“Avviamento alla filologia testuale. Medioevo italiano e romanzo” di Alfonso D’Agostino

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Avviamento alla filologia testuale. Medioevo italiano e romanzo, Alfonso D’AgostinoAvviamento alla filologia testuale. Medioevo italiano e romanzo
di Alfonso D’Agostino
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Che cosa sia la filologia testuale

«Prima di cercare di dare una risposta alla domanda in oggetto, elenchiamo tre premesse:
a) Se un testo è “la registrazione d’un atto di comunicazione linguistica, che ne perpetua la possibilità di messa in atto comunicativo” e filologia è “lo studio complessivo dei fatti di lingua”, il significato dell’espressione “filologia testuale” (o critica del testo o ecdotica) non è però immediatamente deducibile dalle due precedenti definizioni e dunque richiederà una serie di approfondimenti e di precisazioni.

b) L’ecdotica si applica a qualunque testo scritto, pertanto a qualsiasi testo linguistico, ma anche, sia pure con le debite differenze, ad altri tipi di testi, in particolare a quelli musicali (“filologia musicale”). E per quanto si dirà, alcuni principî dell’ecdotica, pur se non tutta la metodica connessa, possono essere utili in altri campi, come quello delle arti dell’immagine (pittura, fotografia, cinema ecc.). Tuttavia il campo che qui ci interessa è quello letterario e dunque necessariamente linguistico, dato che un’opera letteraria è veicolata da una lingua o, nel caso dei testi cosiddetti mistilingui, bi- o plurilingui, da due o più lingue. Ci occupiamo di testi scritti in lingue naturali, indipendentemente dal loro contenuto; il nostro settore specifico è quello letterario, ma s’intende “letterario” nel senso più ampio possibile, così da inglobare anche testi filosofici, giuridici, religiosi, scientifici ecc.

c) In questo libro ci occuperemo in modo specifico di testi medievali italiani e romanzi, cioè di testi, scritti in quelle lingue, che hanno visto la luce prima dell’invenzione della stampa, e dunque sono stati vergati su manoscritti, tramandati inizialmente sempre da manoscritti e in un secondo tempo anche da stampe, a parte quelli che si trovano tuttora nello stato d’inediti. Peraltro dopo l’invenzione della stampa, i testi continuano a esser copiati a mano e per lungo tempo vengono anche diffusi in duplice tradizione (a volte a stampa, a volte manoscritta, a volte entrambe), finché il manoscritto resta quasi esclusivamente nell’àmbito della scrittura dell’autore e la stampa s’incarica della pubblicazione e della diffusione del testo. Sempre con l’andar del tempo il ms. è in parte sostituito dal dattiloscritto e recentemente dalla scrittura su ordinatore elettronico. Quindi anche dopo Gutenberg, e perlomeno fino all’invenzione della macchina per scrivere, i manoscritti hanno grandissima importanza: pertanto non mi pare del tutto corretto dividere sull’asse cronologico una filologia dei manoscritti da una filologia dei testi a stampa. In conclusione ci occuperemo di testi medievali, anche se in modo sporadico sarà conveniente ricorrere a qualche caso tratto dalla letteratura posteriore, fino alla piú recente. […]

La filologia testuale o critica testuale o critica del testo o ecdotica è un complesso di tecniche e attività storico-investigative che si propongono per lo meno tre finalità:
a) La ricostruzione dell’originale d’un testo. Chiamo questo tipo di ecdotica filologia ricostruttiva. Quando si hanno varie redazioni attribuibili allo stesso autore, tutte da ricostruire, si può parlare di filologia ricostruttiva redazionale.

b) La ricostruzione, quando possibile, del processo per cui l’autore perviene al suo originale, attraverso lo studio e la presentazione degli eventuali abbozzi e stadî preparatori. Chiamo questo tipo di ecdotica filologia genetica. Se il risultato del mio studio è quello di ricostruire tanto l’originale, posto alla fine del processo, quanto di presentare quel processo, chiamo questo tipo di ecdotica filologia genetico-ricostruttiva.

