“Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia” a cura del Collettivo PRiNT

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Dott. Luca Bizzarri, Lei ha curato, con i tredici membri del collettivo PRiNT, l’edizione del libro Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia, pubblicato da Pacini: quale fenomeno stanno vivendo le aree interne dello stivale?
Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell'Italia, Collettivo PRiNTInnanzitutto, La ringrazio di aver sottolineato la rilevanza della curatela collettiva. Aspetto importante rispetto al contenuto del volume e del periodo nel quale è nata l’idea di lavorare a un bando per la raccolta di racconti dal cuore dell’Italia, come ricorda appunto il sottotitolo del volume. Il libre nasce, infatti, da un bando (PRiNT) che abbiamo voluto promuovere sulle aree interne, dopo averne lanciati due sulle città, e che ha raccolto nel collettivo promotore assieme alla direzione della collana NewFabric di Pacini editore anche alcuni autori e alcune autrici dei due volumi pubblicati precedentemente (Leggere la rigenerazione urbana e Il ritorno a casa degli Ulissi. Le professioni al tempo della rigenerazione urbana). Complice anche la pandemia, con questa edizione ci siamo spostati dalla città alla non-città, dalla dimensione urbana alla variegata conformazione insediativa della peri-urbanità, alle città metromontane fino alle zone rurali, che in molti casi diventano vere e proprie aree interne. Se da una parte credo si possa pacificamente dire che quest’ultima dimensione ha acquisito centralità nel periodo pandemico, è altrettanto vero che il tema delle aree interne non è nuovo nel discorso pubblico oltre che nelle scelte di vita delle persone. È noto tra coloro che sono interessati al tema, il dibattito suscitato da un’intervista rilasciata lo scorso anno dell’architetto Stefano Boeri sulla riscoperta sotto pandemia dei borghi storici e dell’azione salvifica che questi avrebbero rispetto alla vita delle metropoli. Un dibattito che ha animato il discorso anche all’interno dello stesso collettivo di curatela del volume facendo propendere il nostro interesse verso l’aspetto forse meno scintillante della narrazione sui borghi, ma più attento alle storie che raccontano anche di grandi difficoltà e delle molte mancanze che questi luoghi vivono quotidianamente. In effetti sono proprio i racconti contenuti nel libro a ritornare al lettore e alla lettrice un senso di grande coraggio e di forza nell’immaginare nuove relazioni che nascono in questi contesti pur lasciando aperte molte questioni. Su tutti il grande movimento dello spopolamento e dell’abbandono della parte più interna del Paese al quale è connessa anche una grande riflessione sulla ristrutturazione e recupero dell’architettura tradizionale. La gran parte delle pratiche che riflette su questo aspetto è interessata a promuovere un modo di intervenire sul patrimonio edilizio tradizionale utilizzando tecniche di intervento che assicurano il rispetto dei materiali e nello stesso momento l’immaginario del luogo. Il filo conduttore è legato all’affermazione di nuovo paradigma di sviluppo economico e territoriale.

In che modo la pandemia e il processo di digitalizzazione hanno favorito la rigenerazione economica e sociale di aree sfavorite?
È bene ricordare che tutto ciò che ruota attorno allo sviluppo di una comunità, o di un territorio in senso più lato, ha sempre bisogno di tempi lunghi. Tempi dilatati per sperimentare, sbagliare ma anche procedere con quello che funziona per poi consolidare azioni, che diventano pratiche e nella migliore delle ipotesi politiche a largo raggio. Pensiamo al ruolo giocato in questo Paese dalla Strategia nazionale delle Aree interne che è riuscita ad imporre a livello nazionale una questione, quella delle Aree interne appunto, che nei decenni precedenti era sempre stata oggetto di interventi mirati su problemi specifici di carattere locale e regionale.

La pandemia interviene in questo movimento e contribuisce in qualche misura ad accentuare caratteri di questi contesti che potrebbero facilmente scivolare verso il marketing: il fascino dei piccoli borghi, le tradizioni locali, il ritorno alla natura con la riscoperta dei ritmi più lenti, i prodotti tipici dell’enogastronomia (meglio se a km 0) e così via. È evidente che tutto questo rischia di alimentare, come si ricordava prima, una narrazione delle aree interne spesso distorta o per meglio dire fuorviante rispetto alla questione dello sviluppo e della sua sostenibilità. Su questo aspetto è uscito recentemente un libro per la casa editrice Donzelli dal titolo accattivante: Contro i borghi. Dal Belpaese che dimentica i paesi, curato tra gli altri da Antonio De Rossi che per la pubblicazione di cui stiamo parlando ha curato la postfazione.

È pur vero che il fenomeno dematerializzazione delle distanze generato il digitale, se così si può dire, ha dato il via a sperimentazioni e collegamenti inaspettati e generativi (l’inaspettato è uno dei valori fondanti di questo volume). Mi viene in mente, ad esempio, il protocollo firmato tra la London Metropolitan University e il paesino di Belmonte calabro in Calabria del progetto della Rivoluzione delle Seppie e che ha consentito a studenti e studentesse di passare periodi di studio nel sud dell’Italia pur proseguendo gli studi nel Regno Unito. È evidente che il digitale in questi casi ha aiutato, e continua ad aiutare, a mantenere il rapporto con interessi professionali e di studio a lunga distanza. O ancora le esperienze di reinsediamento nelle aree dell’Appennino dell’Italia centrale colpite dal sisma del 2016, dove si torna timidamente ad abitare quella zona ferita anche grazie alla possibilità di lavorare agilmente. Il fenomeno è oggetto della Strategia di rigenerazione sostenibile della valle del Fiastra che troviamo nel libro. Tale strategia intende rispecchiare una visione che inquadri l’esperienza locale nel più grande contesto della ricostruzione post-sisma e mira a candidare un dato territorio quale laboratorio per una rigenerazione degna e condivisa attraverso un percorso di pianificazione partecipata innovativo che possa fungere da modello per i territori delle aree interne.

