Armando TornoDott. Armando Torno, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
La passione per i libri è una malattia: bibliofilia, bibliomania o bibliopatia non sono differenti tra loro. Si contraggono per mille ragioni e per motivi diversi. Quando si cominciano ad amare i libri, è chiaro che nasce un attaccamento che sovente sconfina nella patologia. Io sono convinto comunque che sia una malattia buona, contro cui non bisogna vaccinarsi. Questa patologia può aiutare a migliorare la vita propria e quelle altrui, insomma. Diciamolo pure: grazie alla bibliofilia, alla bibliomania, a quello che si desidera chiamarla, la storia si è riempita di personaggi simpatici, interessanti, che hanno trovato nella passione cartacea mille ragioni per far del bene all’umanità. È chiaro che non dev’essere una cosa fine a se stessa: è bene amare i libri non soltanto come oggetti ma per quello che contengono e per quanto possono dare. Questa per me è la linea di demarcazione. Cioè i libri vanno apprezzati per quello che sanno restituire. E poi, a differenza delle signore, non fanno shopping, quindi non ti sorprendono con dei costi imprevisti.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
Direi che è nato negli anni del liceo, quando avevo un professore di religione (laureato in filosofia oltre che in teologia) eccezionale, un allievo di Severino, e riuscì a comunicare a noi ragazzi tutta una serie di stimoli che si potevano appagare, risolvere, esaudire soltanto andando a cercare certe cose nei libri, in biblioteca. Io mi ricordo, per esempio, alcune questioni riguardanti la nascita del Cristianesimo, oppure talune problematiche di filosofia legate ai presocratici. Lui è stato così abile – peccato che sia morto perché vorrei ringraziarlo ancora – da indurci a cercare le ragioni attraverso una nostra ricerca. Questo è l’insegnante migliore. È chiaro che poi ha passato la malattia non solo a me, ma anche ad altri della mia classe. Un morbo che mi ha fatto solo bene nella vita. Io avevo 16 anni e purtroppo non sono ancora riuscito a smettere, anche se ne son passati parecchi.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Ma sì, certo che mi capita, come a tutti coloro che comprano libri, anche perché quando si va in libreria si scoprono titoli, autori, dettagli. La libreria, a differenza dell’acquisto online, sollecita i nostri interessi e quindi, quando si frequenta, ognuno di noi lancia le sue speranze verso il futuro e dice: “Senz’altro questo avrò tempo di leggerlo durante le vacanze di Natale, o in quelle del prossimo anno, durante una sosta, in un viaggio”. Poi il tempo mancherà, magari si è sommersi dal lavoro o da altro. Però che sia un fatto positivo è certo, perché non è tanto – sto parafrasando Platone – non è tanto quello che riusciamo a leggere o a imparare ma è l’amore che proviamo per il sapere che ci rende sensibili alla cultura e a partecipare a un discorso, a un progetto, a uno scambio di emozioni. E quindi il fatto di comprare un libro e poi di non leggerlo, di accantonarlo, magari di tenerlo lì per anni, diventa una pratica naturale. Questo va messo nell’inventario delle nostre spese. Io credo però che ci sarà un tempo in cui ci rallegreremo di quell’acquisto fatto, perché magari ci restituirà qualcosa che desideravamo, riportandoci indietro nel tempo.

Io ho comprato dei libri vent’anni fa che ho scoperto adesso.

