“Arte sacra e letteratura dal Rinascimento al Barocco. Brunelleschi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio” di Marino Alberto Balducci

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Prof. Marino Alberto Balducci, Lei è autore del libro Arte sacra e letteratura dal Rinascimento al Barocco. Brunelleschi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, edito da Laterza: quale incidenza ebbero gli emblemi teologici fondamentali nell’arte cristiana dell’età d’oro italiana?
Arte sacra e letteratura dal Rinascimento al Barocco. Brunelleschi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Marino Alberto BalducciL’incidenza di questi emblemi è assolutamente fondamentale in senso formale e spirituale: si basa essenzialmente sulla fede nella possibile rivelazione estetica del divino a livello concreto, nella natura e, in particolare, nella sua sintesi somma che è il corpo dell’uomo. Infatti, nel Rinascimento, il piano divino e quello umano-naturale non sono più differenziati come nel tempo classico e, in parte, nel Medioevo. Diventano invece complementari, in senso fisico e religioso. Nel mio libro ho provato così a rintracciare la genesi di questa fiducia artistica, a partire dalla visione del padre del nostro stile architettonico moderno, Brunelleschi. Analizzando il suo linguaggio, ho riflettuto sulla interazione fra due segni simbolici basilari della creatività umana: sono il quadrato e il cerchio, forme originarie che ogni volta, nelle culture più diverse, riportano alla relazione fra la terra e il cielo, il sensibile e il sovrasensibile, il finito-definibile, l’illimitato-illimitabile e, quindi, l’indefinibile. Il quadrato e il cerchio sono infatti diagrammi dei due versanti della coscienza umana: da un lato, rappresentano la nostra natura definita nei termini dell’Io, l’attitudine ordinatrice e organizzatrice della razionalità, ma anche, dall’altro, la continua, necessaria relazione fra quest’ultimo versante e il suo imprescindibile correlativo sentimentale. L’universo del sentire è appunto un cielo infinito, cerchio senza confini che rifiuta sempre — per sua stessa natura costitutiva — il rigore di ogni schema soffocante. Il cerchio è apertura, presagio di infinitezza e porta del mistero. Il cerchio introduce; è avvertimento di ciò che il sentire amministra e la mente non vede. Senza dubbio, avendo subito il fascino delle due forme simboliche essenziali del quadrato e del cerchio, ne ho studiato le relazioni all’interno delle opere dell’architetto fiorentino e ho cercato poi di riflettere su altri esempi della nostra arte nazionale e mediterranea in genere, classica e cristiana, investigando così i rapporti geometrici interni fra queste e altre forme, altri diagrammi elaborati dall’ispirazione degli artisti e restituiti nelle opere diverse — magari secondo modi inconsapevoli e occultati — procedendo alla ricerca di una bellezza sublime, di un’armonia sempre diversa, ma che ugualmente rivela il sacro. La mia attenzione si è spostata dunque sul segno sintetico della ‘voluta’ e pure sul moto serpentinato della ‘spirale’.

Da quando in questi ultimi anni la Università di Stettino in Polonia, dove lavoro, mi ha chiesto di dedicarmi di nuovo anche all’insegnamento del patrimonio artistico-culturale del Medioevo e del Rinascimento, ho deciso di rivedere, arricchire e completare alcuni fra i più evidenti risultati delle ricerche sull’arte fiorentina e italiana in genere che ho svolto dal 1994 al 2003, nel periodo in cui la University of Connecticut – U.S.A. mi incaricò di occuparmi della formazione storico-artistica di giovani studenti universitari americani, nell’ambito del suo Florence Study Program. Ricordo che allora accettai questo incarico con entusiasmo, proprio perché esso rappresentava per me — come studioso di letteratura e dantista — la possibilità di percorrere una strada alternativa, eppure non del tutto nuova, permettendomi infatti di continuare e approfondire quelle ricerche di storia dell’arte italiana e archeologia classica che avevo compiuto in passato, ai tempi della mia formazione nell’Ateneo Fiorentino. Con il passare degli anni, uno stesso entusiasmo mi ha permesso di concentrarmi e di scrivere questo libro, provando a dare una forma compiuta ai risultati dei miei percorsi nel mondo dell’arte antica e rinascimentale.