Come è possibile reagire all’isolamento delle aree interne?
Lo scopo del volume Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia, e in generale del metodo che utilizziamo per le pubblicazioni della collana NewFabric (Pacini editore), è proprio quello di far emergere delle ricorrenze dai racconti che sono stati candidati a seguito della call. Ci riferiamo al termine ‘ricorrenze’ proprio per descrivere quelle evidenze che si manifestano nei racconti e che ritornano al lettore e alla lettrice un senso di traccia per comprendere il fenomeno. Così abbiamo affrontato il tema della rigenerazione urbana e ci sembrava interessante riproporre lo stesso modus operandi per le Aree interne. Se avrete la possibilità di leggere il libro coglierete tutto l’entusiasmo con il quale i molti autori e le molte autrici raccontano le loro storie, ma troverete anche le sfide e le molte difficoltà che pratiche di questo tipo inevitabilmente incontrano e di come il sapere collettivo, e quindi l’intelligenza della comunità, trova risposte e soluzioni a queste difficoltà.

A tutto ciò si aggiunge, in maniera trasversale a tutti i contributi mi verrebbe da dire, in chi decide di rimanere, o ancor più in chi decide di tornare, l’urgenza di vivere il proprio paese instaurando rapporti di fiducia con la comunità e le istituzioni locali. Non secondaria è poi l’attenzione che viene posta ai molti fenomeni legati ai reinsediamenti: le nuove forme di turismo, i nuovi modi di intendere e intervenire con un’agricoltura più sostenibile e integrata con lo sviluppo locale e come promuovere una presenza attiva di migranti. Insomma, come valorizzare le risorse territoriali in funzione di nuovi modelli di organizzazione sociale e dei diversi rapporti tra grandi concentrazioni urbane e aree finora periferiche e marginali.

È proprio Ilda Curti, che ha curato la prefazione del libro, a parlare di “nuova centralità del margine”, di un nuovo modo di approcciare e di guardare a questi territori. Ogni luogo, e quindi ogni storia, ci racconta di impegno, di desideri e di una grande sapienza che spesso torna ad emergere dal passato: “Nei luoghi ai margini non c’è vuoto, c’è assenza. Accostarsi alla loro biodiversità con rispetto, attenzione e sensibilità significa donare la parola del racconto e svelare nuove forme di abitazione dell’umano”.

Quali, tra i numerosi esempi raccontati nel volume, ritiene più significativi di tale processo e delle sue prospettive di successo?
Non è possibile individuare percorsi maggiormente significativi perché ogni racconto porta con sé un patrimonio che è significativo per il territorio nel quale nasce e si sviluppa. Ed è molto interessante come ogni singolo racconto consegni a chi legge uno strumento sperimentato per attivare un processo. Una sorta di consiglio che viene messo a fattore comune affinché altri con interessi simili possano attingere dall’esperienza di altre realtà.

Se questa è la chiave di lettura allora possiamo apprezzare ogni singolo contributo per la ricchezza, oltre che per la generosità, dei processi che vengono descritti dal nord al sud del Belpaese. Dal coraggio e dall’immaginazione di chi nelle valli bresciane affronta lo spopolamento e l’abbandono dell’interno con strategie place-based avviate e sostenute dalle fondazioni di origine bancaria, che puntano sull’originalità delle iniziative per dimostrare la complessità delle risorse delle aree interne, fino al gruppo di studenti italiani che sente l’esigenza di tornare dall’estero nel proprio paese di origine in Calabria per provare a contribuire a creare nuove forme di sviluppo locale assieme ai migranti. Ma l’Italia è costellata di pratiche, di racconti, di persone che attivano processi – assieme, in parallelo o a prescindere dal pubblico – per contribuire al benessere e per declinare un nuovo concetto di bellezza dei luoghi. Alcuni contributi poi riportano alla luce pratiche antiche che trovano oggi usi rinnovati come, ad esempio, quella sulla gestione dei beni comuni legata alle ‘comunanze agrarie’, un fenomeno molto diffuso lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale colpita dal sisma. Questa si è configurata poi come un tipo di organizzazione sociale particolarmente adeguata a fronteggiare le difficoltà proprie della vita nelle zone impervie. Lo spopolamento ha significato chiaramente una minor presenza della popolazione sul territorio e, di conseguenza, una diversa gestione del territorio che ha provocato anche danni ambientali. Lo sfruttamento dei boschi da parte della comunanza agraria ha significato anche coltivare il bosco e mantenerlo in vita legando il concetto di uso del territorio al concetto di utilità che può nascere dalla fruizione di questi beni di chi abita il territorio e non va nelle tasche di speculatori esterni che vivono altrove.

Luca Bizzarri, Dirigente del settore culturale della Provincia di Bolzano, dove le politiche pubbliche legate alla cultura sono attuate strategicamente per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio è co-direttore della collana NewFabric di Pacini Editore, che si occupa di rigenerazione urbana, e amministratore dell’associazione europea per l’innovazione e lo sviluppo locale AEIDL (Bruxelles). Ha partecipato in qualità di esperto nazionale ai lavori sulle politiche giovanili del Consiglio d’Europa e pubblica regolarmente contributi sul legame tra cultura e sviluppo locale. In passato ha conseguito un dottorato di ricerca in comparazione giuridica e storico-giuridica all’Università di Ferrara.

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