Avida cupiditas. Profili giuridici degli acquedotti romani pubblici nel tardo antico, Paola BiavaschiProf.ssa Paola Biavaschi, Lei è autrice del libro Avida cupiditas. Profili giuridici degli acquedotti romani pubblici nel tardo antico edito da Jouvence. Gli acquedotti rappresentano uno dei simboli più evidenti della romanizzazione: quale importanza rivestivano per la società romana?
La realizzazione, ancora in parte visibile, di infrastrutture legate alla distribuzione delle acque pubbliche rappresenta uno dei simboli più evidenti della romanizzazione in tutti territori ricompresi nell’impero romano. La storia degli acquedotti romani è una vicenda che si dipana lungo molti secoli: racconta la lunghissima vicenda del rapporto con una risorsa naturale unica ed essenziale. Sono sopravvissuti, come “giganti di pietra”, i resti di grandiosi acquedotti e quelli, altrettanto mirabili, di molti edifici termali. Le infrastrutture idrauliche non solamente servivano per l’approvvigionamento delle fontane da cui scaturiva acqua potabile e per la rete di derivazioni private che giungeva fino alle case di coloro che potevano permettersi un collegamento con i castella privata, ma rifornivano con una grande quantità di “oro blu” bagni pubblici, ninfei e terme, elementi considerati imprescindibili in ogni città romana, dalla Britannia all’Africa, dall’Hispania all’Asia. Inoltre l’acqua era indispensabile per far funzionare i mulini ad acqua: se è vero che in epoca classica essi erano minoritari rispetto alla macinazione con altri mezzi, durante il Tardo Antico l’uso di questo genere di molae va aumentando considerevolmente. Un esempio paradigmatico a Roma sono i grandi mulini del Gianicolo, il colle romano su cui si erano concentrate le attività di macinazione di grano e di cereali. Naturalmente, se il territorio della penisola italiana è sempre stato caratterizzato da una notevole ricchezza di sorgenti e fonti di altissima qualità organolettica e di notevole abbondanza, la conquista delle regioni collocate in Africa e in Asia mise i Romani di fronte a problemi inediti dovuti alla scarsità d’acqua e alle frequenti siccità; di fronte a tali varietà climatiche, essi risposero, cercando di assicurare ad ogni città, a costo di enormi sforzi di carattere ingegneristico e architettonico, ciò che ritenevano necessario: un acquedotto pubblico e delle strutture termali. Queste opere erano divenute, in un certo senso, il marchio della romanizzazione.

Quali norme del diritto romano regolavano la costruzione e la manutenzione degli acquedotti?
Non vi è dubbio che punto di partenza primario è l’operetta di Frontino De aquaeductu (I secolo d.C.), che è unica per la messe di informazioni tecniche (ingegneristiche, ma anche topografiche, sociologiche e giuridiche) in merito agli acquedotti della città di Roma. Per quanto riguarda l’epoca classica, le fonti sopravvissute sono soprattutto di carattere epigrafico (per lo studio di questo materiale consiglio la lettura delle opere della giusromanista italiana Lauretta Maganzani), mentre, per il Tardo Antico, possediamo anche molte costituzioni imperiali (ossia leggi) racchiuse nel Codice Teodosiano e nel Codice Giustinianeo, in particolare nei titoli De aquaeductu.