Questi scritti sono stati ampiamente elaborati e dibattuti nell’ambito dei vari graduate seminar di Carla Rossi Academy-INITS, dal 1994 ad oggi, e senza dubbio risentono della disposizione ermeneutica di questa scuola di perfezionamento da me diretta in Toscana, essendone proprio una consapevole e volontaria testimonianza. Le ricerche sull’arte di questo volume sono infatti nient’altro che dei percorsi ermeneutici, itinerari che tendono a favorire per gradi l’identificazione e l’interpretazione dialettica dei significati profondi dell’opera d’arte. Ogni indagine diventa un viaggio all’interno del capolavoro, un viaggio che ha per scopo il riconoscimento di una fitta rete di legami che uniscono parti diverse ed evidenziano come il miracolo della bellezza si schiuda attraverso l’elaborazione e l’armonizzazione perfetta di una serie di simboli tradizionali: idee che appaiono in forme geometriche, colori, numeri, movimenti dei corpi, e anche nella necessaria integrazione di questi ultimi con lo spazio rappresentato dall’arte, o magari abitato da essa — per così dire — da un punto di vista architettonico.

Gli studi proposti in questo mio libro, nel loro indagare espressioni diverse di un diverso sentimento del tempo, si dispongono necessariamente in senso storico-diacronico e abbracciano tutti il periodo aureo della nostra creazione artistica nazionale — il Rinascimento — a partire dalla primavera fiorentina, procedendo successivamente all’indagine di misteriose corrispondenze sfumate leonardesche, come dell’ansia infinita e indefinita di Michelangelo, per poi incontrare l’ineluttabile testimonianza di crisi di quella stessa sintesi perfetta, che fu auspicata (e spesso anche realizzata) dai padri rinascimentali, nell’opera prodigiosa e spiazzante di Caravaggio. All’interno del movimento diacronico rappresentato da questo studio che segue il percorso spirituale dal Rinascimento al Barocco, nella sezione specifica dedicata a Brunelleschi, si determina anche, un necessario itinerario ulteriore al di fuori di quello stesso tempo rinascimentale che costituisce il nucleo principale dell’indagine. Si tratta di una riflessione ampia sui fondamenti classici e cristiani medievali del linguaggio brunelleschiano, una riflessione che ci consente di porci il problema del passato prossimo e remoto che lo stesso Rinascimento si trova a esaminare e con il quale si mette sempre in rapporto dialettico, alla ricerca di una possibile sintesi autonoma.

In che modo, in Brunelleschi, si sposano geometrie simboliche classiche e cristiane?
Il percorso ermeneutico più ampio mio libro è quello brunelleschiano. Nella sua prima parte si discutono le caratteristiche maggiori della passata tradizione architettonica classica e medievale con cui il grande architetto inizia un dialogare complesso che lo porterà in seguito all’espressione perfetta del suo linguaggio innovativo. In questa zona preliminare, provo a riflettere sulle relazioni fra le colonne cilindriche dei templi classici greci e il perimetro squadrato degli stessi edifici sacri, sull’integrazione fra linea e cerchio tipica dell’archivolto etrusco e romano e sul complicarsi della grammatica simbolico-architettonica a cui si assiste nel passaggio dalla tipologia romana della basilica a quella cristiana.

Di Filippo Brunelleschi, prendo in esame l’intera opera e i suoi temi principali, a partire dal miraggio dell’ideale quadratura del cerchio suggerito nel famoso Portico dell’Ospedale degli Innocenti, per procedere alla continua interferenza fra il ricordo della semisfera del Pantheon e quello della ‘mandorla mistica’ (di inequivocabile memoria gotica) nella Cupola di Santa Maria del Fiore. Per il complesso di San Lorenzo, mi soffermo poi sull’originale e classicistico riproporsi occultato del pulvinus di derivazione bizantina, e sul gioco ottico della cupola ‘a creste e vele’ della Sacrestia Vecchia, in cui la fusione impossibile tra la linea e il cerchio sembra per un attimo farsi visibile — ed è come un miracolo — nel fecondo sortilegio dell’arte. I risultati di questa particolare estetica psicagogica brunelleschiana non mancano di stupirci anche nella Cappella dei Pazzi, con le sue relazioni fra le porte ‘sacre’ e quelle ‘profane’.

