Auctorem producere. L’Apocolocyntosis nelle edizioni a stampa dall’Umanesimo sino alla rifondazione scientifica di inizio Ottocento” di Olivia Montepaone

Dott.ssa Olivia Montepaone, Lei è autrice del libro Auctorem producere. L’Apocolocyntosis nelle edizioni a stampa dall’Umanesimo sino alla rifondazione scientifica di inizio Ottocento pubblicato da Ledizioni: quale importanza riveste la satira senecana?
Auctorem producere. L'Apocolocyntosis nelle edizioni a stampa dall’Umanesimo sino alla rifondazione scientifica di inizio Ottocento, Olivia MontepaoneLa satira scritta da Seneca contro l’imperatore Claudio è per noi un documento molto importante sotto il profilo sia letterario che storico: si tratta dell’unico esempio di satira menippea latina giunto sino a noi, ed allo stesso tempo è un forte manifesto politico, contro Claudio e a favore di Nerone, appena divenuto imperatore. L’Apocolocyntosis ci offre un quadro del tutto grottesco e dissacrante dell’impero di Claudio, che scaturisce proprio dalla cerchia più ristretta di corte, e getta le basi per costruire il sostegno per il nuovo giovane imperatore. È un’opera affascinante intorno alla quale sussistono ancora molte incertezze: vi sono studiosi che mettono in dubbio la paternità senecana; lo straordinario titolo greco ἀποκολοκύντωσις non è tradito dai manoscritti che ci tramandano l’opera, ma citato dallo storico Cassio Dione, e non è accolto come originale da tutti gli studiosi; l’interpretazione stessa della parola è discussa; la data di composizione non è ad oggi fissata con certezza, così come le circostanze precise in cui fu scritta; si ha una grave lacuna nella parte centrale che purtroppo ci nasconde uno episodio del viaggio celeste di Claudio. Anche alla luce di tutte queste ambiguità, l’opera non ha mai cessato di suscitare interesse e stimolare dibattito e di essa si sono occupati alcuni dei massimi eruditi nella storia degli studi classici. Studiare la storia delle edizioni a stampa dell’Apocolocyntosis, i commenti e i saggi scritti intorno ad essa nei secoli, significa delineare un capitolo centrale e mai sopito nel nostro rapporto con l’antichità, che dall’Umanesimo arriva sino alla contemporaneità.

Quale fortuna ha avuto il testo?
La fortuna dell’Apocolocyntosis si può misurare non solo dall’alto numero di edizioni che dalla princeps del 1513 si sono succedute sino ad oggi, ma anche dalla quantità di opere ad essa ispirate che sono state realizzate nei secoli. A poco meno di un anno dall’uscita della princeps iniziò a circolare lo straordinario Iulius exclusus e coelis, ispirato proprio all’Apocolocyntosis appena riemersa e attribuito ad Erasmo da Rotterdam, che tuttavia negò sempre la paternità dell’opera. La satira fu considerata – soprattutto nella seconda metà del XVI e agli inizi XVII secolo – un ottimo modello letterario, il canovaccio ideale per esprimere una critica feroce, sul piano letterario ma anche su quello personale, sotto la ‘copertura’ di una veste satirica: è soprattutto nel Seicento che assistiamo a veri e propri scontri ‘a colpi di satire menippee’ scritte secondo l’esempio dell’Apocolocyntosis. Se ne interessarono umanisti del calibro di Giusto Lipsio e Daniel Heinsius, entrambi autori sia di menippee ispirate alla satira che di note critiche e commenti al testo. La ritroviamo agli inizi del Settecento al centro dell’Illuminismo tedesco, e alla fine del secolo sul Baltico essa viene scelta precisamente per attrarre allo studio dei classici greci e latini. Se ne occuparono Diderot e Rousseau e fu poi oggetto di lavoro per tutto il XIX secolo con la scoperta dei testimoni manoscritti.

