“Ars impossibilium. L’adynaton poetico nel Medioevo italiano” di Silvia Argurio

Dott.ssa Silvia Argurio, Lei è autrice del libro Ars impossibilium. L’adynaton poetico nel Medioevo italiano pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: cos’è, innanzitutto, l’ἀδύνατον e quali sono le caratteristiche formali di tale figura retorica?
Ars impossibilium. L'adynaton poetico nel Medioevo italiano, Silvia ArgurioL’ἀδύνατον è una figura retorica volta a descrivere un fatto o un’azione impossibili, assurdi o incredibili, mettendoli in rapporto con una o più impossibilità, solitamente di ambito naturale (ad esempio: prima che tale cosa accada i fiumi torneranno indietro alle sorgenti). Si tratta, dunque, di uno schema retorico legato al topos del mundus inversus, il mondo capovolto, che sin dall’antichità ha rappresentato una costante del pensiero collettivo.

Sebbene l’immagine che gli ἀδύνατα delineano di un mondo alla rovescia appartenga al campo dell’illogico, essi dimostrano una peculiare logicità legata a specifiche funzioni. Lo si evince, ad esempio, nel caso del giuramento prestato dai Focesi nell’abbandonare la patria, dove risulta chiaro l’intento di instaurare un legame fra la volontà del giurante e le leggi dell’universo: come la natura non può infrangere le norme che la governano, altrettanto l’uomo non può macchiarsi di spergiuro senza offendere gli dei («pronunciarono possenti imprecazioni per chi restasse indietro; oltre a ciò gettarono in mare una massa di ferro e giurarono che non sarebbero tornati a Focea prima che questa massa ricoprisse la superficie» Erodoto, Hist. I, 166).

Sappiamo che gli studiosi antichi reputavano la figura in poesia appartenente alla categoria dei proverbi, e uno degli indizi di parentela fra proverbi e ἀδύνατα sarebbe il fatto che tanto gli uni quanto gli altri riflettono motivi folclorici in buona parte riconducibili a fiabe, formule magiche, oracoli e prodigi. In effetti, la figura retorica si lega già ad un motivo folclorico, vicino ad una similitudine iperbolica o alla forma cristallizzata di un proverbio, nel giuramento dello scettro che fiorisce («Questa lancia produrrà foglie prima che Achille dimentichi l’offesa», Il., i, 234). La parentela dei temi adynatici con i racconti popolari e i proverbi suggerisce, in alcuni casi, un’origine di tipo religioso ed un successivo slittamento dal sacro al profano che può essersi verificato laddove l’originaria funzione religiosa sia stata offuscata nel corso del tempo. Tanto per fare un esempio, il tradizionale ἀδύνατον che descrive il gesto impossibile di raccogliere acqua in un setaccio, in un velo ecc., mostra un evidente collegamento con il proverbio «Haurit aquas cribro qui discere vult sine libro». A questa espressione proverbiale si può ricollegare la storia della vestale romana Tuscia la quale, accusata ingiustamente di incesto, per provare la propria innocenza si recò al fiume Tevere seguita da tutta la popolazione, lì immerse nei flutti un crivello e lo riportò pieno d’acqua fino al tempio di Vesta. Lo stesso tipo di miracolo si registra nel Vangelo arabo dell’infanzia (in cui Gesù raccoglie dell’acqua in un velo e la porta alla madre) e in numerose altre fonti agiografiche, assumendo aspetti tali da poter far presupporre che l’azione rappresentata avesse in origine la funzione di un’ordalia.

La rilevanza storico religiosa degli ἀδύνατα non si esaurisce con il motivo del giudizio divino, ma si riflette anche in atti di abuso nei confronti della natura, poiché l’interferenza con l’ambiente naturale e la violazione delle sue leggi implicano necessariamente una relazione con la sfera sovrannaturale.

Per quanto concerne l’aspetto tecnico, partendo dalla constatazione che i contenuti della figura oscillano normalmente fra i due estremi del ‘sempre’ e del ‘mai’, per isolarla dai procedimenti retorici affini (impossibilia di vario genere, iperboli, perifrasi) è utile spostare l’attenzione sui suoi elementi costitutivi: l’ἀδύνατον si presenta in una codificata forma sintattica e grammaticale basata sulla comparazione che mette in scena il tradizionale confronto fra un evento ritenuto impossibile e un altro evento, azione o desiderio figurato dall’autore.

