“Attentati a Mussolini. Attività sovversive dalle carte d’archivio (1931-1941)” di Attilio Bevilacqua

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Dott. Attilio Bevilacqua, Lei è autore del libro Attentati a Mussolini. Attività sovversive dalle carte d’archivio (1931-1941) edito da Affinità Elettive: di quanti attentati a Mussolini abbiamo conoscenza?
Attentati a Mussolini. Attività sovversive dalle carte d’archivio (1931-1941), Attilio BevilacquaIl libro si occupa di presunti o presupposti attentati a S. E. il Capo del Governo Benito Mussolini, tratto da documenti dell’Archivio di Stato presenti ad Ancona. Dopo gli attentati conosciuti, vengono elencati oltre centoventi tentativi stroncati e mai messi in atto dall’enorme apparato poliziesco costituito dal regime fascista. Nella prima parte del testo ho dovuto necessariamente elencare gli attentati subiti dal Duce, in modo stringato perché sappiamo che ci sono autorevoli storici che hanno descritto in testi mirati ogni singolo attentato. Ho ritenuto necessario descrivere i sette tentativi per eliminare Mussolini, quelli che conosciamo, con i protagonisti i quali furono identificati, arrestati e – quattro di questi – uccisi.

Il primo dei tentativi fu quello dell’ex deputato socialista unitario Tito Zaniboni, che venne arrestato prima di mettere in atto il tentativo criminoso al Primo Ministro. Dalla camera dell’albergo Dragoni a Roma avrebbe dovuto sparare con un fucile di precisione a cannocchiale austriaco di marca Stayer-Mannlicher al Duce, mentre s’affacciava al poggiolo di palazzo Chigi per assistere al corteo della Vittoria. Le indagini portarono anche a un altro arresto eccellente a Torino: il generale a riposo Luigi Capello, comandante della II Armata al tempo della rotta di Caporetto, il quale venne accusato di cospirazione insieme al Zaniboni, anche se lui negò di conoscerlo. Altri complici catturati furono Ursella Angelo, Ducci Ulisse, Nicoloso Francesco, Calligaro Luigi. Le pene più pesanti furono per Zaniboni, Capello e Ursella, condannati a 30 anni. Il 7 aprile 1926 Violetta Albina Gibson, irlandese, era in prima fila tra la gente in attesa del passaggio del Duce. Questi, dopo aver inaugurato il VII Congresso di chirurgia internazionale al Campidoglio, scese insieme alle Autorità verso la folla acclamante. La Gibson esplose un solo colpo a circa due metri di distanza dal Duce colpendolo di striscio al naso, secondo il resoconto ufficiale, e non fece in tempo a spararne un altro.

Bloccata e portata via dagli uomini della scorta personale, fu consegnata alla polizia proteggendola dal linciaggio delle persone inferocite. Accertato che la donna soffriva di paranoia grave secondo le accuse delle Autorità, le venne evitata la condanna. Seguì un terzo attentato, eseguito dall’operaio Gino Lucetti con il concorso di Stefano Vatteroni, stagnino e anarchico e Leandro Sorio, anarchico, cameriere all’albergo Trento e Trieste di Roma. La mattina dell’11 settembre 1926 Lucetti lanciò una bomba -S.I.P.E.- sulla macchina con a bordo Mussolini che allora abitava a Villa Torlonia, proveniente da via Nomentana e diretta a Palazzo Chigi. L’ordigno esplose a terra causando il ferimento di otto persone che erano nelle vicinanze. Il Duce non subì alcun danno fisico. L’attentatore, inseguito da agenti di Polizia, fu subito arrestato e portato in Questura dove venne identificato in Gino Lucetti, nato ad Avenza (Carrara), proveniente dalla Francia e definitosi anarchico individualista. Lucetti ebbe una condanna a trent’anni di reclusione, Sorio a venti, Vatteroni a diciotto e nove mesi. Il quarto attentato avvenne il 31.10.1926 a Bologna, ove Mussolini si apprestava a commemorare il IV anniversario della marcia su Roma. Mentre stava transitando con la sua auto in via Indipendenza, a metà della stessa qualcuno dalla folla gli sparò un colpo di pistola. Venne subito individuato: si trattava di un sovversivo travestito da milite fascista, identificato nel sedicenne Anteo Zamboni. L’arma s’inceppò senza poter colpire Mussolini: catturato e circondato dalla folla furibonda, venne ucciso sul posto probabilmente per evitare che potesse indicare i veri mandanti. Diverse furono le versioni della sua feroce esecuzione e sulle testimonianze. Di sicuro subito dopo l’attentato qualcuno intervenne con pugnali per non farlo arrivare vivo in Questura.