In quali circostanze riemerse la satira senecana?
La satira non era del tutto sconosciuta nel Medioevo, era nota a Pascasio Radberto e più tardi a umanisti come Petrarca, Boccaccio, Salutati e Valla; ma è con la prima edizione a stampa pubblicata a Roma nel 1513 che essa acquisisce grande notorietà, diffondendosi tra gli umanisti, attirando l’attenzione dei massimi eruditi del secolo, e diventando un modello per la produzione latina contemporanea. Il riemergere dell’Apocolocyntosis agli inizi del XVI secolo è peraltro uno dei momenti più interessanti della sua storia, ad oggi ancora parzialmente avvolto nel mistero. Dell’edizione principe si conservano oggi pochissime copie; intorno alla figura dell’editore, Caio Silvano Germanico, si hanno scarsissime notizie, e non è possibile individuare con certezza lo stampatore. L’editore peraltro dichiara di aver tratto la satira da un misterioso codice proveniente dalla Germania, benché il testo dell’Apocolocyntosis del 1513 riveli importanti affinità con un codice della Biblioteca Vaticana, legato al nome di un grande umanista dell’epoca, Tommaso Fedra Inghirami. Quest’ultimo, allora bibliotecario della Vaticana, faceva parte dello stesso circolo che abitualmente frequentava il Silvano, ossia il circolo di Goritz, uno dei poli principali della vita intellettuale romana. Il dedicatario dell’opera è il principe Alberto Pio di Carpi, mecenate nipote di Giovanni Pico della Mirandola, coinvolto in un’aspra polemica con Erasmo da Rotterdam. La satira dunque riaffiora in connessione con gli ambienti dell’umanesimo romano, in rapporto ad alcuni dei personaggi più influenti del tempo, ma in circostanze ancora non facili da ricostruire.

Quali vicende segnano la storia editoriale dell’Apocolocyntosis dall’editio princeps sino all’edizione di F. E. Ruhkopf?
La satira conosce un momento di grandissima popolarità dopo la sua riscoperta, così che si hanno più di cento anni di intensa produzione di edizioni, commenti, serie di note e opere ispirate ad essa. Questa intensità decresce leggermente dalla metà del XVII secolo, ma l’interesse per la satira non si perde mai del tutto ed essa continua ad essere oggetto di studio ancora per tutto il XVIII secolo. La storia editoriale dell’Apocolocyntosis è particolarmente emblematica del noto, progressivo trasferimento dell’epicentro degli studi classici Oltralpe: l’ultimo editore italiano è infatti Celio Secondo Curione, alla metà del XVI secolo, e quando la satira approda nelle mani di F. E. Ruhkopf nel 1808 essa ha attraversato l’Europa in un percorso tortuoso che dall’Italia l’ha portata in Svizzera, Francia, Germania, Paesi Bassi e persino sul Baltico. Le edizioni della satira sono peraltro altrettanto emblematiche della situazione delle edizioni premoderne in generale: esse rappresentano di fatto un ricco serbatoio di materiale dimenticato e sinora inesplorato, capace di incidere anche significativamente sulla costituzione del testo classico.

Quali metodi adottarono gli editori alle prese con il testo senecano?
Nei tre secoli che vanno dall’editio princeps a Ruhkopf si evidenzia un panorama molto eterogeneo a livello metodologico, in cui la personalità e il profilo intellettuale del singolo editore hanno un ruolo primario nel determinare l’approccio al testo. È importante sottolineare quanto fossero variabili il metodo e l’apporto dato da ciascun editore in contrasto con un’idea di omogeneità e fissità che spesso accompagna ancora le edizioni a stampa di epoca premoderna. Tra gli editori spiccano in particolare per il notevole rigore metodologico personaggi come Celio Secondo Curione e Johannes Fredericus Gronovius, ma emergono congetture particolarmente interessanti e di alto valore filologico anche presso commentatori e figure di minor rilievo nella Repubblica delle Lettere come ad esempio Johannes Pontanus. L’edizione di Jan Gruter ha il grande merito di fungere da collettore di tutti i numerosissimi contributi precedenti e contemporanei, senza dunque intervenire direttamente sul testo ma segnalando i commenti, le interpretazioni e le congetture più importanti del secolo XVI. Quello seguito dalla satira è in sostanza un percorso ricco e vario, in cui gli apporti validi sono numerosi e sotto forme diverse. Sebbene non sia possibile parlare di uniformità, si possono comunque individuare alcune tendenze generali che caratterizzano l’evoluzione del testo e le metodologie adottate: in una prima fase, sino alla fine del XVI secolo, gli editori tendono ad intervenire in modo massiccio, alterando significativamente il testo di edizione in edizione; nell’arco del XVII secolo l’approccio è senz’altro più conservatore e si riscontra dunque una certa stabilità nel testo, che torna invece ad essere messo in discussione nel XVIII secolo, soprattutto da personaggi come F. C. Neubur.