Come si sviluppa la tradizione romanza degli αδύνατα?
Partendo dal presupposto che la paradossalità costituisce una delle caratteristiche più perspicue dell’amore trobadorico, riferendoci allo sviluppo degli ἀδύνατα si può dire che una certa novità venne introdotta dalla poetica di Marcabru, che per la prima volta ridusse l’azione adynatica all’io lirico esternando la consapevolezza di essere una voce inascoltata. Nella poesia trobadorica anche la follia causata dalla passione amorosa rappresenta un tema estremamente produttivo, che viene descritto attraverso la retorica dell’impossibilità e del meraviglioso: meccanismi riferiti sia al tentativo di intraprendere azioni fuori dall’ordinario, sia funzionali a tratteggiare il divario incolmabile fra amante e amata. A differenza dell’effetto decorativo che spesso assumono gli ἀδύνατα poetici dei trovatori, gli impossibilia di Arnaut Daniel svolgono una funzione completamente inedita rispetto a quelli delle elegie e bucoliche romane: gli esempi classici sono filtrati per indicare eventi realmente impossibili o per affermare la capacità dell’amante di rendere possibile l’impossibile. Anche nella letteratura francese il motivo adynatico sembra essere piuttosto fertile. Nel Voir dit di Guillaume de Machaut il canto d’amore viene messo in relazione con una serie di impossibilia riguardanti altri aspetti dell’ordine naturale, avvalendosi di un repertorio offerto, fra gli altri, dal Chevalier de la charrette di Chrétien de Troyes. Proprio Chrétien ricorre a moduli adynatici relativi agli sconvolgimenti naturali nell’esplorazione del regno della cavalleria fantastica e dell’irrazionale.

Che funzione assumono ossimori e iperboli nella lirica di Siciliani e Toscano siculi?
La lirica dei Siciliana poggia sull’ausilio di una costellazione di figure retoriche che implicano uno spostamento di limite (enfasi, iperbole ecc.), la contrapposizione o l’accostamento paradossale di termini (antitesi e ossimori), ma molto difficilmente l’ἀδύνατον nella forma della comparazione impossibile. L’alienazione amorosa dei Siciliani comporta impossibilità di parola e di azione, genera un movimento riflessivo incentrato sull’interiorità, e tende ad usufruire dei medesimi strumenti retorici della mistica e del discorso teologico apofatico. Tutte queste tematiche si prolungano nella produzione dei Siculo-toscani riversandosi, oltre che nella poesia amorosa, anche in quella politica. Con tonalità apocalittico-religiose si sfruttano topoi impossibili di vario genere applicandoli alla critica dei costumi e alla condanna della società. Il legame tra la volontà divina e lo stravolgimento dell’ordine crea un raccordo fra possibile e impossibile giustificando una serie di mirabilia. È infine nei rifiuti iperbolici e nelle maledizioni, ad esempio quelle scagliate dalla donna nel contrasto di Cielo d’Alcamo, che un modulo sempre più prossimo alla comparazione impossibile torna ad essere attivo nella lirica amorosa.

L’introduzione dello stilema in ambito amoroso da parte della lirica popolareggiante e giocosa (in Cecco Angiolieri la formula iperbolica lascerà spazio a ἀδύνατα veri e propri) è l’altra faccia del recupero aulico nella produzione stilnovista, in Dante, in Petrarca, che reimmetteranno la figura nel circuito poetico sia nella veste ereditata dalla classicità che in quella trasmessa dalla tradizione popolare.

Quale uso fa Dante degli ἀδύνατα?
Nel componimento Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra Dante coniuga due tratti peculiari desunti da Arnaut Daniel: il metro della sestina e l’ἀδύνατον. Una scelta che, rispetto a modelli italiani precedenti, comporta una più netta identificazione dell’espressione adynatica con lo stile aspro, insieme al rafforzamento del nesso tematico fra il meccanismo retorico e l’argomento erotico. Un ἀδύνατον similitudo impossibilium riferito alla categoria del “mai” apre la sesta stanza, seguito dalla descrizione di due gesti iperbolici. Si tratta del motivo conosciuto come ἄνω ποταμῶν (dei fiumi che rimontano alle sorgenti), e che costituisce una vera e propria espressione proverbiale inserendosi in una tradizione letteraria che attraversa i secoli e le frontiere linguistiche da Euripide, Aristotele, Orazio, Ovidio, a Guillaume de Machaut, a Guinizzelli e Dante.