Sorsero fondati dubbi se veramente fosse stato Zamboni a sparare, o un altro vicino a lui. Seguirono altri tre presunti attentati contro il Duce e dai loro processi scaturirono tre condanne a morte per aver attentato alla vita di Mussolini. Michele Schirru, sardo, emigrato negli Stati Uniti d’America, aderì al movimento anarchico; rientrato in Francia, ebbe contatti con l’organizzazione di Giustizia e Libertà. Arrivato a Roma in treno, per alcuni giorni seguì il percorso che Mussolini solitamente percorreva in macchina per arrivare a palazzo Venezia. Prima di compiere l’attentato il 3 febbraio 1931 fu arrestato nel suo albergo in compagnia di una ballerina ungherese conosciuta in precedenza. Processato dal Tribunale Speciale, ritenuto colpevole, fu condannato a morte e fucilato il 29 maggio 1931 a Roma al Forte Braschi. Domenico Bovone, antifascista, fu arrestato nella sua casa il 5 settembre 1931 dove avvenne uno scoppio. Durante la perquisizione la polizia trovò altro materiale esplodente e documenti che lo accusavano di aver complottato alla persona del Duce. Bovone confessò e venne deferito al Tribunale Speciale, che lo giudicò colpevole. Giustiziato a Roma il 17 giugno 1932 al Forte Braschi.

L’ultimo attentatore, Angelo Pellegrino Sbardellotto, emigrato in Francia giovanissimo, poi in Belgio, dove aderì all’anarchismo. Rientrato a Parigi, la Concentrazione antifascista gli fornì due bombe e una pistola per attentare alla vita di Mussolini e vendicare Michele Schirru. Arrivato a Roma, fu casualmente fermato dalla polizia: nella perquisizione gli trovarono un ordigno e la pistola. Processato e condannato a morte il 17 giugno 1932, venne condotto a Forte Braschi dove, in attesa del suo turno, dovette prima assistere alla fucilazione dell’antifascista Domenico Bovone. Questi attacchi diretti al Duce furono cavalcati dalla propaganda e dagli organi preposti per salvaguardare la supremazia dello Stato fascista, miranti a limitare le libertà dei singoli con nuove restrizioni, esasperando il clima poliziesco che ormai pervadeva l’intera Nazione.

Chi ne furono i promotori e come erano organizzati?
Per arrivare ai promotori e alle organizzazioni miranti a eliminare Mussolini c’è da descrivere da dove provengono questi documenti. Dai depositi dell’Archivio sono affiorati due cospicui volumi intatti e inediti e mai visionati, inerenti la documentazione del Commissariato di Polizia presso la Direzione Compartimentale delle Ferrovie di Stato di Ancona durante gli anni 1931-41. Comprendono nel primo: “Viaggi di alti personaggi” e “Viaggi della Famiglia Reale”; nel secondo tre fascicoli: “Complotti per attentati”, “Propositi di attentati” e “Viaggi del Capo del Governo”. Si tratta di testimonianze scritte dal valore storico molto interessante.