Delle ultime opere di Brunelleschi, infine, cerco di evidenziare tutta l’essenza rivoluzionaria di quell’inedito linguaggio sinuoso che, nel volgersi al termine della vita creativa del maestro, conduce alle estreme conseguenze la nuova analisi moderna della spazialità, costituendo così una vera e propria testimonianza di veggenza barocca.

Quali concezioni letterarie e architettoniche esprimono Lorenzo il Magnifico e il suo architetto Sangallo?
Questo è il tema di una ricerca che si concentra su due opere dallo stesso nome Ambra: sono un poemetto e una villa campestre. Esse vengono ad essere concepite nello stesso momento cruciale per la storia della civiltà fiorentina e del Rinascimento: la fase del principato laurenziano.

La poesia di Lorenzo, a seguito dell’influsso filosofico di Ficino, presenta una personalissima rivisitazione del mito di Apollo e Dafne; ed è proprio attraverso il personaggio di Ambra — come nuova Dafne — che in simboli letterari si mostra una trasformazione dei significati di fondo dell’idea archetipica greco-latina di gloria e immortalità poetica. Simile trasformazione assume in questo caso forti connotazioni neoplatoniche e cristiane: si fonda appunto sul paradosso dell’humilitas, cioè dell’avvilimento, come preludio alla deificazione dell’umano, quando, abbandonando ogni orgoglio e dannazione narcisistica, si lascia plasmare da fuori, dalle forze operose della vita, e accetta così — semplicemente, necessariamente — il suo ruolo di servo di un’energia superiore che lo trascende. Il simbolismo geometrico e numerologico del capolavoro di Antonio da Sangallo ruota attorno ad una mistica forma ad ‘H’ dai molti significati nascosti, che alludono a una possibile sintesi fra il piano pratico e spirituale, tra fede religiosa, politica e sensualità. Il senso del suo progetto di villa di delizia si può comprendere analizzando il fregio policromo e polisenso della loggetta frontale della stessa villa. Tutto è intimamente connesso a una storia di morte e resurrezione estetica, cioè al mistero sacrale che la vivace musicalità dei versi laurenziani ci lascia cogliere in filigrana, all’ombra dei personaggi e della storia narrata.

Quali collegamenti vi sono tra Dante e Leonardo?
Verificando le relazioni fra il Rinascimento e gli albori della modernità nell’età gotica, da un punto di vista spirituale, in questo libro analizzo anche il rapporto fra Leonardo e il simbolismo maggiore della Divina Commedia. Il Poema Sacro infatti, a mio avviso, apre le porte alla modernità non solo in senso estetico ma anche filosofico-morale con la sua critica liberatoria e la visione aperta e tollerante del Cristianesimo che intimamente lo caratterizza.

In particolare, nel capitolo leonardesco, mi concentro sulla Vergine delle Rocce. Quest’opera ha un valore emblematico ai limiti dell’eresia, con riferimenti al pensiero del francescano Amedeo Mendez de Sylva e dunque alla misteriosa presenza dell’angelo Uriele. L’intera visione dantesca interpreta profondamente il messaggio cristiano e proprio per questo valorizza al massimo la funzione catartica del femminile: la Vergine Maria in essa (come le sue emissarie Lucia e Beatrice) ci mostra una forza fondamentale per la salvezza dell’anima umana. In senso psicologico questo ci avverte che il nostro equilibrio e dunque la nostra apertura al mistero infinito che salva — quello che è origine e fine, alfa e omega — hanno un legame di dipendenza con l’area femminea della coscienza, tradizionalmente associata al nostro sentire, al percepire e intuire. Su questa strada si può sperimentare un contatto beatificante con le radici purissime del nostro essere, in base al concetto di Immaculata Conceptio fondamentale per Dante e per Leonardo.

