Professoressa Tortorelli, Lei è curatrice del libro Aurum. Funzioni e simbologie dell’oro nelle culture del Mediterraneo antico pubblicato per i tipi de L’Erma di Bretschneider: quali funzioni assumeva l’oro nell’antichità?
Aurum. Funzioni e simbologie dell'oro nelle culture del Mediterraneo antico Marisa Tortorelli GhidiniNon è facile rispondere a questa domanda, soprattutto se si tiene conto della varietà di contesti e di ambiti storico-culturali che inevitabilmente sono chiamati in causa quando parliamo di “antichità” o anche di “mondo antico”. Gli studi contenuti in “Aurum” rifiutano l’ottica classicista, collocandosi in un’area di civiltà, il Mediterraneo antico, intesa come unità culturale all’interno della quale agiscono forti diversità ma anche costanti e fruttuose comunicazioni.
Il volume riflette sui motivi che possono aver portato ad attribuire all’oro un valore prioritario in senso etico o religioso, ma anche economico, nella molteplicità delle culture antiche prese in considerazione. La ricchissima documentazione fornita dai vari saggi permette di interrogarsi sulla questione se siano le proprietà materiali dell’oro (incorruttibilità, lucentezza, malleabilità, scarsità e così via) o soprattutto le valenze simboliche in termini religiosi e politici a fornire i criteri di rilevanza per attribuire questa posizione privilegiata all’oro (talora anche in senso negativo, come strumento di corruzione) e se quindi si possa parlare dell’oro, come dice Giuseppe Cambiano, come di un “vero e proprio universale transculturale”.
Tutte le culture esaminate fanno uso o costruiscono gerarchie di valore in cui l’oro occupa il grado più alto. In questo senso, la scelta del tema dell’oro è assai felice: anche i metalli nel loro sistema, non solo gli animali, come voleva Lévi-Strauss, sono “buoni da pensare”. Accanto a un relativismo culturale, come dice Natale Spineto nelle conclusioni, “osserviamo una continuità e somiglianza di funzioni, collegata in parte alla pregnanza simbolica dell’oro e alla diffusione storica dei sensi dell’oro. Continuità e discontinuità”.

Dalle monografie presenti nel volume si rileva la forza simbolica dell’oro nella cultura classica: quali valori simbolici erano attribuiti al prezioso metallo?
Nella Grecia antica, cui sono dedicati molti dei contributi presenti nel volume, d’oro sono gli ornamenti, gli attributi e persino le stesse raffigurazioni degli dèi. L’oro è il metallo preferito dai re e dai vincitori nei giochi ma è anche il metallo privilegiato da Efesto, l’artigiano divino, per forgiare armi o figure divine. Omero accenna di frequente a oggetti d’oro, talvolta di fabbricazione divina, utilizzati da eroi o dèi. L’oro è metafora di gerarchia di valore, come emerge chiaramente nella correlazione tra stirpi e metalli. Nel racconto esiodeo delle razze che prende l’avvio dal cryseon genos, l’oro caratterizza il mondo degli dei e della prima stirpe umana che ha vita divina. Il mito ritorna con varianti nella nobile menzogna della Repubblica platonica che riguarda tipi di uomini, non stirpi intere, correlati anch’essi ai metalli, e nel Cratilo in cui Platone spiega che Esiodo chiama aurea quella generazione di uomini non perché è realmente d’oro ma buona e virtuosa, seguendo la classificazione dei metalli corrispondente simbolicamente a una gerarchia etica e sociale applicata alla comunità umana. A differenza degli altri metalli, pur vitali nella società arcaica, l’oro conosce la formazione di un mito.

Quali erano i significati dell’oro nella tradizione culturale dell’Antico Egitto?
Nel corso della millenaria storia della terra del Nilo l’oro è stato sempre centrale, laddove altri materiali di pregio e importanza simbolica e commerciale come l’argento o le svariate pietre dure e da costruzione (lapislazzuli, turchese, granito, diorite, quarzite) hanno subito, a seconda dei diversi periodi storici, sorti differenti e spesso contraddittorie. Tutti abbiamo negli occhi le immagini strabilianti dei tesori che le tombe dei faraoni hanno restituito nel corso dei secoli: anelli, pettorali, gioielli, e soprattutto le maschere antropomorfe dei sovrani, immagini parlanti dell’eterna gloria del re d’Egitto. Il sodalizio fra oro e cultura egiziana è stato certamente favorito dalla grande abbondanza del minerale, estratto nel paese sia in ampie e famose miniere che a livello di filoni auriferi fluviali. Nel corso del tempo l’abbondanza e la facile reperibilità del metallo in Egitto è divenuta così proverbiale che molti sovrani del vicino Oriente scrivevano al faraone per ottenerne grandi quantità da impiegare nelle proprie corti. Si comprende come il simbolo del potere e della ricchezza del faraone e della sua corte sia costantemente associato agli dèi che il sovrano stesso incarna sulla terra. Un caso appare assolutamente indicativo: le montagne erano ritenute la sede degli dèi sulla terra, il simbolo di quel colle primordiale da cui all’origine dei tempi il dio sole Ra sorse all’orizzonte per creare l’universo. L’emergere dell’oro dal ventre della montagna ripropone, anche sul piano concreto, una sorta di rinascita del sole e di continuo contatto con la divinità.