Sappiamo che il 15 giugno ’44 iniziò il ripiegamento dei componenti la Repubblica Sociale Italiana (Rsi) dalla Provincia di Ancona verso il nord: una vera e propria fuga dai luoghi ormai raggiunti dalle truppe alleate. Esistevano elementi repubblichini, i quali avevano il compito specifico di distruggere o traslocare interi archivi compromettenti, come quello della Milizia poi diventata Guardia nazionale repubblicana con la costituzione della Rsi. Questi due volumi sono rimasti collocati in qualche ripostiglio e sfuggiti alla traslazione. Constano di migliaia di fogli recanti propositi di attentati nella stragrande maggioranza a S.E. il Capo del Governo, raramente viene citato il nome di Mussolini. Vi sono elencati gli spostamenti in treno del Duce che allarmavano i comparti di Polizia ed Esercito, con compiti di vigilanza e controllo per evitare attentati criminosi contro la sua vita. Rarissimi invece i probabili attentati a Sua Maestà Vittorio Emanuele III, a Sua Altezza Reale il Principe ereditario Umberto II, ai componenti la famiglia Reale, al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, ad altri Enti pubblici. I comunicati di allerta partivano dal Ministero dell’Interno diretti alle Prefetture che, a loro volta, li smistavano ai vari organi di Polizia competenti in materia. Tra le tante segnalazioni di possibili attentati ci sono i viaggi di Mussolini e dei suoi familiari in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma per transitare a Falconara o Ancona, destinazione Riccione e Forlì. L’apparato poliziesco di controllo e vigilanza scattava a protezione anche degli alti esponenti del Partito nazionale fascista e dei tanti politici europei che varcavano la frontiera italiana. Tra questa documentazione c’è un lungo elenco di anarchici dislocati al di là delle frontiere italiane: di alcuni sono riportate le foto segnaletiche. Oltre a questi ci sono anche quelli che tornavano in Europa dopo essere emigrati nelle Americhe: pronti a valicare i confini per compiere attentati.

In Francia erano presenti e attivi elementi del movimento di Giustizia e Libertà, attivi nell’organizzare uomini e mezzi per attentati contro il regime. In alcuni documenti sono etichettati come appartenenti a una “setta o società segreta”. Viene citato il nome di uno dei due Rosselli, non specificato ma certamente Carlo, tra i fondatori del movimento nel 1929 a Parigi, con Emilio Lussu e Gaetano Salvemini. Vengono alla luce i luoghi di partenza degli attentatori, Lugano, Locarno, Marsiglia, Parigi, Barcellona. Descrizioni particolareggiate di esplosivi che recavano con loro, nascosti talvolta in oggetti impensabili. Rarissima è la documentazione riguardante i comunisti che, non condividendo l’operato di Giustizia e Libertà, rifiutavano qualsiasi rapporto ufficiale con la Concentrazione antifascista. Il carteggio non specifica quanti dei probabili attentati dinamitardi siano stati effettuati, ne quante vittime o danni abbiano provocato. Sappiamo che dal 1930 nessun attentato colpì il Capo del Governo, il Re o il Principe ereditario. Non conosciamo quanti dei presunti attentatori siano stati arrestati, processati, finiti nelle galere e se negli anni successivi furono coinvolti in qualche rappresaglia nazi-fascista. Ogni documento proveniente dal Ministero dell’Interno o delle Comunicazioni era diramato a tutte le Prefetture, compresa quella di Ancona, che a sua volta lo comunicava alla R. Questura, alla 108° Legione “Stamura” della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, all’VIII° Legione ferroviaria, al Comando compartimentale di Polizia presso le Ferrovie dello Stato e al Commissario capo di Polizia presso il Compartimento ferroviario di Ancona. A loro volta erano allertati tutti gli apparati di Polizia e sicurezza della città e provincia: Commissariato Archi, Porto e Ferrovia, quello di Jesi e Fabriano, il Comando divisione e compagnia dell’Arma dei carabinieri di Ancona e Jesi, Comando tenenza dei carabinieri di Senigallia, Comando circolo R. Guardie di finanza, Comando milizia stradale e portuaria, Comando aeroporto dei carabinieri di Loreto, Dirigente squadra politica-mobile, l’Ufficio stranieri e Dirigente ufficio notifiche forestali. Per arrivare a seguire la documentazione è auspicabile risalire alla situazione antecedente il 1931, per ritrovarci sugli apparati di sicurezza allarmati e schierati per la protezione delle maggiori Autorità del Regno d’Italia.

