Astuzia e ragion di Stato. Modelli di politica estera europea nell’Ottocento, Paolo PizzoloDott. Paolo Pizzolo, Lei è autore del libro Astuzia e ragion di Stato. Modelli di politica estera europea nell’Ottocento edito da Aracne: quale ruolo svolse la diplomazia europea all’interno dei principali modelli di politica estera ottocentesca?
La diplomazia europea ottocentesca era profondamente diversa dalla diplomazia contemporanea. In generale, sin dalla nascita convenzionale dello Stato moderno, ossia dalla Pace di Vestfalia (1648) in poi, la diplomazia era concepita come uno strumento alternativo alla guerra per portare avanti gli interessi nazionali e la politica di potenza di un paese. In questo contesto, il ruolo principale della diplomazia era quello di perseguire i principali obiettivi di politica estera in linea con le esigenze dettate dalle ragioni dinastiche e dalla ragion di Stato.

La prassi diplomatica europea ottocentesca discendeva direttamente da quella settecentesca, che a sua volta consisteva nel perfezionamento e nella diffusione su scala europea della diplomazia italiana così come sviluppatasi durante il Rinascimento. Il periodo che intercorre tra la nascita dello Stato moderno vestfaliano e la Prima guerra mondiale può essere definito come età della cosiddetta diplomazia classica, caratterizzato da una tipologia di metodo diplomatico basato sul sistema di alleanze, sull’equilibrio di potenze e sulla segretezza dei trattati. Nell’Ottocento europeo, la struttura politica internazionale era in sostanza quella conosciuta come equilibrio di potenza in cui gli attori politici, ossia gli Stati, sono riconosciuti come titolari della piena sovranità.

Il sistema internazionale vestfaliano restò praticamente immutato per quasi centocinquanta anni. Gli Stati europei proseguirono ad intessere le loro relazioni tanto in tempo di pace che in tempo di guerra secondo dei princìpi di ormai affermato e reciproco valore, cui veniva riconosciuta una legittimità implicita. Soltanto a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, grazie anche al contributo dell’idealismo liberale del presidente americano Woodrow Wilson, la diplomazia supererà gradualmente la sua natura segreta ed arcana per trasformarsi in uno strumento più democratico volto a soddisfare gli interessi dei popoli anziché la ragion di Stato. Sarà però soltanto dal secondo dopoguerra, ossia con l’istituzione delle Nazioni Unite, che la diplomazia verrà incaricata a garantire il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e a promuovere attivamente la cooperazione tra i popoli.

Quali diversi modelli di politica estera incarnarono Talleyrand e Metternich?
Per quanto concerne la storia delle relazioni internazionali la Rivoluzione francese rappresentò la destabilizzazione dell’equilibrio di potenza che aveva caratterizzato il lungo diciottesimo secolo. Dalla Rivoluzione infatti emerse una Francia completamente lontana dai fattori di legittimazione statuale che la comunità internazionale aveva universalmente riconosciuto: il governo era illegittimo, frutto della violenza, critico nei confronti dei valori sociali, culturali, religiosi e politici tradizionali, addirittura regicida ed espansivo. Dal momento che il messaggio rivoluzionario era di portata universale, esso doveva essere esportato al di là dei confini della Francia: le guerre della Rivoluzione, oltre a legittimare la sopravvivenza della stessa, avevano lo scopo di risvegliare i popoli dal loro secolare torpore affinché rovesciassero i propri governi ed instaurassero società più eguali ed eque. Tutto ciò, tradotto in termini di realismo politico, equivaleva per l’appunto allo stravolgimento del precedente ordine internazionale.

Da questo stato di cose emersero dei modelli diplomatici volti ad impedire il processo rivoluzionario promossi dai principali ideologi della Restaurazione. Uno di questi fu il modello del legittimismo di Talleyrand e l’altro il modello di stabilità di Metternich. Per legittimità si doveva intendere un’intesa internazionale all’interno di uno schema ordinato il cui scopo fosse la preservazione di una pace fondata sul potere legittimo, sull’equilibrio delle forze e sul sistema di sicurezza collettiva per garantire l’ordine europeo tradizionale.

La grande epoca della Restaurazione inaugurò un assetto geopolitico europeo relativamente stabile che vide soltanto nel 1853, allo scoppio della Guerra di Crimea, una nuova contrapposizione armata tra le principali potenze europee.

In che modo il sapiente utilizzo dell’intrigo politico e delle astuzie diplomatiche da parte del conte di Cavour contribuirono a fare del Piemonte la potenza egemone della penisola italiana?
L’unità italiana è stata compiuta attraverso una peculiare miscela di arte diplomatica, alleanze di opportunità e sconfitte militari. La nascita dell’Italia unita fu sicuramente uno degli eventi europei più importanti della seconda metà dell’Ottocento, che insieme con la poco successiva unità della Germania, rivoluzionò l’equilibrio geopolitico dell’Europa continentale così come concepito dal Congresso di Vienna.

