Astrologica. Saggi e appunti 1908-1929, Aby Warburg, Maurizio GhelardiIl volume intitolato Astrologica. Saggi e appunti 1908-1929, tradotto e curato da Maurizio Ghelardi ed edito da Einaudi, raccoglie i testi più significativi – editi e inediti – che Aby Warburg ha dedicato alla storia dell’astrologia. L’interesse per tale ambito di studi è motivato dallo stesso quando affermò «è un compito storico-universale osservare nelle linee fondamentali la sopravvivenza dell’antica astrologia nell’arte moderna europea.» La sua riflessione si articola dunque «sul senso dell’astrologia, e più in generale sul rapporto tra religione, mito e antropologia, nonché sulla funzione dell’immagine e del segno.»

La celebre espressione di Warburg secondo cui «Dio si annida nel dettaglio» evidenzia proprio questo: «bisogna possedere la capacità «di sondare i profondi pozzi entro i quali si collocano le radici dell’espressione umana» […]. Occorre concentrarsi nei dettagli apparentemente irrilevanti non per soffermarvici, ma per risalire alle rappresentazioni che si sono depositate nel linguaggio, nei particolari delle immagini».

L’intento dello studioso amburghese è quello di «mostrare dal punto di vista della storia intellettuale quale forza selettiva abbia esercitato l’astrologia orientalizzante nell’assimilazione dell’eredità dell’Antico.». L’astrologia va quindi interpretata come «un metodo in base al quale si può credere e elaborare un rapporto umano e personale con il cosmo».

Come scrive Ghelardi, le indagini di Warburg «sulla storia dell’astrologia a partire dagli anni a cavallo della prima guerra mondiale sono infatti da relazionare all’ampliamento, e in certo qual modo al superamento, delle ricerche sul rinascimento come «rinascita del paganesimo antico».»

In effetti, «è il tema stesso della «rinascita» che ha radici astrologiche, in quanto affonda nel mito della renovatio. Le “rinascite” rimandano a una concezione ciclica, ai periodi ricorrenti delle mutazioni astrali che si estendono alle culture e alle civiltà, ai regni e alle religioni.»

Scrive infatti Warburg: «Siamo abituati a considerare il nuovo mondo formale dell’alto rinascimento come il risultato di una rivoluzione elementare generata, per così dire, dalla liberazione del genio artistico risvegliato in quanto percepisce adesso la propria personalità. Si immagina insomma che il genio artistico avesse preferito ignorare per un senso di superiorità il passato, cioè l’oscuro Medioevo gotico, per il quale gli dèi antichi erano una schiera di dèmoni abitanti in una peccaminosa penombra. Eppure, seguendo la tradizione tardoantica, il Medioevo aveva pur sempre conservato nella letteratura e nell’arte il ricordo del mondo antico degli dèi. […] L’ininterrotta tradizione artistica si manifesta in un ambito completamente diverso, e cioè nell’astrologia, dove per la chiesa è più difficile conseguire un compromesso. Gli dèi continuano infatti a esistere come costellazioni negli antichi simboli greci, visto che la cosmologia medievale non aveva inventato per le costellazioni alcun nuovo simbolo. Per questo nella pratica astrologica i sette pianeti (Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno) convivevano con i dodici segni zodiacali, i quali, in forma alterata ma sostanzialmente antica, apparivano nel Medioevo al Nord e al Sud come figure misteriose agli occhi dell’uomo che aveva mantenuto una memoria del passato.»

Notevole è stata l’influenza su Warburg delle ricerche di Franz Boll: lo storico dell’arte definiva l’opera di Boll, con un gioco di parole, una «opera baluardo» (Bollwerk)». Boll aveva ricomposto i frammenti della Sphaera barbarica di Teucro, grazie alla quale era stato possibile svelare «le vicende che avevano portato alla costituzione e alla diffusione della carta del cielo che aveva permesso di spiegare il significato, la circolazione e l’importanza di alcuni simboli astrologici ritenuti fino allora incomprensibili.»