Con la proclamazione delle leggi del 1925-1926 che determinano la fine dei diritti civili e politici, l’abolizione della libertà di stampa, lo scioglimento di tutti i partiti escluso il PNF, l’abolizione delle autonomie locali sostituite dalla figura del Podestà, la soppressione dello sciopero e dei sindacati non aderenti al regime, avviene la creazione del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, il quale introdusse con l’art. 1 la pena di morte per chiunque avesse commesso atti contro la vita del Re, del Reggente, della Regina, del Principe ereditario e del Capo del Governo. Il Tribunale Speciale, indipendente dalla Magistratura ordinaria, era composto da un Presidente scelto tra gli Ufficiali generali del R. Esercito, della R. Marina, della R. Aeronautica, da cinque giudici scelti tra gli alti gradi della Milizia volontaria aventi il grado di Console. Emetteva le sentenze applicando il codice di procedura penale militare; l’imputato poteva essere assistito da un solo difensore. Le esecuzioni dei condannati a morte venivano eseguite dai militi: il plotone era disposto su due file, la prima in basso mirava alle spalle, quella in alto al capo, la distanza era a non più di sei metri dal condannato che solitamente veniva legato ad una sedia.

Il fascismo mise in opera il Servizio segreto politico e repressivo dell’Ovra, nome ancora oggi definito con varie interpretazioni, sicuramente efficace per le investigazioni, le procedure e gli interventi contro i nemici del regime. L’Ovra controllava l’intero Regno attraverso una rete vastissima di spie, a stipendio e occasionali, sparse in ogni luogo della nazione e all’estero. Riceveva soffiate e confidenze nei luoghi più disparati: osterie, ristoranti, cinema, fabbriche, alberghi, pensioni, affittacamere. Per gli albergatori c’era l’obbligo di segnalare in Questura ogni cliente che pernottava, anche se gli avventori ricercati erano sempre muniti di documenti falsi. Nessun ostacolo a diventare informatore della Polizia politica, che quindi si avvaleva di camerieri, commessi, portieri dei grandi edifici, ladri, prostitute molto efficienti; nella borghesia operavano medici, professori universitari, giornalisti, negozianti. In molti partecipavano alla losca attività di delatori pronti a denunciare il nemico antifascista e, in seguito, anche gli ebrei. In mezzo alle spie ufficiali definite affidabili, provavano a entrare in quel turpe ambiente nuovi elementi che si autodefinivano “amanti dell’Italia, del Duce, del regime”, improvvisandosi nella squallida attività di delatori.

Tra i promotori dei presunti attentati troviamo gli antifascisti italiani, molti emigrati all’estero: in quegli anni in Italia l’opposizione si era assottigliata e a fatica poteva favorire il rientro dei cosiddetti fuoriusciti (termine spregiativo usato dai fascisti) per compiere attentati al Primo Ministro. Molto attivi nel decennio 1931-1941 sono gli aderenti a Giustizia e Libertà in Francia tanto che il fascismo fece assassinare Carlo Rosselli, guida indiscussa del movimento, e il fratello Nello. Giustizia e Libertà oltre agli italiani residenti nel Regno, si avvaleva anche di anarchici di varie nazionalità. Tra i possibili attentatori spiccano spagnoli, russi, croati, sloveni, albanesi, tedeschi, austriaci.

La prima segnalazione ritrovata riguardava la Terza Internazionale Comunista, l’attentato doveva essere compiuto dallo spagnolo Ascano Abadia Francesco già segnalato e particolarmente pericoloso, Turowski russo, Gribaldi e Bascini entrambi di nazionalità italiana, con un certo Nino Lopez pronto a varcare i confini svizzeri per entrare nel Regno e raggiungere altri individui non identificati, per un attentato a Mussolini. Dove c’erano dettagliate descrizioni dei presunti attentatori si elencavano i connotati; quelli del Lopez erano: età 30 anni circa, statura media, occhi neri, capelli castani ondulati, piccola cicatrice all’occhio sinistro, porta anello con rubino nella mano sinistra. La “Concentrazione antifascista” pensò di attentare alla vita del Capo del Governo facendo comprare ai propri aderenti appezzamenti di terreno lunga la linea ferroviaria Roma-Ancona-Forlì, dove avrebbero scavato pozzi e gallerie, col pretesto di ricercare acqua, con diramazioni fino sotto ai binari, poi minarli con alto esplosivo da fare brillare al passaggio del treno del Duce.