Quali obblighi ricadevano sui proprietari dei fondi sui quali transitavano gli acquedotti?
I giardini adorni di fontane zampillanti, i ninfei, i balnea, le terme private di ville splendide e lussuose e di palazzi abitati dai grandi funzionari di Costantinopoli, piuttosto che dall’aristocrazia romana in Campania o in zone residenziali di Roma avevano bisogno di un costante e abbondante rifornimento idrico cui i ricchi proprietari non volevano facilmente rinunciare; d’altra parte le fontane pubbliche nelle grandi città, così come i mulini e gli edifici termali, erano numerosi e costantemente attivi. È evidente che, per far sopravvivere in piena attività queste enormi infrastrutture, la manutenzione doveva essere costante e attenta, richiedendo: pulizia dai pericolosi depositi di calcare (che potevano occludere le tubature), procedure per estirpare rovi e sterpaglie, manutenzione delle strutture architettoniche e chiusura delle perforazioni abusive, controlli continui lungo le canalizzazioni per verificare eventuali danni e per sorvegliare un eventuale abuso; ciò richiedeva un impiego di grandi quantità di denaro. Per questo c’era grande attenzione e rigore nei confronti dei doveri dei privati sui cui fondi gravava il passaggio di acquedotti pubblici. I proprietari dei fondi dovevano rispettare le distanze dalle canalizzazioni, lasciando uno spazio nel quale era severamente proibito piantumare alberi o seminare; questa zona doveva essere tenuta pulita da rovi ed erbacce per permettere ai tecnici di compiere la manutenzione e per evitare che radici o sterpaglie danneggiassero le strutture. Inoltre le tubature che giungevano alle case e ai terreni privati dovevano avere dimensioni concordate con l’amministrazione ed era considerato un grave illecito condurre derivazioni abusive oppure anche aumentare clandestinamente il diametro di quelle per le quali una concessione effettivamente esisteva. Ovviamente le necessità dei singoli venivano posposte a quelle della collettività: tuttavia l’abusivismo rimase sempre una grande piaga da combattere, una piaga, a dire il vero, non solo presente in epoca romana, ma anche nella nostra attualità.

Quali mutamenti interessarono la gestione degli acquedotti pubblici nel Tardo Antico?
Il Tardo Antico è un’epoca di grandi trasformazioni che coinvolgono quasi tutti gli aspetti della società e dell’economia: uno degli scopi della mia ricerca è stato quello di verificare se e quali forme di mutamenti abbiano interessato la gestione degli acquedotti pubblici a partire dal principio del IV secolo fino al VI secolo d.C., dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa, della lotta contro gli abusi totali o parziali, dell’impegno atto a contrastare il degrado delle strutture e a garantire la loro manutenzione costante, delle tipologie di pene comminate in caso di trasgressione delle norme stabilite e del rapporto, sempre difficile e controverso, tra pubblico e privato. A fronte della grande omogeneità ingegneristica e stilistica delle strutture architettoniche sparse in tutto l’impero, è possibile chiedersi quali differenze possono, riscontrarsi dal punto di vista legislativo e dell’applicazione delle costituzioni imperiali, nelle varie aree dell’impero, in particolare tra Oriente e Occidente, stante la diversissima conformazione territoriale, morfologica e climatica delle diverse regioni dell’impero.

Se l’epoca tardoantica vede assottigliarsi sempre più la costruzione ex novo di acquedotti pubblici, permane inalterata la volontà di tenerli in uso quanto più possibile: certamente si nota come implacabilmente, con il trascorrere del tempo, la pars Orientis fiorisca e rimanga costante l’afflusso di fondi destinati agli acquedotti, mentre in Occidente la situazione si deteriora sempre più, mano a mano che la disgregazione diviene completa. Ciò nonostante, anche dopo il crollo della pars Occidentis, possiamo riscontrare nel re Teodorico, il personaggio chiave dell’epoca, un interesse profondo, sia di carattere personale, sia di stampo politico (comunicativo e propagandistico), secondo quella che era una tradizione consolidata sin dall’epoca dei Principato per rafforzare il rapporto con la popolazione di origine romana e soprattutto con le aristocrazie locali. Non vi è dubbio che la politica di recupero edilizio sia un punto fondamentale del programma di Teodorico: la popolazione romana, ossia la maggior parte degli abitanti dell’Italia, ma soprattutto le classi elevate, che si trovavano, dopo le guerre che avevano devastato la penisola, ad essere quasi stordite e traumatizzate davanti alla degenerazione del tessuto urbano, vedevano negli antichi monumenti un segno tangibile tanto della potenza del passato, quanto della fragilità e della degenerazione economico-sociale attuali. Teodorico non si limita ad occuparsi di città potenti come Ravenna o che fossero simbolo dell’antico splendore, come Roma, ma pone la sua attenzione anche su centri di medie o piccole dimensioni, come Parma, Vercelli, Abano, Spoleto. Le Variae di Cassiodoro comunicano l’impegno per creare un mondo in cui i servizi funzionino ancora, nonostante la carenza di fondi, lo stupore di fronte alla grandezza non più raggiungibile del passato e anche il disappunto di fronte al disinteresse dei singoli, anche potenti, nei confronti del benessere collettivo. Tutto ciò non fa che confermare l’ipotesi per cui gli acquedotti, nella loro magnificenza architettonica ed efficienza tecnologica, costituivano un simbolo visivo di straordinaria potenza e di incontestabile splendore della grandezza romana, cui Teodorico non voleva rinunciare: molto interessante notare come un aspetto di notevole rilievo nel programma teodoriciano è proprio il recupero degli edifici termali: essi rappresentano, come si è visto, uno dei principali segni della potenza di Roma, della pervasività della sua cultura e un simbolo della possibilità, per coloro che appartenevano a questa civiltà, di permettersi anche il superfluo. Con l’arrivo dei Bizantini in Italia questo interesse andò scemando: l’imporsi pervasivo dei valori cristiani rendeva la cura del corpo molto meno centrale rispetto a quella dell’anima.