Come noto, fu il Piemonte a svolgere il ruolo di motore trainante dell’unificazione italiana. Essa non fu la conseguenza di un’esperienza rivoluzionaria sorta dal basso ma il frutto di manovre politico-diplomatiche promosse da alcune élite di cui Cavour fu il principale esponente.

La prassi diplomatica cavouriana presenta degli elementi davvero geniali. Uno di questi fu la partecipazione piemontese alla Guerra di Crimea per porre in rilievo in un contesto europeo la cosiddetta “questione italiana”. Altro indiscusso colpo da maestro fu la ricerca nel 1858-59 del casus belli che provocasse l’Austria a dichiarare guerra. Ancora, l’invasione nel 1860 dei territori pontifici di Umbria e Marche additando come pretesto la loro protezione dall’invasione radicale dei garibaldini dal Sud rappresentò un esempio di sottile astuzia diplomatico-militare.

I punti fermi della politica estera cavouriana furono sempre gli stessi: alleanza con le due potenze occidentali di Francia e Gran Bretagna, apertura verso la Prussia, doppiogiochismo con la Russia ed ostilità verso l’Austria. Indipendentemente dal metodo impiegato, è difficile concepire l’unificazione della penisola senza il contributo essenziale del lavoro diplomatico del primo ministro sabaudo.

Quali fasi contrassegnarono l’azione politica di Bismarck?
Dalla Guerra di Crimea in poi l’ordine internazionale stabilito dal Congresso di Vienna volto a scongiurare nuovi conflitti europei e a mantenere salda la legittima gerarchia del potere si sgretolò gradualmente e l’Europa non conobbe più lunghi periodi di pace. Forze nuove quali il nazionalismo, l’autodeterminazione dei popoli e le rivendicazioni sociali scuotevano le legittime fondamenta della vecchia Europa e sfociavano in nuove guerre rese più crudeli dall’evoluzione tecnologica dell’arte militare. Popoli giovani dalla coscienza ridestata volevano sostituire lo Stato dinastico con lo Stato nazionale; nuove potenze ascendevano a detrimento di quelle ormai obsolete; imperi in espansione si confrontavano con imperi concorrenti nella conquista del mondo e nell’espansione del proprio commercio. Una di queste potenze in ascesa era la Prussia – poi Germania – del cancelliere Bismarck.

Bismarck forgiò il nuovo sistema europeo in due tappe distinte: la prima fu quella del “ferro e sangue”, ossia quella delle guerre d’aggressione contro Danimarca, Austria e Francia; la seconda fu quella della diplomazia delle alleanze mediante cui il cancelliere riuscì a garantire il predominio europeo della Germania attraverso l’isolamento della Francia e la neutralizzazione delle rivalità degli imperi orientali di Austria-Ungheria e Russia nell’area danubiano-balcanica e la loro alleanza con il Reich tedesco.

La prima fase del “ferro e sangue” condusse all’unificazione della Germania nel 1871 e alla sua trasformazione in principale potenza europea. La seconda fase, basata su intese, trattati di alleanza, assicurazioni e garanzie consolidò un nuovo sistema europeo che durò fino allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Quale ruolo svolse il primo ministro Disraeli nell’espansionismo imperiale britannico?
Il primo ministro Benjamin Disraeli fu uno dei simboli dell’Età Vittoriana e dell’espansionismo imperiale britannico. Sotto la sua leadership la Gran Bretagna avrebbe raggiunto praticamente l’apogeo dello splendore imperiale. Con il suo attivo sostegno al programma di espansione imperiale al servizio della regina Vittoria, Disraeli contribuì in modo decisivo a recare alla Gran Bretagna quel tono maestoso, variegato e cosmopolita tipico di un grande impero mondiale.

Disraeli svolse un ruolo importante in vari settori di espansione coloniale ed imperiale britannica. Ad esempio, Disraeli riuscì a sviluppare importanti interessi inglesi sul Canale di Suez, creando una maggiore coesione all’interno dell’Impero britannico e proteggendo in modo più incisivo le linee di comunicazione imperiali. Inoltre, Disraeli trasferì il dominio dell’India britannica dalla Compagnia delle Indie direttamente alla corona. Al Congresso di Berlino del 1878, poi, egli riuscì ad annettere la strategica isola di Cipro. Svolse infine un ruolo decisivo nel contesto della rivalità anglo-russa in Asia Centrale, in particolare i Afghanistan.

Meno fortuna ebbe nel continente africano, dove la disfatta britannica di Isandlwana contro gli zulù in Sudafrica nel 1879 ne comportò le dimissioni.

Paolo Pizzolo, nato a Roma nel 1988, è laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienza Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS ‘Guido Carli’ di Roma. Attualmente è impegnato nella ricerca accademica nei settori disciplinari di Relazioni Internazionali e Studi Strategici.

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