Nella petrosa la comparazione impossibile è strettamente legata all’idea del tempo, e non a caso i vv. 31-34 ospitano l’unico riferimento al futuro dell’intera canzone: spostando il momento dell’appagamento oltre ogni limite temporale la corresponsione amorosa avverrà solo quando «ritorneranno i fiumi a’ colli». È lo scorrere a ritroso dell’acqua a segnare il confine cronologico della sestina, un confine inattingibile che conferma la circolarità senza esito del metro. Il futuro sostituisce un altrettanto plausibile ma più tenue condizionale.

Quale rilevanza assumono gli ἀδύνατα in Petrarca?
Nei Fragmenta la più alta concentrazione di ἀδύνατα similitudo impossibilium è soprattutto nelle sestine (9 ἀδύνατα in tutto il libro, di cui 5 nelle 5 sestine passionali più 4 occorrenze in 3 sonetti), ma ovunque comporta sempre un’alterità temporale condensata nell’utilizzo del futuro. La ripetizione del nesso sestina-ἀδύνατον fa sì che la figura retorica si trovi a marcare ripetutamente testi che scandiscono lo svolgersi della narrazione, partecipando in tal modo della funzione strutturale assolta dal sistema delle sestine. Proprio la presenza o assenza dell’impossibilità adynatica permette di valutare questo micro sistema secondo un nuovo punto di vista.

Nell’opera sono rappresentati anche gli altri tipi di impossibilia (come il computo impossibile e l’inanis opera), tanto nelle sestine che in metri differenti. Sulla linea di quanto stabilito dalla tradizione precedente, nelle sestine del Canzoniere l’impiego della similitudo impossibilium è legato al tema passionale e all’infelicità amorosa, mentre si può osservare che in quelle di argomento spirituale o penitenziale la figura scompare e tende ad essere sostituita da ottativi e preghiere. Gli ἀδύνατα petrarcheschi si sviluppano in una prospettiva terrena, il volgersi al cielo del peccatore non prevede il ricorso a questo genere di impossibilità nemmeno nella condanna delle proprie azioni. Petrarca lascia che gli impossibilia esondino al di là dei confini strofici grazie alla replicazione dei tempi al futuro o alla duplicazione oppositiva del tema adynatico (come avviene nell’antiadynaton di Rvf 66). La pervasività dell’ossessione, l’irresolutezza e l’affanno si coagulano nella «fusione contrastiva» rappresentata dagli ἀδύνατα, che con la loro apparente immobilità manifestano, in realtà, il culmine dinamico di una percezione del mondo eternamente mutevole.

Quale spazio trova la retorica dell’impossibilità nelle opere di Boccaccio?
Tanto nella produzione poetica che in quella in prosa Boccaccio ripropone il connubio fra ἀδύνατον e tema amoroso. Elemento non privo di interesse, a riprova dell’originalità del Certaldese, è il fatto che non emerge una specifica predilezione per l’unione fra impossibilia e stile aspro (come si verifica in Dante e in Petrarca). La struttura degli ἀδύνατα boccacceschi ripropone il modello delle Ecloghe virgiliane, della tradizione volgare esemplata sugli esempi di Guinizzelli e Dante; ma nei contenuti essi recuperano motivi canonici della cultura medievale, tipici della visione del mondo capovolto, della fine dei tempi, dell’età dell’oro. Le Rime presentano rari esempi di ἀδύνατα, caratterizzati peraltro da una particolare linea costruttiva: sono apparentemente non conclusi in sé stessi, diluiti in un andamento discorsivo punteggiato di subordinate. In alcune opere in prosa di Boccaccio, più che nella poesia, l’impossibilità adynatica sembra trovare un più fertile terreno, rispettando motivi e strutture desunti dai modelli classici. Il periodare fluido che rende intercambiabili «rimar discorsivo e prosa verseggiata» fa sì che ἀδύνατα propri della tradizione lirica non immettano alcuna disarmonia nel dettato dell’Elegia di Madonna Fiammetta. In quest’opera, anzi, l’ἀδύνατον viene ricondotto all’ambito dell’esperienza elegiaca, dove manifesta tutte le sue potenzialità recuperando l’antichissima funzione di giuramento.

Silvia Argurio si è laureata in Filologia Italiana presso l’Università La Sapienza di Roma e si è addottorata in Italianistica presso l’Università degli Studi Roma Tre. I suoi principali interessi di ricerca includono la poesia e la letteratura medievale, rinascimentale e barocca; la retorica; la musica medievale; l’iconografia; la storia delle religioni; le scienze cognitive. Sue pubblicazioni sono apparse su riviste scientifiche fra le quali «Studi petrarcheschi», «Giornale Italiano di Filologia», «Chroniques Italiennes», «L’Alighieri».

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