Atlante di Pedagogia del lavoro, Giuditta AlessandriniIntervista alla Prof.ssa Giuditta Alessandrini professore ordinario presso l’Università di Roma Tre, curatrice del volume miscellaneo Atlante di Pedagogia del lavoro, Franco Angeli Editore, Milano 2018

Perché è fondamentale la dimensione pedagogica del lavoro?
Partiamo dalla convinzione che i temi propri della pedagogia del lavoro possano acquisire oggi una nuova cittadinanza rispetto al “primato” di una letteratura sociologica e di management che, negli anni novanta e duemila, ha fatto da padrone sulla scena culturale. oltre a quella economico-centrica orientata in gran parte agli aspetti performativi, o addestrativi del lavoro, ritenuti al tempo fondamentali. L’approccio pedagogico dà risalto al valore antropologico del lavoro: spazio alla soggettualità, attenzione ad una relazionalità positiva, attenzione ad un lavoro creativo e imprenditoriale, generativo di opportunità nel territorio, in una parola rispetto della dignità insita nel lavoro come parte fondamentale dell’umano esistere. Un elemento fondamentale relativamente al tema del lavoro oggi è la salvaguarda dei diritti umani, l’accesso da parte dell’individuo ad un lavoro decente e la garanzia di quella che possiamo chiamare l’umanizzazione del lavoro.

Quali sono gli ambiti di ricerca più rilevanti?
Ad esempio l’educazione all’imprenditorialità, lo studio e la comprensione delle skills necessarie per il futuro, la relazionalità tra generazioni nei contesti di lavoro, l’investimento sulla promozione dei talenti e sui nuovi fabbisogni professionali, i processi di innovazione ed il contributo che la formazione può apportarvi, la ricerca empirica sull’identità professionale, lo studio delle competenze, i processi di formazione continua sul lavoro, l’integrazione tra scuola ed impresa ed ancora i processi di  alternanza nella scuola (recentemente previsti come obbligatori dalla Legge 107) e di apprendistato di primo e di secondo livello.

Qual è il contributo alle politiche del lavoro e della formazione?
Gli studi sia teorici che empirici nell’ambito della pedagogia del lavoro possono contribuire ad identificare – ad esempio – le policies relative ai i processi di formazione continua gestiti dai Fondi Interprofessionali per migliorare le competenze dei lavoratori. Inoltre possono contribuire a fornire indicazioni alle agenzie preposte (ANPAL e INAP) ed al MIUR su come costruire migliori strumenti per accompagnare i processi di transizione dalla scuola alla vita attiva. Sul terreno delle organizzazioni e della PA la pedagogia del lavoro ha risposte su come definire le competenze e sviluppare progetti per il bilancio o la validazione delle competenze. Gli approcci di ricerca possono analizzare buone pratiche in ambito internazionale ed offrire una opportunità di comparazione che si può tradurre in indicazioni precise ed operative.

Come leggere le “nuove geografie” del lavoro?
L’Atlante di pedagogia del lavoro disegna alcuni percorsi narrativi proposti da una rosa di Autori, tra i più rappresentativi della disciplina a livello nazionale ed internazionale. Gli scenari della delocalizzazione e del primato della finanza rispetto all’economia, di recente hanno generato a livello planetario situazioni di crisi del lavoro (e delle sue forme di tutela) ed il persistere e l’aggravarsi di forme di disuguaglianza che mettono a repentaglio in alcuni paesi la libertà e la democrazia. Si è parlato anche in occidente di “erosione” del capitale sociale con l’aumento della povertà e delle disuguaglianze anche per le classi intermedie e possibilità di rischi per la coesistenza civile.

Il tasso di occupazione nel paese resta inferiore di ben dieci punti rispetto alla media europea laddove è poco sotto il 6%, mentre in Italia siamo al 12%. Le nuove geografie del lavoro riguardano ad esempio gli scenari della digitalizzazione e di Industry 4.0 o del coworking o del crwodfunding. Altra area i nuovi fenomeni emergenti come il disallineamento tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle disponibili, il fenomeno dell’overeducation ed infine il fenomeno sempre più significativo del lavoro agile o smart working e degli aspetti formativi e culturali che vi sono connessi.