Come si sviluppa il contrasto neoplatonico tra carne e spirito nell’universo artistico e poetico di Michelangelo?
La mia riflessione su Michelangelo riguarda principalmente il gruppo scultoreo del Genio della Vittoria. Studiando la forza creativa del Buonarroti, andiamo al di là dell’equilibrio rinascimentale, nell’avvertimento di un doloroso paradosso che sembra unirsi alla neoplatonica scoperta della Divina Verità nell’arte. L’intreccio di alcune geometrie complesse — in particolare di quelle del triangolo e della voluta — si svela poco a poco nella postura serpentinata del capolavoro di Palazzo Vecchio da me analizzato, suggerendo un percorso ermeneutico particolare nell’arte e nella poesia michelangiolesche: è un molto sofferto itinerario che si articola intorno al tòpos dell’eroico e del martirio come catarsi dell’istinto. Seguendo il tema poetico-filosofico delle ‘due morti’, di importanza centrale per l’identificazione del titanismo e dell’ansia di Michelangelo, provo così a investigare la tragedia della mente lucida che resiste al mistero divino, ribellandosi alla necessità e all’urgenza della fede e imponendo dunque, come inevitabile, l’urgenza del crollo di ogni razionale equilibrio. Ma è qui che anche la predisposizione all’abbandono metafisico viene messa in crisi: a questo punto, la pace del colloquio con l’Altro è sottoposta agli attacchi della barbarie dei sensi, appunto al martirio connesso ad un oscuro richiamo della carne. È questa la ‘doppia morte’ della coscienza michelangiolesca testimoniata dalle Rime. Ed è qui che i sensi — il desiderio dell’appagamento fisico, non solo la capacità di controllo geometrico della mente lucida — sono assaliti dalla necessità del rinnegamento di sé. Senza dubbio, ogni valore terrestre deve morire come passione e come intelletto, indifferentemente: questa mi appare essere l’origine prima dell’angoscia di Michelangelo di fronte all’alterità terribile di un Infinito che non può incarnarsi più nel fisico cerchio magico dell’artista-mago quattrocentesco, di ficiniana memoria, ma che impone al contrario l’urgenza del trascendimento del limite e del pensabile, nel furore di un’esplosione che va ben oltre l’umano, deflagra ad infinitum e rompe ogni confine del sentimento razionale dell’essere.

Quali simbologie si riscontrano nella Madonna dei Pellegrini di Caravaggio?
Esaminando il capolavoro romano della Chiesa di Sant’Agostino, sono tornato a meditare su quel concetto teologico del ‘femminile materno ristrutturante’ che ho anticipato nel capitolo leonardesco del mio volume. In quest’ultimo percorso ermeneutico, ho così riflettuto sul possibile senso di quelle evidenti geometrie interne e relazioni cromatiche prodigiose che il dipinto del Merisi rivela, mostrando al suo interno un fittissimo tessuto allusivo che si addensa principalmente attorno all’emblema del serpente vorace della coda, cioè l’ourobòros, suggerendo così una possibile redenzione cristologica di ogni contrario maligno e del dramma del dualismo storico, attraverso l’abbassamento-sacrificio dell’Assoluto e della sua originaria perfezione. Con questo mio ultimo studio sulla Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, mi sono anche interrogato in generale sul senso del riproporsi irrazionalistico degli elementi che erano soliti comporre il delicato equilibrio formale cinquecentesco da parte dell’arte barocca e, in particolare, nel nuovo linguaggio sconvolgente e estremo del Merisi.

Marino Alberto Balducci è professore associato di Letteratura cristiana e Patrimonio artistico religioso alla Università di Stettino in Polonia. Laureatosi a Firenze in Letteratura italiana, ha ottenuto un Ph.D. in America, specializzandosi come dantista e insegnando a lungo letteratura e arte italiana rinascimentale per la University of Connecticut – U.S.A. Dal 1993, dirige in Toscana il centro di ricerca privato Carla Rossi Academy – International Institute of Italian Studies, http://www.cra.phoenixfound.it, coordinando programmi per ricercatori e studenti di varie università del mondo. È stato professore invitato presso le università di Basilea, Cracovia, Delhi, Genova, Melbourne, e alla Harvard Summer School. Ha pubblicato volumi e articoli su vari periodi dal Medioevo al Novecento, assieme a poesie ispirate ai suoi viaggi indiani con presentazione di Mario Luzi.

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