c) La ricostruzione della tradizione posteriore all’originale come oggetto di studio importante non solo per i benefici che arreca alla filologia ricostruttiva, ma soprattutto come oggetto di studio valido di per sé, testimone di una particolare ricezione dei testi o della loro trasformazione in testi adattati o modificati, pur senza l’intenzione di creare dei testi totalmente diversi. Chiamo questo tipo di ecdotica filologia ricostruttiva della tradizione. […]

Oggi si suole chiamare filologia d’autore quella in cui si abbiano, d’un’opera, varie stesure o redazioni realizzate nel tempo dallo stesso autore. Basti pensare, per rimanere all’ambito italiano, alle tre redazioni del Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio, alle tre edizioni dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, al romanzo di Manzoni, alle liriche di Leopardi o di Montale, alla doppia redazione del Pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda e via discorrendo. Ci si riferisce per lo più ad autori moderni e contemporanei, ma anche nel Medioevo ci sono casi, certo più rari, di filologia d’autore intesa in questo senso: sempre per rimanere nell’ambito della nostra letteratura, sarà sufficiente aggiungere il Canzoniere petrarchesco o il Decameron. In molti casi i testimoni della filologia d’autore sono minute di lavoro con abbozzi e varî stadî compositivi dell’opera, ma in altri casi si tratta o di mss. in pulito, tratti da precedenti fasi elaborative, come P (Paris BN: it. 482), che in un modo o nell’altro dipende da un autografo del Decameron anteriore a quello della maturità (B = Berlin SB: Hamilton 90), o addirittura di testi già pubblicati a stampa.

Non sono troppo favorevole all’etichetta “filologia d’autore”, e preferirei chiamarla filologia della redazione, pensando appunto alla pluralità di redazioni autoriali o comunque di fasi successive di elaborazione, da contrapporre a una filologia della tradizione, quella in cui non ci sono segnali di differenti redazioni autoriali, ma si hanno solo le tracce della trasformazione del testo nelle mani dei copisti o di agenti ad essi piú o meno assimilabili, come i tipografi. È importante notare che l’una non esclude affatto l’altra, dato che possiamo avere, per es., la documentazione di varî mss. d’autore, che testimoniano d’una filologia della redazione, associati a copie non d’autore che testimoniano d’una filologia della tradizione. Inoltre va da sé che la pluralità delle redazioni non è necessariamente da attribuire sempre allo stesso autore; in molti casi si hanno varie redazioni attribuibili ad autori diversi. In alcuni generi o sottogeneri letterarî il fenomeno è addirittura endemico: penso ad esempio ai fabliaux francesi, ai cantari italiani, ai romances spagnoli e così via.

L’esito del lavoro filologico è, tipicamente, l’edizione critica d’un testo. Chiamo “edizione critica” senza ulteriori aggettivi, quella d’un testo noto in un’unica redazione e senza autografi, quindi basata sostanzialmente su una filologia della tradizione.

Se è basata su un autografo preceduto da abbozzi, stati preparatorî ecc. (filologia della redazione) la chiamo edizione critico-genetica o genocritica ; se manca documentazione “pre-testuale” e un autografo costituisce l’unica testimonianza dell’opera, si tratta di un’“edizione critica basata sull’autografo”.
Con ecdotica , termine coniato dal filologo e biblista francese Dom Henry Quentin (1872-1935) coi suoi Essais de critique textuelle (Ecdotique) del 1926 (19522), intendo, sulla scia d’Aurelio Roncaglia (1975), non solo la filologia testuale, ma anche l’attenzione ai varî aspetti dell’edizione come libro, tanto cartaceo come eventualmente elettronico o ipertestuale, compresi quindi i fatti di editing (in greco moderno “casa editrice” si dice ekdotikós óikos).

Rammento, alla fine di questo paragrafo, che con la parola apografo intendiamo un ms. (per es. B), copiato da un altro ms., detto antigrafo o modello (per es. A). Ogni ms., tranne il primo in ordine di tempo, è una copia o esemplare, in quanto derivato da un altro codice […].»

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