Come possono a Suo avviso le librerie opporsi ad Amazon e all’acquisto online di libri?
Io credo che la crisi delle librerie dipenda anche dalla distribuzione che si è creata in Italia e nel mondo occidentale in genere. Certo, Amazon offre un servizio a casa con lo sconto, che sovente le librerie non possono fare. La libreria riuscirebbe a superare la crisi offrendo qualcosa che la vendita online o il magazzino generalista o il supermercato che vende i successi del momento non può permettersi: far trovare quel particolare testo, quella curiosità. Poi, ripeto, non tutti i lettori sono dei profondi letterati o dei tormentati filosofi, tuttavia ognuno di noi ha sempre qualcosa da cercare o da scoprire. Il libraio dovrebbe diventare, in qualche modo, chi solletica la curiosità, l’interesse e indurre il lettore ad avvicinarsi a questo teatro di tentazioni che gli propone, gli prepara. La crisi delle librerie è qualcosa che ormai si tocca con mano. A Milano, a Roma, nelle grandi città, la crisi è anche delle bancarelle. Molte librerie hanno chiuso: pensiamo alla catena dei Remainders’, che ha avuto un compito glorioso dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio di questo millennio e che ha dato per la prima volta dei libri nuovi a metà prezzo, offrendo a un parterre vastissimo la possibilità di cominciare a leggere, di incontrarsi con determinate esperienze culturali.

La libreria, detto in soldoni, deve un po’ reinventarsi: se io trovo ogni volta una curiosità, ci ritorno. Certo, va detto fuori dai denti, questo dipende dall’abilità del libraio: se egli si limita a esporre i titoli più strillati o quelli che tutti possono trovare in un girello dell’autostrada, è chiaro che la libreria piccola, di quartiere, rischia di non avere più ragione d’essere. Tali realtà devono trovare un’identità, una ragione commerciale e culturale al tempo stesso. So che è difficile, però questo è sempre stato il mestiere del libraio.

Lei è tra le più autorevoli firme del giornalismo culturale italiano: cosa significa fare giornalismo culturale?
Fare giornalismo culturale significa un sacco di cose. Soprattutto vuol dire portare all’attenzione della gente argomenti che interessano apparentemente un pubblico ristretto. Magari significa riuscire a creare un po’ di meraviglia, quella che per Aristotele era il principio di ogni filosofia. Al contrario, se io mi limito a curare delle pagine limitandomi a registrare quanto le cronache mi offrono, re-intervistando gli scrittori già intervistati in televisione o quelli che partecipano ai talk show, è come se annunciassi la scoperta della macchina per spegnere i fiammiferi. Inseguire l’aria che tira non vuol dire fare un vero giornalismo culturale, ma semplicemente non cercarsi rogne. Non è semplice scovare delle ragioni, dei libri, annunciare delle scoperte che in qualche modo possano aiutare il lettore a continuare la sua formazione. Io credo che le pagine culturali dovrebbero essere più indipendenti da come sono ora nei giornali. Io ho fatto per circa quindici anni il capo della cultura al Corriere della Sera e al Sole 24 Ore – del Sole 24 Ore sono anche uno dei fondatori del supplemento culturale. Al Sole 24 Ore ho goduto di una grande libertà e i risultati non spetta a me giudicarli. Comunque, in un giornale c’è sempre un articolo raccomandato da schivare, non manca mai una pressione che arriva dall’alto, c’è continuamente qualcuno che è lì, un’icona che non si può spostare, che ha un contratto che qualcuno gli ha firmato; insomma, è difficile fare del giornalismo culturale con notizie che dovrebbero accontentare gli alti gradi e i lettori. Bisogna imparare a dire no, senza subire conseguenze traumatiche. Occorre dribblare la zavorra di ogni età per aprire il lettore al mondo e non chiuderlo in cosucce di provincia o in bagatelle che giungono da un editore o da un premio (in Italia sono quasi tutti premiucci!); non tormentarlo con notizie dedicate ai diversi pettegolezzi letterari. Non è cultura stabilire se uno scrittore, o ritenuto tale, ha detto una fesseria, se ha cambiato la fidanzata. Va giudicato da quanto scrive. Il giornalismo culturale dovrebbe essere una finestra sul mondo e non lo specchio delle sciocchezze di una redazione.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Gli italiani non sono mai stati dei grandi lettori. Non dimentichiamoci che il genere forte non è mutato dai tempi di Benedetto Croce, quando il filosofo napoletano dirigeva le collane per Laterza nella prima metà del Novecento, quelle iniziative scomparse o in estinzione (sono un ricordo serie ampie e di alto livello come gli Scrittori d’Italia o i Filosofi moderni o gli antichi e medievali). Benedetto Croce puntava su 1000-1500 lettori forti che sono, grosso modo, quelli che si possono trovare adesso: tenga conto che un saggio in genere non vende neanche 1000 copie. Io però dico: piuttosto che andare in libreria e comprare dei libri che non hanno senso, dei prodotti cartacei che ormai vengono compilati o arrangiati da agenzie e nei quali non c’è più lo spirito di scrittura, meno che mai quello di ricerca, che il lettore non legga o che legga cambia nulla. Anzi, molte volte si subiscono dei danni con certi libri. Io sono per una lettura che sia consapevole, formativa. Facciamo un esempio molto semplice: se compero le Memorie di Adriano della Yourcenar, ho un libro che mi lascia una traccia nell’anima e mi fa pensare. Se leggo uno di quei romanzetti che mirano soltanto a diventare una fiction, ho perso un po’ di tempo. Poi, sì, posso sapere che questo romanzetto ha partecipato, vincerà, farà; però, detto tra noi, anche se non lo avessi saputo, cosa cambia nella mia vita?.