Ci sono anche descrizioni curiose da parte dei funzionari, come quella del «noto socialista iscritto alla Rubrica di frontiera n° 25439, che da recenti segnalazioni troverebbesi in Svizzera, sarebbe stato visto a Lugano con una signora francese presunta amante, suoi connotati snella, alta circa 1,70, piuttosto magra, 40 anni, capelli biondo oro tagliati corti, viso molto sciupato, labbra carnose grosse, accuratamente ed eccessivamente dipinta.» Queste sono alcune tracce dei complotti organizzati ma sempre repressi o mai attuati presenti nel testo.

Quanto alle armi utilizzate oltre alle pistole ed esplosivi compaiono degli attrezzi non convenzionali, ma efficaci a offendere. Descrizione di una di queste: “Bastoni da passeggio, possono variare il manico in osso o in legno, il meccanismo di sparo si libera estraendo il manico che può diventare un calcio. Per rendere libera la canna e apprestare il fucile pronto allo sparo bisogna togliere il puntale in fondo. Massima allerta a chi utilizza i bastoni soprattutto se giovani che fingono di appoggiarvisi”. Altra segnalazione: da varie fonti veniva segnalato che gli antifascisti fuoriusciti avrebbero compiuto un attentato contro Mussolini: le modalità vennero confermate da varie fonti in modi diversi, ma concordavano nell’indicare come mezzo un autocarro, caricato di esplosivo o armato di mitragliatrici, lanciato a grande velocità contro la folla durante qualche cerimonia in cui fosse stato presente il Capo del Governo; oppure fatto incrociare con l’automobile del Duce dopo un attento studio degli itinerari seguiti, per scaricare contro l’automobile stessa numerosi colpi d’arma da fuoco. Probabilmente i suddetti antifascisti avrebbero approfittato degli spostamenti di Mussolini nel periodo estivo lontano da Roma.

Quali vicende caratterizzarono la visita di Mussolini ad Ancona nel novembre 1932?
Per la visita di Mussolini ad Ancona tutto l’apparato fascista impiegò valenti professionisti- architetti, scultori, pittori, decoratori, falegnami, scalpellini – al fine di preparare una scenografia fastosa. A completamento dell’opera, 50.000 lampadine colorate erano state installate su monumenti, chiese, edifici pubblici, al fine di rendere il capoluogo dorico ancora più sfavillante.

Il 2 novembre 1932 la città dorica si preparava ad accogliere Mussolini. Ancona con l’animo proteso verso il Duce stava vivendo la vigilia con vibrante attesa. Come in tutte le città visitate dal Duce o da Alte personalità fasciste, i carabinieri che ormai conoscevano i soliti anarchici, repubblicani, comunisti, socialisti, andavano a prelevarli nelle loro case e poi li consegnavano al carcere giudiziario di via Fanti, fino a quando la visita del personaggio non fosse terminata. I vecchi antifascisti quando sentivano bussare i carabinieri, non intrattenevano alcuna discussione, quasi tutti avevano la valigetta di cartone pronta con le poche cose per i tre giorni da passare al fresco. Setacciarono e fermarono gli squilibrati, gli accattoni, niente e nessuno doveva turbare la visita del Capo del Governo. Fervevano i preparativi e le disposizioni per l’evento principale, ovvero l’inaugurazione del palazzo del Littorio oltre al Monumento ai Caduti della Grande Guerra. Tutti i negozi avevano l’obbligo di esporre una bandiera in ogni vetrina, lasciando accesa l’illuminazione interna fino alle 22,30. I titolari delle attività dovevano concentrarsi in piazza Cavour la mattina del 3 alle 8,45. Gli esercizi pubblici erano obbligati a rimanere aperti e in piena efficienza. I forni erano autorizzati ad anticipare la panificazione dalla mezzanotte fino alle 7,30, per potere lasciare liberi i dipendenti.