Quali provvedimenti legislativi imperiali si occuparono in epoca tardo antica delle acque pubbliche?
Oggetto del presente lavoro è stata la gestione delle acque nelle aree cittadine, soprattutto quelle metropolitane, e solo marginalmente quella delle zone rurali, caratterizzate da altri tipi di problemi rispetto a quelli urbani e da regole che non sono contenute tanto nelle costituzioni imperiali, quanto piuttosto dipendono da consuetudini e accordi di ambito locale. Per quanto riguarda città come Roma, Costantinopoli, Milano, Napoli e Ravenna, il materiale presente nei Codici Teodosiano e Giustinianeo presenta spesso, proprio per la natura del Codex Theodosianus, una stratificazione storica indicativa della scarsa efficacia di tali provvedimenti e della tipologia di problemi che dovevano essere affrontati dall’amministrazione. Si osserva come nuclei più abbondanti di produzione siano legati a particolari imperatori, maggiormente sensibili rispetto alla materia in questione: si pensi a Valentiniano I, a Teodosio I, ai figli Arcadio e Onorio e poi Teodosio II, ad Anastasio e a Zenone, per concludere con l’attivismo di cui sono oggetto molteplici realtà urbane italiane durante il regno ostrogoto del rex Teodorico, come testimoniano le Variae di Cassiodoro. A parte tali nuclei di costituzioni, che tra l’altro sono particolarmente preziosi perché permettono di ricostruire a grandi linee la politica legislativa dei singoli imperatori, non v’è dubbio che il tema degli acquedotti pubblici era considerato di importanza fondamentale da tutti coloro che intendevano proporre una politica di comunicazione efficace. I provvedimenti che trattano specificamente il tema della manutenzione e della sorveglianza degli acquedotti romani, minacciati dal pericolo delle frodi e del degrado, si trovano in parte sparse sotto titoli diversi, ma sono conservate soprattutto sotto la rubrica De aquaeductu, sia nel Codice Teodosiano (nove costituzioni), sia in quello Giustinianeo (undici costituzioni): in quest’ultimo si trovano, per ragioni di ordine cronologico, sei provvedimenti non presenti nel Teodosiano. In ogni caso la legislazione sull’argomento giunge nel Codex Iustinianus fino alle riforme varate dallo stesso Giustiniano. Inoltre, sparse nei due Codices, si trovano diverse leggi che si possono ricondurre strettamente al tema: in tal modo il romanista oggi può lavorare su qualche decina di costituzioni, ben distribuite nell’arco del tempo da Costantino alla redazione del Codex Iustinianus, che costituiscono un corpus prezioso, foriero di un notevole bagaglio di informazioni, cui vanno aggiunte quelle ricavabili dal materiale epigrafico, di non lieve entità, e dalle notizie indirette provenienti dalle fonti letterarie.