Il libro lo considero una palestra per l’anima. Se non è tale, il suo compito non esiste. Il fatto che un (o una) giornalista raccolga i suoi pezzi e poi ci metta un titolo più o meno interessante o accattivante, che in un libro magari ci sia una certa notizia che riguarda un certo fatterello, non è sufficiente per meritare il nostro denaro e il nostro tempo. Quel tale ha semplicemente radunato un po’ del suo lavoro, che già si conosceva, e lo presenta in forma di libro. Il vero sforzo lo fa girando a presentare questa specie di opera, non a scriverla. Leggerlo o non leggerlo, cambia nulla in noi. Non voglio parlar male della mia bottega, però ci sono dei non-libri, che sono ormai la maggioranza di quelli che si trovano in libreria: il vero compito delle pagine culturali, per tornare al nostro argomento, sarebbe quello di sbugiardarli. Purtroppo, questo non può essere fatto perché molti degli autori dei non-libri lavorano nei giornali, collaborano alle pagine culturali. Lo scriva, così mi creo qualche nemico…

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Direi che educare alla lettura dovrebbe essere compito fondamentale di uno Stato, di una scuola e di un sistema educativo. Non dimentichiamoci che la riforma Gentile, che è stata la migliore che la scuola italiana abbia avuto e per fortuna non è ancora del tutto demolita, prevedeva un’abitudine alla lettura di certi libri, con l’ausilio dell’insegnante, con quelle che noi chiamavamo le letture complementari del liceo. Era un modo per fare imparare a leggere libri con determinati valori. Oggi questo è sempre più raro o almeno accade sovente anche con dei non-libri. Come si fa a educare la gente alla lettura? Consiglio coloro che desiderano leggere cose che abbiano un senso, di fidarsi solo di alcune persone, di coloro che in qualche modo hanno mantenuto una coerenza nella vita. Se una persona ha creduto nella cultura, non si è arresa a tutti i compromessi, non ha patteggiato con uno dei 2.800 premi (o forse sono già tremila) che ci sono in Italia, insomma se ha frequentato più le biblioteche dei salotti forse ha qualche cosa da dire. Bisogna fidarsi di poche persone e riprendere il gusto della lettura. Certo, gli insegnanti possono fare molto, così la scuola e l’università, però dobbiamo fare qualcosa anche noi. Purtroppo bisogna ogni tanto comprare dei libri sbagliati e rendersi conto dell’errore; magari portarli indietro al libraio e dire: “Per favore questa porcheria la restituisca all’editore”.

