Astolfo sulla Luna

Astolfo sulla Luna (Orlando furioso, canto XXXIV, 48-89): parafrasi

«Nel cuore dell’Africa, non lontano dalle irraggiungibili sorgenti del Nilo, sta una città tutta d’oro, Nubia, capitale del leggendario regno cristiano dell’Etiopia, dove mai viaggiatore può metter piede, perché circondato da feroci genti pagane. Re d’Etiopia è Senàpo, detto altrimenti il Pretejanni, il più ricco sovrano del mondo, e il più infelice. Per una maledizione divina, avendo egli osato muovere alla conquista del Paradiso Terrestre col suo esercito montato su cammelli ed elefanti, Senàpo è privato della vista, e perseguitato dalle Arpie. Non può portare cibo alla bocca senza che questi uccellacci calino dal cielo e rovescino e arraffino le vivande con le unghie e i denti, e imbrattino di fetide lordure quel che resta. La maledizione durerà – dice una profezia – finché non arriverà a Nubia un cavaliere volando su un destriero alato.

Stando così le cose, il giorno che nel cielo d’Etiopia apparve l’Ippogrifo con Astolfo in sella, lo accolsero come un angelo del cielo. – Non sono un angelo né un santo, – disse Astolfo, – ma sono pronto a fare tutto quel che posso.

Si sa che nessuno ha più disinvoltura d’Astolfo nel destreggiarsi con oggetti magici ed esseri soprannaturali. Ed è inevitabile che, a forza di passar di mano in mano, ogni cosa finisca per trovare la persona più adatta per tenerla. Così l’Ippogrifo e il corno magico erano rimasti in mano ad Astolfo, che se ne serviva per viaggiare incolume attraverso l’Africa impervia e incantata, in cerca d’alleati per la santa causa di Carlo Magno.

Persuaso che, dopo l’arrivo del cavallo che vola, le Arpie non si sarebbero più fatte vive, re Senàpo dà ordine d’imbandire finalmente un banchetto come si deve, in onore dell’ospite. Non avevano ancora portato alla bocca il primo cucchiaio di minestra, quando sentono un «Coach, Coach…». I convitati alzano il capo. Un uccellaccio con la faccia d’arpia stava appollaiato sulla spalliera d’ogni sedia. Con uno strepito improvviso tutte le Arpie aprirono le ali e si buttarono sul cibo, sbranandolo e lordandolo.

Astolfo corre a slegare l’Ippogrifo e s’alza a volo. Presto il cielo fu tutto un arruffio di penne, pennacce nere e sozze di quei rapaci, e pennine candide e scattanti del cavallo alato. Astolfo dava di spada contro quei ventri gonfi, contro quelle zampe ricurve che ancora artigliavano prosciutti e provoloni. Ma lo spostamento d’aria dei fendenti faceva sì che le Arpie riuscissero a non esser mai colpite. Giù a terra si vedeva Re Senàpo piccolo piccolo che si strappava i capelli e la lordura d’uccello dal capo: neanche il cavallo alato poteva nulla contro la sua maledizione.

In quel momento Astolfo si ricordò che aveva il corno magico a tracolla. Lo porta alle labbra e soffia: al suono tremendo gli uccellacci voltano la coda e fuggono ad ali levate. Astolfo, dietro, sempre sfiatandosi a suonare.

All’orizzonte si profila un’immensa montagna sulla cui cima nascosta dalle nubi stanno le sorgenti del Nilo e il Paradiso Terrestre d’Adamo ed Eva. Ai piedi della montagna s’apre una grotta nelle viscere della terra. È la bocca dell’Inferno. Là dentro si rifugiano le Arpie.

Astolfo s’inoltra in mezzo a un fumo di pece e subito dà contro due piedi femminili che pendono a mezz’aria. Sulla soglia dell’Inferno è l’ombra d’una donna impiccata, Lidia figlia del re di Lidia, dannata per la sua ingratitudine verso chi l’amava.

Tra tutti i pellegrini che mai calarono viventi nell’Oltretomba, Astolfo è il meno incline a indagini approfondite. Finché si tratta di constatare che sulle soglie dell’Inferno stanno gli amanti ingrati e fatui e ingannatori, questo è un tema che rientra nelle sue competenze; ascolta la confessione di Lidia figlia del re di Lidia, ma più in là non s’azzarda. S’affretta a tornare fuori e a murare la bocca dell’Inferno con sassi e tronchi d’albero; perché le Arpie vi restino chiuse, certo, ma forse anche con la segreta intenzione di non farci entrare più nessuno.

Lavatosi dal nerofumo infernale, Astolfo rimonta in sella. L’Ippogrifo vola oltre le nubi, fuori della sfera terrestre, e raggiunge la cima della montagna, che s’innalza nel cielo della Luna. Sulle soglie del Paradiso Terrestre Astolfo è accolto da un santo poeta, Giovanni Evangelista. Con pacata cortesia ma senza tergiversare, Giovanni dice ad Astolfo che se crede d’esser salito lassù per qualche suo merito speciale si sbaglia di grosso: sappia che è solo uno strumento della volontà divina, per portar soccorso a Carlo Imperatore ed al suo esercito. La situazione sta in questi termini: Orlando che aveva avuto da Dio forza e invulnerabilità perché se ne servisse in difesa della santa fede, ha tralignato, innamorandosi d’una frivola pagana. Dio l’ha punito togliendogli il senno come già a Nabucodonosor, ma soltanto per tre mesi. Scaduti i tre mesi, Astolfo è stato qui chiamato appunto perché venga a riprendere il senno d’Orlando.

Nulla mai nell’universo va perduto. Le cose perse in Terra, dove vanno a finire? Sulla Luna. Nelle sue bianche valli si ritrovano la fama che non resiste al tempo, le preghiere in malafede, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato dai giocatori. Ed è là che, in ampolle sigillate, si conserva il senno di chi ha perduto il senno, in tutto o in parte.

La Luna quella notte passava proprio vicino alla montagna. Astolfo e san Giovanni Evangelista, salendo sul carro d’Elia, vedono il corno lunare farsi enorme e la Terra, là in basso, impicciolire, diventare una pallina. Per distinguervi i continenti e gli oceani, Astolfo deve aguzzare le ciglia.

Passano la sfera del fuoco senza bruciarsi, entrano nella sfera della Luna, d’acciaio immacolato. La Luna è un mondo grande come il nostro, mari compresi. Vi sono fiumi, laghi, pianure, città, castelli, come da noi; eppure altri da quelli nostri. Terra e Luna, così come si scambiano dimensioni e immagine, così invertono le loro funzioni: vista di quassù, è la Terra che può esser detta il mondo della Luna; se la ragione degli uomini è quassù che si conserva, vuol dire che sulla Terra non è rimasta che pazzia.»

tratto da Italo Calvino racconta l’«Orlando furioso» di Ludovico Ariosto di Italo Calvino, Mondadori

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link