Quanto all’ammassamento, era necessario organizzare il concentramento di mezzi diversi da quelli ferroviari, costituendo un comando di tappa. Tutti i gruppi rionali comandati dai capi con le fiamme e gagliardetti dovevano dirigersi davanti al palazzo del Littorio, con alla testa i fondatori del fascio anconetano. I fasci giovanili, inquadrati davanti alla R. Capitaneria di Porto, dovevano portarsi nel luogo stabilito dallo schieramento. Gli avanguardisti potevano intervenire solo se avevano più di 15 anni. La sezione combattenti era presente con le medaglie e le bandiere davanti al palazzo del Littorio. I volontari di guerra partecipavano intorno al labaro con fazzoletti cremisi e decorazioni. Erano presenti la sezione Nastro azzurro, con le decorazioni e le medaglie di guerra, l’Associazione nazionale del fante, con distintivi, copricapo e fazzoletto. L’Unione nazionale ufficiali in congedo doveva presentarsi in grande uniforme. L’Associazione arma artiglieria era disposta a fare ala sul viale della Vittoria. La sezione bersaglieri dislocata in piazza A. Diaz. C’erano poi: l’Associazione reduci Africa e colonie, con fazzoletto sociale e decorazioni, la Federazione nazionale carabinieri in congedo, con distintivo sociale e in camicia nera, l’Unione marinara italiana, i Premilitari muniti di maglioni o camicie nere al Comando della 108° legione Stamura, l’Associazione fascista del pubblico impiego e della scuola, tutti davanti al palazzo Littorio, l’adunata degli studenti della scuola industriale (gli alunni non in possesso della divisa potevano essere inquadrati nei reparti dell’Opera nazionale balilla), il Dopolavoro provinciale, davanti al palazzo Littorio con i labari, l’Associazione fascista delle proprietà delle Marche, davanti al palazzo Compartimentale delle ferrovie in piazza Cavour, i Sindacati fascisti professionisti e artisti in via della Piana (oggi via Menicucci), i sindacati dei trasporti in piazza S. Maria, le rappresentanze confederali, i coloni e i mezzadri invitati a presentarsi davanti al palazzo Compartimentale delle ferrovie, adunate dei lavoratori del commercio in via Calatafimi 4, infine associazioni dipendenti dal Coni, chiamati a partecipare alla manifestazione in omaggio al Duce, “Capo e restauratore di tutte le forze sportive italiane”. Nessuno doveva mancare. Tutti inquadrati con le bande musicali in testa che avrebbero suonato solo inni della rivoluzione fascista: Giovinezza, Canzone del Piave, Balilla, Inno della Legione, Inno di Roma.

La mattina del 3 novembre il treno presidenziale arrivò ad Ancona puntualissimo alle 11, preceduto un’ora prima da quello staffetta di Starace, pronto a cogliere eventuali storture nell’organizzazione di accoglienza al Duce. Alla stazione, Mussolini scese dal vagone a lui riservato con agilità e subito passò in rivista i plotoni d’onore schierati sull’attenti, il 93° fanteria “Messina” e la 108° legione “Stamura” della Milizia. Accolto dalle massime Autorità, il Prefetto Motta, il Segretario Federale Perotti, i Sottosegretari all’Aviazione Riccardi, alla Guerra Manaresi, il Capo di Stato maggiore della Milizia Terruzzi, il Podestà Moroder, il Presidente della Provincia Scoponi, i senatori Miliani e Grandi ex ministro della Guerra, gli on. Vecchini, Bartolini, Cingolani, Gai, il Console comandante la 108° legione Stamura Mollica, il Comandante della Milizia ferroviaria Grazioli, gli ex Federali Mantovani, Giorgetti e altre numerose personalità civili e religiose. Il Duce salì sull’automobile scoperta con accanto il prefetto Motta. Si udirono suonare le campane accompagnate dalle sirene provenienti dal vicino Porto. Davanti ai palazzi c’erano sei antenne con le bandiere nazionali e comunali. Sopra gli edifici di fronte alla stazione una immensa scritta con il motto, “Ancona fascista saluta il Duce”, che sarebbe stata illuminata al sorgere della sera. Al Cavalcavia alcuni grandi fasci erano pronti a essere illuminati dalle numerose lampadine.