L’oro era un elemento costante nella mitologia greca
Nel quadro generale che abbiamo detto mediterraneo, la situazione della civiltà micenea si pone come potenziale luogo d’intermediazione culturale e di trasformazione funzionale, forse già evidente nell’incertezza dell’identificazione dell’ideogramma dell’oro nel greco miceneo. Le tradizioni mitiche e culturali relative all’oro nella civiltà greca ci forniscono uno straordinario repertorio d’immagini, alcune delle quali paradigmatiche, quale lo splendore dell’oro che si ricava dai numerosissimi epiteti aurei che definiscono dei e dee, re e regine, uomini e donne o il “valore” dell’oro, esibito come segno di potere o strumento di seduzione. Tra le numerose storie legate all’oro, un esempio di leggenda plurisecolare è quella dell’ariete dal vello d’oro, nota a Omero ed Esiodo, che ha ispirato Eschilo, Sofocle, i poeti tragici, per giungere alla Medea di Euripide e ad Apollonio Rodio che ne immortaleranno definitivamente il mito. La testa d’ariete è un simbolo parlante che non si riduce alla simbologia di una ricchezza agro-pastorale e di un potere aristocratico, ma sottende la valenza del potere regale o divino, legata al possesso/dominio sull’oro e al suo accumulo, e all’ideologia del tesoro su cui si fonda, come nota Giovanna Greco, una regalità voluta dagli dèi.

Che valore simbolico assunse l’oro nella tradizione romana?
Nel contesto romano, soprattutto imperiale, il valore, per così dire, positivo dell’oro trova la sua più efficace trasposizione in chiave di metafora nella mitica rappresentazione degli aurea saecula, “il tempo edenico – come lo definisce Arturo De Vivo nel volume – della primitiva storia del mondo e dell’uomo, ma anche paradigma ideologico di rinnovamento al quale aspirare”. È noto che la propaganda politica augustea, soprattutto attraverso la poesia, ha celebrato il ritorno all’età dell’oro (si pensi alla IV ecloga di Virgilio). Accanto a questa valutazione, emerge, soprattutto nella storiografia e nella letteratura, espressione di ambienti più vicini alla tradizionale aristocrazia senatoria, una valutazione, per così dire, moralistica e politica dell’oro come strumento di corruzione di una società ormai irrimediabilmente decaduta e dedita solo all’accaparramento sfrenato dell’oro altrui. A ciò si unisca la prospettiva moralizzatrice dell’impero che tiene a freno l’avaritia dei popoli disinnescando il potere disgregativo dell’oro, valorizzato come risorsa economica di una comunità, o anche la linea politica di moralizzazione dei costumi, che comporta sobrietà nell’uso pubblico dell’oro. Sicuramente ambiguità, le stesse ambiguità di una società oramai estremamente complessa e stratificata al suo interno, e i cui riverberi si riversano inevitabilmente sul prosieguo della complessa storia che dal mondo romano giunge al tardo-antico cristiano e al mondo medievale e, tramite questa, fino al nostro mondo globalizzato, di cui la stessa società romana imperiale appare come una sorta di anticipazione rallentata.

Nell’introduzione al testo da Lei curato, Ella dichiara che esso nasce dal Suo interesse per le lamine orfiche: qual è il valore simbolico e documentario di questi reperti?

Il volume sull’oro è dedicato a Giovanni Pugliese Carratelli, amico e maestro “prezioso”, con cui ho condiviso l’interesse per queste piccole lamine d’oro, trovate in tombe, in varie località della Grecia, della Magna Grecia e di Creta, datate tra il V secolo a.C. e il II d.C., su cui è inciso un formulario straordinario a carattere escatologico. A differenza dell’obolo di Caronte, che funziona come “moneta” per pagarsi il passaggio all’Ade, le lamine sono “simbolo”, nel valore etimologico del termine, oggetto simbolicamente tagliato in due, capace di ricongiungere la vita alla morte e di ribaltare la morte in nuova vita. Queste sottilissime sfoglie d’oro che accompagnano il defunto nel suo viaggio oltremondano uniscono alla preziosità del supporto la “preziosità” di un messaggio che testimonia il prestigio terreno del proprietario e la sua purezza morale, e garantisce al defunto il passaggio dalla morte del corpo alla vita dell’anima e la sua trasformazione da uomo a dio. In tal senso, le riflessioni introduttive, sebbene volte essenzialmente allo studio delle laminette auree orfiche e della loro funzione escatologica, costituiscono il filo rosso che “lega” tutto il volume, quell’“Aurum” che, come dice Francesco Paolo Casavola, “con il suo vestito di carta e il corpo di tanti pensieri” ci aiuta a riflettere meglio sul mondo storico e su noi stessi.

*Per i riferimenti a Giuseppe Cambiano, Francesco Paolo Casavola, Riccardo Di Donato, cfr. “Archivio di Storia della Cultura”, anno XXIX-2016, Liguori editore Napoli, pp. 205-223.