«Per Boll la credenza nell’influsso delle stelle e la loro interpretazione non coincidevano, ma erano intrinsecamente connesse sicché la trattazione storica non poteva mai considerare l’una escludendo l’altra, e l’astrologia non doveva essere assimilata alla mera divinazione. […] L’astrologia antica è una dottrina che […] dipendeva da una concezione geocentrica, ove le sfere celesti erano concepite come superiori al mondo sub-lunare. […] Nel ripercorrere le fasi dello sviluppo della storia dell’astrologia Boll evidenzia come fino al volgere del XVII secolo l’astrologia avesse dominato il mondo con una capacità espansiva che nessun’altra fede era mai riuscita ad avere.»

«Prima dell’epoca ellenistica – dunque precedentemente al 300 a. C. – l’astrologia non aveva rivestito un significato particolare. Tutto il periodo della grecità classica ne era rimasto praticamente immune […]
Due erano stati i fenomeni che avevano contribuito al sorgere e allo sviluppo dell’astrologia e che erano confluiti nell’immagine astrologica del mondo: l’antica religione astrale orientale, cioè le credenze babilonesi attorno agli astri e la relativa interpretazione delle stelle, nonché la fisica e la filosofia stoiche, concezioni pregnanti della filosofia ellenistica.
L’origine dell’astrologia nel mondo ellenistico doveva essere ricondotta inizialmente alla religione orientale degli astri. La religione babilonese aveva configurato infatti le stelle e l’ellittica come uno Zodiaco con figure di animali il cui culto era stato represso cosicché le «sconfitte divinità teriomorfiche» si erano installate come dèmoni incatenati in cielo. Era stato il legame tra segni zodiacali e pianeti a conferire al sistema astrologico il suo carattere predittivo. Alla fine la religione, che aveva creato lo Zodiaco, era riuscita ad aver ragione del culto degli animali, trasformando le divinità teriomorfiche in astri luminosi che emanavano i loro raggi. In tal modo la religione si era emancipata dalle divinità animali, e il culto delle stelle era stato una sorta di sublimazione dell’idea del divino. In seguito, nel culto babilonese gli dèi, che avevano una immediata incidenza sulla vita umana al pari delle precedenti divinità forgiate dalla religione, erano stati identificati con la Luna, il Sole e i cinque pianeti della tradizione babilonese. Di qui il sorgere di precisi nomi dei segni zodiacali e dei pianeti che avevano continuato a essere attivi, delineando un sistema astrologico pratico e teorico. Tali denominazioni forgiate tra il V e il IV secolo a. C. si erano mantenute a tal punto che questa onomastica, al pari delle figure zodiacali, aveva finito per dominare l’attività profetica e la sistematica astrologica fino al XVII secolo.»

«A dispetto della profonda e aspra critica avviata dalla religione cristiana, nell’astrologia si era dunque mantenuta la più ostinata e tacita presenza di una sorta di religione naturale. L’astrologia era diventata un sistema ambivalente: era sì scienza del calcolo, ma non appena ci si interrogava sull’origine degli elementi sui quali si fondavano questi calcoli, gli astrologi erano costretti a fare i conti con ben altri principî, come ad esempio quello del rigido rapporto tra macrocosmo e microcosmo.»

«Warburg era ben consapevole che il senso e la funzione dell’astrologia erano mutati nel tempo, ma che essa non era mai scomparsa, neppure nella nostra civiltà ove l’uomo obbediva ciecamente a onde invisibili di cui aveva perduto il nesso causale. riportare alla luce quello che alla moderna razionalità appariva come una vittoria definitiva sui dèmoni astrali era però, ai fini del comune destino umano ancora profondamente immerso negli errori e nelle false fedi, uno dei compiti fondamentali per la storia della civiltà che Warburg si era posto.»

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