Altri stendardi erano posizionati verso il corso C. Alberto, dove il Duce non avrebbe poi avuto modo di transitare, e in via Nazionale (via G. Marconi) fino alla Porta Pia. Nella parte scoscesa di Capodimonte numerosi vessilli tricolori, nella piazzetta della chiesa del Crocefisso due grandi fasci luminosi. Sotto i portici degli Archi dei riflessi di luce blu. L’entrata della Mole Vanvitelliana era irradiata di luce bianca. Porta Pia aveva esternamente e internamente una luce rossa, sulla mensola un grande fascio dorato con la scritta sul lato E. F. XI, al centro la scritta DUX. Altra insegna: “Duce le Camicie nere di Ancona sono pronte a seguirvi nelle opere e nel combattimento fino alla dedizione suprema”. Mentre il corteo transitava, numerosi balilla erano schierati con la fanfara dei Marinaretti. Tutte le finestre dei palazzi di via XXIX Settembre erano illuminate da palloncini alla veneziana e da drappi sui balconi.

Sugli edifici bassi e nell’albergo Milano uno stendardo con bandiere. Dall’alto del bastione di Cittadella imperava un fascio gigante di 27 metri, con la scritta DUX-DOCET-DUCET. A piazza Garibaldi (oggi piazza F. Kennedy) le piccole botteghe sotto la caserma Cialdini erano illuminate e addobbate. Negli edifici della Banca d’Italia e in quelli verso lo scalo V. Emanuele II le finestre avevano stoffe colorate sui davanzali e lampioncini alla veneziana. Nel corso principale della città V. Emanuele II (oggi corso Garibaldi) oltre alle bandiere erano posti degli scudi a ricordo delle battaglie combattute. L’illuminazione era realizzata con lampade rosse, bianche e verdi, e le vetrine dei negozi erano illuminate e con bandiere disposte in modo artistico. A piazza Roma, oltre alle antenne con gli stendardi con la Corona e l’Aquila romana, nel palazzo della Provincia sotto il portico veniva riflessa una luce azzurra. Il corteo avanzò verso piazza Cavour: nelle aiuole fasci di bandiere nazionali e comunali erano alternati a scudi delle grandi battaglie, migliaia le lampadine bianche disposte nella grande piazza. Nei palazzi delle Poste e del Littorio, sopra i cornicioni, erano posti due fasci Littori luminosi alti 8 metri, mentre le facciate erano illuminate da riflettori di luce azzurra che ne esaltavano l’imponenza. All’imbocco del viale della Vittoria le finestre degli edifici erano guarnite con drappi e stoffe di un unico colore rossastro con intermezzo di colori nazionali, nelle aree non ancora costruite, festoni e fasci di bandiere. In fondo al lungo viale sorgeva il possente Monumento ai Caduti, con fasci di luce bianca e, ai lati, luci coperte da veli rossi. Il tempio su una base di 42 metri si elevava a picco sul mare, dove il 24 maggio del 1915 una flotta di trenta navi austriache aveva intrapreso un bombardamento che causò vittime tra la popolazione e danni ingenti alla città.

Mussolini scese per la prima volta dall’auto tra l’entusiasmo del popolo fascista insieme a quello giunto dalle varie province limitrofe. Il segretario Starace offrì su un cuscino rosso una daga al Duce, il quale, con un gesto rapido, taglio il nastro tra il delirio della gente. L’Arcivescovo mons. Giardini benedì l’opera dell’arch. Cirilli. Seguirono interventi del Podestà di Ancona Moroder e del Sottosegretario Manaresi. Ripresa la strada del viale, Mussolini giunse davanti al nuovo palazzo del Littorio dove inaugurò l’opera. Tutte le Autorità erano nella struttura che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento del fascismo anconetano e provinciale. Gli venne donato un piccolo aratro d’oro costruito dai dipendenti della ditta Guerri di Jesi. Nel palazzo la visita fu breve, ma il Duce si soffermò su una mostra d’arte delle donne fasciste, complimentandosi con la delegata provinciale prof.ssa Mandolini. Accanto a lei erano schierate delle bambine vestite da contadinelle che gli offrirono fiori e prodotti della terra marchigiana. I tempi erano stabiliti, il Duce doveva ripartire per arrivare al Palazzo del Governo nella piazza del Plebiscito, dove gli androni erano invasi da una luce azzurra. La torre campanaria con luce rossastra sui lati campeggiava nella piazza, sui palazzi centinaia di lampadine rosse e gialle, con in alto la chiesa di San Domenico riflessa da luce verde. Adesso toccava al Duce affacciarsi al balcone e rispondere all’entusiasmo e alle acclamazioni della folla, contornato da Starace, Manaresi, il prefetto Motta, il segretario del partito Perotti e altre Autorità.