Quali ragioni dare a chi non legge per farlo?
Tutto il nostro sapere, tutta la nostra storia si può ricostruire soltanto leggendo. È necessario anche saper guardare arte e architettura, ma non basta. Io dico a chi non legge che, almeno una volta nella vita, si soffermi su qualche pagina di Platone. Questo filosofo greco ha posto alcune questioni che effettivamente non abbiamo ancora risolto, sullo stato politico, sulla religione – ha inventato il termine teologia, immaginiamoci – sul bene, sul male, sulla morale. Per arrivare a capire il senso dei nostri gesti, delle nostre azioni, il senso della nostra vita occorre arrivare ad alcune fonti. Si può scegliere Platone – io consiglio Platone perché direi che è il perno su cui si basa il sapere occidentale. Un altro può rivolgersi a Seneca, un altro ancora a un autore magari più recente, anzi forse a chi parla un linguaggio più immediato, più aderente alla nostra realtà. Per esempio Dostoevskij o Borges. Bisogna arrivare a quegli autori che in qualche modo ci mettono davanti a una problematica che fa vivere la nostra anima. Leggere vuol dire non morire, non morire dentro. Vuol dire accettare questa vita che è qualcosa di limitato, perché noi non siamo eterni – qualcuno se lo dimentica – e questo viaggio che ci è concesso, che stiamo facendo: è il caso di farlo nel migliore dei modi possibili. Stando alla produzione che attualmente sta invadendo le librerie, rischiamo di viaggiare in terza classe: invito a scegliere la prima, costa la stessa cifra.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Mi sembra che l’e-book non abbia ancora vinto, e anche i tablet non abbiano ancora vinto. Questo non vuol dire che non vinceranno: significa che per il momento non han trovato ancora la formula che superi quella macchina per la cultura che è il libro di carta. Numerosi titoli ormai vengono offerti in e-book e in cartaceo.
Diciamo che i giovani stanno amando ancora il libro cartaceo. Questo non mi rasserena, ma mi tranquillizza: dico che è una scelta momentanea. Non dimentichiamoci che il libro è un mezzo per arrivare alla lettura e la lettura è un mezzo per arrivare a determinate idee; e arrivare a determinate idee significa arrivare a determinate verità, determinate sensibilità. Noi non dobbiamo mai smettere di chiedere chi siamo, dove andiamo, cosa siamo, da dove veniamo o cosa vogliamo fare. Allora, leggere le eventuali risposte su un e-book, su un tablet o su un libro, non è che cambi molto; forse cambiano i tempi, i ritmi, le cose: io personalmente, data anche la mia storia, preferisco leggere quel che vado cercando su un libro; se un giovane sceglie un tablet, faccia pure, ma legga: non importa cioè dove si legga Platone, l’importante è leggerlo!

Leggere qualche pagina, non si pretenda di leggere tutto: a me fan ridere quelli che vanno a visitare i musei e vedono 200 quadri. In realtà, han visto niente! Basta vedere un quadro, riflettere su quello, non occorre leggere tutto Platone, basta qualche pagina e pensare, riflettere. Lo stesso, io dico: la lettura è un’occasione per mettersi in contatto con le nostre radici. Non bisogna perderla. Io non credo che il libro scomparirà anche perché, se guardo su un tavolo, vedo dei bicchieri – li avevano anche gli antichi romani – vedo delle posate – le avevano già nel Cinquecento – quindi ci sono delle cose che durano, al di là delle nostre previsioni. Il libro vivrà, sarà fatto diversamente, avrà una carta più scadente, ne avrà una più bella, non lo so, io so soltanto, dal punto di vista pratico, che è più facile trovare dei testi del Quattrocento che certe BUR degli anni Cinquanta, perché le BUR di quel periodo si stanno dissolvendo, giacché erano stampate su carta acida che si polverizza in fretta. I libri del Quattrocento utilizzavano carta col pH neutro, di stracci, e sono lì, belli, con pagine perfette. Io ho un Agostino del 1492 e vi posso garantire che quando lo apro mi sembra che sia stato stampato questa mattina e invece stavano scoprendo l’America.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare a Suo avviso la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
La politica dovrebbe innanzitutto fare la politica culturale che non fa. Faccio un esempio: l’Italia è una terra che ha una cultura straordinaria. Sin dalla Magna Grecia noi abbiamo avuto la rappresentazione delle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide sul nostro territorio; abbiamo avuto Roma, dove ci sono stati poeti come Virgilio, Orazio, Catullo; abbiamo avuto la Firenze del Rinascimento: abbiamo una cultura che non ha paragoni con un’altra in Occidente. Valorizzarla vorrebbe dire mettere a disposizione, e soprattutto presentare a tutti e mettere a rendita, questo immenso patrimonio.

