata – la stessa cosa accada in seguito alla vittoria nell’Europeo del ’68. Poi, si riproporrà in forma addirittura eclatante dopo la clamorosa vittoria contro il Brasile che porta al trionfo spagnolo appunto dell’82. Crediamo che, anche qui come in tanti altri passaggi, le vicende sportive (ad una attenta lettura) si mostrino capaci di restituire lo snodarsi della storia di un Paese intero. Non è evidente, cioè, il filo che si tende fra anni ’60, 70’ e ’80?

Cosa ha significato per il sentimento nazionale il ritorno alla vittoria ai Mondiali del 1982?
Se quanto detto finora può valere riferito a una singola partita, possiamo immaginarci l’impatto di un trionfo calcistico (il cui dipanarsi sembra seguire le tappe di una geniale sceneggiatura invece che il semplice articolarsi di un calendario di eliminatorie) come il Mundial spagnolo. Ma quando ci si muove sul terreno della storiografia occorre prestare grande attenzione perché è sempre a un passo l’errore di cadere in eccessive semplificazioni generate dal reiterarsi delle vulgate condivise, che finiscono per lasciarsi alle spalle i più fedeli contorni di un tempo passato.

È ormai raro, infatti, trovare ricostruzioni degli anni ’80 che non dedichino almeno qualche battuta alla vittoria calcistica degli azzurri come allo squillo di riscossa dell’Italia in ginocchio dopo gli anni di piombo: il Mondiale conquistato grazie ai goal del risorto Paolo Rossi (che si era presentato anch’egli, come il proprio Paese, all’avvio del nuovo decennio bollato dalla corruzione, sfibrato dall’immobilismo, destinato a detta di tutti al crollo finale invece che alla rinascita) sarebbe così il segno di un’Italia in ripartenza, che si lascia alle spalle la violenza, la tensione e la crisi dei Settanta e si tuffa negli ubriacanti Ottanta dell’“edonismo reaganiano”, come si diceva allora. Vero, in qualche misura, ma abbastanza parzialmente.

L’Italia che assiste alla straordinaria affermazione dei ragazzi di Enzo Bearzot è un paese ancora in pesante crisi economica, con un’inflazione a due cifre; pochi mesi prima i terroristi sono arrivati a rapire James Lee Dozier, comandante Nato in Europa meridionale; il 19 maggio, giusto ventiquattr’ore dopo che sono stati diramati i nomi dei convocati per il Mondiale, Sophia Loren viene arrestata per evasione fiscale. Ci pare forse il quadro di una nazione in ripresa? Quella, con tutto l’enorme rispetto, è l’Italia di Spadolini, primo ministro di un governo che, compiuto da poco un anno, per sopravvivere dovrà passare attraverso un rimpasto ministeriale, segno di scarsissima coerenza e tenuta della maggioranza che lo appoggia. L’Italia rampante della ‘governabilità’ craxiana, degli yuppies e del nuovo boom economico (che, non dimentichiamolo, è poi pur sempre l’Italia degli ingannevoli ‘anni di plastica’ destinati a sfociare in Tangentopoli) è ancora di là a venire.

Pur tuttavia, detto questo, gli italiani che scendono per le strade a ballare la samba dopo l’incredibile vittoria sul Brasile, che preparano i festeggiamenti dopo il successo in semifinale sulla Polonia, che urlano la loro gioia insieme a Marco Tardelli in quella memorabile e impazzita corsa appena dopo che il pallone del 2-0 si è infilato nella rete di Harald Shumacher e che prolungano quell’urlo in una interminabile notte di caroselli in ogni luogo della penisola vedono sicuramente uno spiraglio di luce allettante davanti a sé e tornano ad assaggiare un sapore dimenticato da molto: quello, pur diluito nel suo riemergere in campo semplicemente sportivo, dell’orgoglio di sventolare il tricolore, di cantare l’inno di Mameli, di sentirsi – appunto – ciò che sono: italiani.

Come ha rimarcato in buon libro di qualche anno fa Luca Sofri, lo notò con tempestività all’indomani della finale l’autorevolissimo giornale inglese “Time”, che occupò una pagina intera per fare i complimenti alla squadra campione del mondo e la celebrò così: “Suddenly, the whole world is italian… Doesn’t it feel great to be the greatest? To be the champions, to be the first, to be the best in the world?

Certainly, it does”.

Paolo Colombo è professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università Cattolica di Milano.
Gioachino Lanotte è docente di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano. Insieme hanno scritto
La corsa del secolo. Cent’anni di storia italiana attraverso il Giro (Mondadori, 2009).

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