Si notava che era visibilmente soddisfatto: la città che lui conosceva bene – aveva partecipato come direttore dell’Avanti al XIV Congresso socialista al teatro V. Emanuele nel 1914, nello stesso anno quella popolazione aveva dato inizio alla Settimana Rossa, poi la Rivolta dei bersaglieri nel 1920, l’opposizione alle squadre fasciste nell’agosto del 1922 – adesso era fascistizzata e la gente in piazza lo acclamava per seguirlo. Il vicino palazzo del Comune aveva tutte le finestre aperte, gli interni illuminati con luci verdi e la facciata color rosso; di fronte la chiesa del Gesù rifletteva all’esterno fasci di luce verde, così come la vicina splendida chiesa di S. Francesco alle Scale e le altre chiese doriche. Al Duomo sul colle del Guasco dei riflettori illuminavano un fascio Littorio alto 20 metri. Anche il Porto entrava nella scenografia: l’arco di Traiano era illuminato nella parte frontale e laterale verso il lato sud con luce riflessa verde. La Capitaneria del Porto, gli uffici della Milizia portuale, l’Arco Clementino avevano riflettori di luci policrome indirizzate sulle facciate, dove campeggiava la parola d’ordine di Mussolini lanciata a Torino: “Camminare, costruire e se necessario combattere e vincere”. Finita la manifestazione Mussolini arrivò a Falconara dove il treno presidenziale era in attesa per riportarlo a Roma. Mentre stava salendo sulla carrozza notò un bambino che batteva le mani: si fermò e guardò con benevolenza il piccolo romano.

Quali interpretazioni è possibile fornire dello strano comportamento del Duce nel capoluogo marchigiano?
Nei giorni che precedettero la visita ad Ancona, Mussolini affrontò un tour de force per l’inaugurazione di opere nel decennale della marcia su Roma: il 23 ottobre 1932 Torino fu la prima tappa, il 25 e 26 ottobre Milano, il 28 ottobre tornò a Roma per inaugurare la Mostra della rivoluzione fascista nella sede del palazzo dell’Esposizione in via Nazionale. Due giorni dopo Mussolini arrivava a Forlì, “la città del Duce”, così chiamata per le varie opere neoclassiche costruite. Il 31 ottobre era alle 9 a Pavia, alle 14,30 dello stesso giorno altra tappa a Monza. Il 1 novembre presenziava le cerimonie a Brescia. Il 3 novembre ad Ancona. Il 4 novembre, l’ultima giornata delle manifestazioni della rivoluzione fascista, si concluse a Roma con l’inaugurazione del Foro Mussolini. Il Times, quotidiano britannico, in un articolo commentava: “Il Duce non si ferma mai”. In modo inaspettato tuttavia Mussolini, probabilmente per motivi di sicurezza o forse per altri impegni, arrivò alle 11 del mattino ad Ancona e ripartì dopo solo due ore. Probabile che il giorno successivo, 4 novembre dovendo presenziare a Roma alle grandi manifestazioni in programma e all’apertura del Foro Mussolini, preferì ritornare nella capitale nel tardo pomeriggio, senza soffermarsi su quanto l’apparato fascista aveva sperato che il Duce ammirasse la bellezza notturna di Ancona. Città che, va detto, gli era stata sempre ostile.

Attilio Bevilacqua, ricercatore della storia contemporanea di Ancona, ha raccolto documenti negli archivi cittadini al fine di ricostruire le vicende che hanno coinvolto il capoluogo dorico durante la seconda guerra mondiale. Per la casa editrice Affinità elettive ha pubblicato Ancona 1 novembre 1943 (2013), Ancona cronache di guerra (2014), Bombardate Ancona (2016), La Grande Guerra in dieci diari dimenticati (2017), Gino Tommasi (Annibale) V° Brigata Garibaldi (1° ed. 2018, 2° ed. 2020), Attentati a Mussolini. Attività sovversive dalle carte d’archivio 1931-1941 (2021).

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