In realtà tenga conto che questo tesoro è faticosamente comunicato: ormai i classici greci e latini, se si cercano delle edizioni sicure, si vanno a prendere a Parigi, dalle Belles Lettres, a Oxford o a Cambridge, in America, ad Harvard, nella Loeb Classical Library, oppure a Berlino, dalla Walter de Gruyter. E questo mi rende triste perché io non posso leggere l’ultima edizione di Virgilio grazie a un editore tedesco, vuol dire che non sto credendo più nelle mie radici, nei miei valori. Per dar l’idea: la più importante collana del Rinascimento la sta facendo Harvard, I Tatti; se io cerco il De Africa di Petrarca, devo andare a Parigi a comprarlo perché purtroppo in Italia non lo trovo; sì, certo lo posso comprare su Amazon, ma lo acquisto da un editore francese. Lo Stato dovrebbe fare una politica molto semplice: promuovere – con quattro soldi si può fare, anziché buttarli in altre sciocchezze – le edizioni e soprattutto dare un minimo fondo alle biblioteche scolastiche, comunali, anche dei piccoli centri, per promuovere questi testi o per mettersi anche in contatto con una banca dati che li possa far conoscere a tutti. Molte volte sono stato chiamato per parlare all’ultimo anno del liceo classico, magari prima dell’esame di maturità: mi rendo conto che dei ragazzi preparatissimi, bravi, non hanno mai potuto vedere, accedere, guardare un testo perché da noi sono scomparsi, non sono stati abituati a cercare, non sono andati nella libreria giusta, non hanno aperto il sito giusto, non hanno visto i titoli giusti, cosa che qualche anno fa non accadeva. Se pensiamo che non è ancora terminata l’edizione nazionale delle opere di Petrarca, cominciata nel 1904… quanto deve vivere uno per leggere anche le opere minori di questo sommo? Voglio dire: lo Stato dovrebbe essere anche un regolatore di tali iniziative. Negli anni novanta, e lo vissi in prima persona seguendo Franco Fortini, si parlò diffusamente di realizzare finalmente un’edizione nazionale delle opere di Torquato Tasso. Si fecero circa venti o ventuno convegni. Ma gli scritti completi del Tasso si cercano ancora nell’ultima edizione ottocentesca e si continuano a editare dei miglioramenti, delle correzioni, dei testi critici magari di un’opera o dell’altra. Ora non dico che Tasso e Petrarca o altri autori del loro rango siano fondamentali per vivere, ma l’inconcludenza e l’incompletezza sono il costume nazionale. Se non si amano Tasso o Petrarca va a finire che non si apprezza alcun classico della nostra storia.

Io ho una biblioteca che riflette le mie ansie ed esagerazioni: ho, forse, cercato di difendermi; Marguerite Yourcenar diceva che costruire biblioteche è come edificare granai contro l’inverno dello spirito, io ho dato retta a questa donna straordinaria perché per me è una delle più grandi scrittrici del ‘900. Per dirla in breve: mi sono organizzato, posso resistere a un assedio! E lei penso che mi porti bene perché oggi mi ha telefonato un libraio, mi ha trovato gli ultimi tre volumi degli Albums della Pléiade che mi mancavano. Li ho tutti, adesso. Questa è vanità. Però quando si trovano dei libri inseguiti da tempo, si prova anche qualcosa che assomiglia al piacere fisico. Non vado oltre. Già mi ha fatto parlare troppo dei miei libri. Sa che sto arrossendo al telefono?