In particolare, una delle caratteristiche più interessanti di questo gruppo di costituzioni consiste nell’essere fondato meno di molti altri su una serie di “provvedimenti d’urgenza”: di sovente, invece, vi si reperiscono norme decisamente più ordinate e meditate, portato evidente di una storia secolare che, soprattutto dall’epoca iniziale del principato, fu caratterizzata da una particolare attenzione per la distribuzione e per la gestione dell’acqua tramite la costruzione e la manutenzione degli acquedotti pubblici, opere che ancor oggi, quando sopravvissute all’ingiuria dei secoli, appaiono come manufatti ingegneristici mirabili.

Come venivano disciplinate le derivazioni abusive dagli acquedotti pubblici?
I rimedi messi in campo andavano dal porre in essere severi controlli delle canalizzazioni private, al censimento dei documenti di concessione, a manovre più severe come il divieto tout court di porre in essere derivazioni private, come avviene per l’Aqua Claudia a Roma al tempo di Onorio e per l’Aqua Hadriana a Costantinopoli sotto Teodosio II, in concomitanza con il restauro delle Terme di Achille, il ritorno nella capitale d’Oriente, sotto Zenone, del carattere pubblico di fontane divenute con il trascorrere del tempo private, tramite il principio, sancito in C.11.43.9 per cui quod publicum fuerit aliquando, minime sit privatum, sed ad communes usus recurrat.

Una disposizione legislativa particolarmente interessante è C.Th.15.2 4, risalente al regno di Teodosio I, nella quale si stabilisce che il diametro delle tubature dovrà dipendere dall’ampiezza dell’edificio servito, aprendo il campo a un acceso dibattito sull’esistenza di concessioni di tipo reale a fronte di quelle tradizionali di carattere personale: probabilmente non vi fu una riflessione giuridica consapevole, quanto piuttosto fu trovato un sistema pratico semplice che poteva essere facilmente controllato senza perdersi in mille casi specifici: idea senz’altro brillante che morì poco dopo essere nata, anche in questo caso non tanto per una volontà avversa, quanto per essere stata risucchiata nei meandri dei rescritti, spesso fraudolenti, vantati dai privati come testimonianze di un diritto acquisito, un metodo piuttosto efficace per aggirare i ripetuti divieti sanciti nelle costituzioni imperiali.

Le pene per i trasgressori tendono ad alternarsi nel tempo, anche a seconda della specie di illecito e si attestano in particolare su due tipologie: la confisca del fondo che si è avvantaggiato grazie a una derivazione parzialmente o totalmente abusiva, oppure una multa che diviene sempre più gravosa, fino ad Anastasio che, invece, dispone una pena pecuniaria più moderata. Per gli uffici pubblici, del prefetto della città o del pretorio, implicati nella concessione contra legem o nella procedura per ottenere il rescritto fraudolento, sono previste pene altrettanto severe. La reiterazione dei provvedimenti a distanza anche di breve tempo, accompagnati da espressioni di forte impatto retorico come l’allusione alla vetiti furoris audacia (Teodosio I in C.Th.15.2.4) o all’avida cupiditas (Onorio in C.Th.15.2.6), fanno comprendere tutto il fastidio della cancelleria imperiale nei confronti di atteggiamenti ripetuti e apparentemente non estirpabili.

Ciò che sembra emergere dalle costituzioni in modo sempre più evidente è la preoccupazione crescente nei confronti di un fenomeno che non vede come protagonisti tanto trasgressori indigenti, spinti dalla disperazione della carenza di acqua da bere o per irrigare piccoli fondi, quanto piuttosto personaggi abbienti, nei confronti dei quali risulta imbarazzante vietare annosi comportamenti illeciti e soprusi. Le costituzioni ci rendono edotti in particolare della situazione in contesti urbani o suburbani: coloro che derivavano abusivamente (soprattutto con abusi parziali) l’acqua sentivano la necessità di mantenere perfettamente approvvigionate d’acqua le loro proprietà: tali necessità cominciarono già in epoca classica, ma fu nel Tardo Antico che la situazione divenne realmente problematica.

Paola Biavaschi è Professoressa Associata di Diritto Romano e Diritti dell’Antichità nonchè Direttrice dei Progetti Formativi CIM e CED presso il Dipartimento di Scienze Umane e dell’Innovazione per il Territorio – DiSUIT dell’Università degli Studi dell’Insubria

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