In che modo l’investimento in educazione può incrementare innovazione e sviluppo?
L’investimento in educazione consente di sviluppare una maggiore capacità di risposta alle esigenze di competenze che si profilano nei vari contesti produttivi e nella pubblica amministrazione.
Sono convinta che la connessione tra capitale umano, ricerca e innovazione sia la pietra angolare della ripresa di competitività e dello sviluppo occupazionale nel Paese. La fotografia che ci offre l’OCSE – però – nei due recenti documenti dell’ottobre e dicembre 2017 (“Education at a Glance 2017” e “National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”) sul tema education e competenze genera senza dubbio un “velo” d’ombra: è infatti evidente il gap italiano rispetto agli altri paesi europei.

Lo sviluppo di una formazione al lavoro può avvenire in tanti modi diversi: ad esempio formazione individuale (orientamento e counselling, mentoring o coaching), duale (con l’integrazione tra ambienti scolastici e lavorativi), “capacitante” (focalizzata su capability ed agency), e la formazione delle soft skills, area sempre più considerata significativa per le competenze dei quadri e del management. Il lavoro e la formazione a e con il lavoro ha un ruolo apicale nel quadro che rende possibile lo sviluppo umano inteso al di là del solo primato della crescita quantitativa, dei valori efficientistici e funzionalistici, a scapito della qualità della vita del soggetto e della giustizia sociale.

Può presentarci brevemente alcuni temi proposti dai coautori del volume?
Non è facile dare il senso di tutti i diversi territori tematici esplorati nel volume da parte dei diversi autori. Posso comunque citare alcune aree di interesse ed alcuni temi: dal punto di vista storico é molto interessante la demistificazione dei falsi miti relativi alla contrapposizione rigida della dimensione “servile” del labor (il “ponos”) da quella alta o “liberale” (l’ergon”) nel contributo di Giuseppe Bertagna. Sempre da questo punto di vista Zago sottolinea la tensione dialettica tra le diverse realtà all’esterno delle arti liberali (otium) ed il negotium (non sempre risolta nella contemporaneità).

Costa sottolinea la funzione abilitante delle nuove tecnologie come strumento per potenziare le interazioni tra i lavoratori. Ellerani si focalizza su come le trasformazioni del lavoro diventino di fatto scenografie di innovazione. In particolare la dimensione interculturale del coworking offre forme di dialogo partecipativo che pone al centro il tema dell’alterità. U. Margiotta discute della traiettoria trasformativa del capitale umano verso il talento. Tra i contributi internazionali,apre una nuova prospettiva il contributo di Olesen. Il riconoscimento della natura soggettiva delle competenze significa che la valutazione di queste ultime dovrebbe essere focalizzata sulla natura contestuale dell’apprendimento informale. Mulder, un autore molto noto a livello internazionale descrive l’approccio alle competenze Fabio Roma descrive le ricerche PIAAC, focalizzando tra gli altri un dato di grande interesse per gli studi di pedagogia del lavoro: il 40% dei lavoratori a livello mondiale mostra un mismatch per l’ambito di studio rispetto all’inserimento professionale. Malavasi coniuga la pensabilità di una pedagogia dell’impresa con le radici di un umanesimo integrale, nell’ambito del quale la dignità della persona occupa un posto centrale anche come anelito alla crescita e al benessere. Gessler ci parla del sistema duale tedesco, tema che viene ripreso con uno sguardo alla sperimentazione dell’alternanza in Italia dal saggio di V. M. Marcone. Un altro tema molto attuale che è trattato è l’educazione all’imprenditorialità con riferimenti ad indagini internazionali. Ed infine il tema dell’apprendimento informale (Pignalberi) e di alcune buone pratiche di scuola impresa come l’esperienza di Cometa (P. Nardi e A. Mele).

La lettura di questo volume può essere utile anche ai non addetti ai lavori?
L’attenzione al futuro del lavoro sta divenendo sempre più centrale nella percezione della gente comune: paure dal sapore luddista e speranze dal colore profetico convivono di fronte ad un’accelerazione della corsa tecnologica che viene raccontata in termini banalizzanti e spesso ipertrofici dai media, scatenando fantasie orwelliane.
Ad esempio il panorama annunciato dal World Economic Forum relativo a milioni di posti di lavoro che scompariranno nel giro di pochi anni. È indubbio che occorre una risposta di tipo culturale come possibile “bussola” in questo scenario – e questo volume può indubbiamente fornirla – in modo particolare agli studenti di formazione, ai docenti di scuola, ai ricercatori ma anche alle famiglie, ed ai cittadini, a chiunque si interroghi sul futuro del lavoro e su come affrontarlo per sé o per i propri figli.