Quali novità introduce l’edizione di Ruhkopf?
L’edizione pubblicata da F. E. Ruhkopf nel 1808 si distingue dalle precedenti perché con essa iniziano a riemergere i manoscritti dell’Apocolocyntosis. Mentre gli editori prima di Ruhkopf spesso dichiaravano di aver visto codici della satira senza tuttavia fornire alcuna informazione su di essi, o arrivavano perfino ad inventare la presenza di testimoni manoscritti – N. Faber nel 1587 parlava di ben sei testimoni da lui consultati –, il filologo tedesco offre nell’introduzione alla sua edizione uno spoglio in apparenza molto più sistematico dei manoscritti, indicandone con precisione la provenienza. I codici citati da Ruhkopf sono testimoni recenziori, appartenenti alle famiglie s (un codice Marciano e quattro Vaticani) e l (codici Parigini), generalmente di scarso valore per la costituzione del testo, come lo stesso editore riconosce. Troviamo dunque in questa edizione per la prima volta un apparato critico di aspetto quasi moderno, in cui compaiono citate le varianti dei codici, accanto alle congetture degli eruditi dei secoli precedenti. Tuttavia l’aspetto più interessante è che Ruhkopf – per sua stessa ammissione – non ebbe modo di vedere e collazionare i codici egli stesso, ma si servì della collazione inviatagli da altri studiosi: questo dato ci permette di rilevare che se da un lato con Ruhkopf si avverte chiaramente l’esigenza di recuperare i codici ed esaminarli per poter lavorare alla costituzione del testo, d’altra parte non si applicano ancora principi metodologici rigorosi, come la recensione attenta e l’esame autoptico della tradizione. L’edizione del 1808 fa dunque da spartiacque, collocandosi in un momento di passaggio è ancora parte della cultura che l’ha preceduta mentre si affaccia verso la nuova scienza: ha il pregio di conservare ancora l’apporto degli editori premoderni e al contempo si apre verso una nuova fase degli studi classici.

In che modo le interpolazioni hanno minato l’integrità del testo senecano?
Il testo riemerso nel 1513 era interpolato in più punti – principalmente con passi tratti da Svetonio e Giovenale – e le interpolazioni si devono probabilmente proprio allo stesso editore principe, Caio Silvano Germanico. L’aspetto più interessante delle interpolazioni è che esse furono già oggetto di dibattito presso gli editori del XVI e XVII secolo, e spesso furono anche già espunte, soprattutto con l’edizione di N. Faber del 1587: è un’edizione ottocentesca, quella di F. Haase, a volerle reintrodurre a testo, portando così alla riapertura di un dibattito sull’integrità di passi che erano già stati universalmente riconosciuti come corrotti. Il caso delle interpolazioni è dunque particolarmente rappresentativo dell’oblio in cui caddero le edizioni premoderne soprattutto dopo l’avvento dell’Altertumswissenschaft: gli editori ottocenteschi, occupati nello spoglio della tradizione manoscritta, in gran parte smisero di consultare le edizioni che precedevano la scoperta dei codici, considerandole prodotti essenzialmente soggettivi e scadenti, e conseguentemente, si persero anche gli apporti positivi di quelle edizioni, come appunto l’espunzione dei brani interpolati. In questo come in altri casi, i codici hanno solo confermato quanto era già stato rilevato nei secoli di storia editoriale della satira senecana.

Olivia Montepaone (Milano 1990) è dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. In diversi contributi apparsi in Italia e all’estero si è finora perlopiù occupata della storia editoriale dell’Apocolocyntosis nell’Europa del XVI secolo, e della personalità filologica del pensatore eterodosso Celio Secondo Curione.

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