Archivio Segreto Vaticano. Un viaggio nella storia, Marco MaiorinoDott. Marco Maiorino, Lei è autore del libro Archivio Segreto Vaticano. Un viaggio nella storia edito dalla San Paolo: a cosa è dovuta la fama di mistero che avvolge l’Archivio Segreto Vaticano?
L’immaginazione è generalmente sollecitata da qualsiasi realtà che sfugga alla nostra immediata comprensione. Credo che, in questo senso, il nome “Archivio Segreto Vaticano” sia tre volte suggestivo. È innanzitutto un “archivio”: un termine che è spesso – e a torto – considerato un sinonimo di “biblioteca” e comunemente associato a qualcosa di antiquato, inattuale e perfino destinato all’oblìo; nel linguaggio comune, del resto, si “archiviano” esperienze non edificanti di cui si desideri cancellare il ricordo. Curiosamente, dunque, la parola “archivio”, che forse più di qualunque altra ha a che fare con la memoria, finisce per essere identificata con il luogo dell’oblìo. Così, al pari della polverosa soffitta di qualche antico maniero, l’archivio è avvolto da un suggestivo alone di mistero. Se poi questo archivio è in Vaticano, cioè nello Stato più piccolo del mondo, incastonato nel centro di Roma e difeso da spesse mura secolari con pochi accessi accuratamente sorvegliati, l’immaginario collettivo si alimenta di ulteriori suggestioni, evocando chissà quali tesori nascosti nei suoi recessi. Infine, come se non bastasse, l’Archivio Vaticano è anche “segreto”, un aggettivo che, se inteso nel suo comune significato, induce a formulare le più stravaganti ipotesi sul suo già misterioso contenuto.

Qual è il significato del termine «segreto» nel nome?
Quando Paolo V (1605-1621) decise di istituire un «nuovo archivio» nel Palazzo Apostolico in Vaticano, il patrimonio documentario della Santa Sede era custodito in diversi luoghi, anche molto distanti fra loro, fra i quali spiccavano importanti uffici curiali, come la Camera Apostolica e la Segreteria Apostolica, e l’antico Archivio di Castel Sant’Angelo, nel quale, dalla fine del ‘400, i pontefici avevano fatto depositare i documenti più preziosi della Sede Apostolica. Questa sostanziale dispersione del patrimonio documentario pontificio poneva evidenti difficoltà: la ricerca dei precedenti delle più varie questioni di governo ecclesiastico e temporale, che il papa si trovava ad affrontare, doveva infatti essere svolta dagli addetti dei diversi archivi, con un notevole dispendio di tempo e di energie; senza contare l’impossibilità di garantire sempre e ovunque l’accurata custodia delle carte nei vari luoghi di conservazione. Sollecitato dunque da concrete esigenze di governo e di salvaguardia della documentazione pontificia, Paolo V concepì il disegno di concentrare le scritture più importanti per la Santa Sede in un unico luogo, estraendole dai diversi archivi in cui erano state conservate fino ad allora e separandole da altre che in quegli archivi sarebbero invece rimaste per molti decenni ancora. Si erigeva dunque un nuovo archivio, distinto dagli altri e accessibile in primo luogo al pontefice e ai suoi incaricati. Fu così che alcuni decenni dopo la sua erezione, l’Archivum Novum di Paolo V cominciò a definirsi secretum, cioè “separato”, riservato all’uso del pontefice e dei funzionari da lui nominati.

Quando è nato l’Archivio Segreto Vaticano?
La data di nascita dell’Archivio Segreto Vaticano si fa generalmente coincidere con quella della nomina del primo «custode e pubblico ufficiale del nuovo Archivio», Baldassarre Ansidei, già primo custode della Biblioteca Vaticana, cui Paolo V conferì l’incarico il 31 gennaio 1612. Ma la creazione del nuovo istituto conobbe in realtà diverse fasi, che si succedettero nel corso di circa un lustro. Fra il 1610 e il 1613 furono ristrutturati alcuni locali del braccio di Pio IV del Palazzo Apostolico Vaticano per renderli idonei ad accogliere la documentazione destinata a costituire il nuovo archivio. Fu allestita una «stanza nuova» all’interno della Biblioteca Vaticana, nel corridoio immediatamente sottostante all’attuale Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani. In questo locale, fra il 1611 e il 1613, furono trasportati centinaia di registri e faldoni provenienti dall’Archivio della Camera Apostolica e dalla Biblioteca Vaticana. A dicembre del 1613 furono pronti i locali attigui alla «stanza nuova», che il papa aveva scelto per ospitare il suo Archivum Novum: tre stanze fra loro comunicanti, corredate di quarantuno armadi in pioppo e noce e riccamente affrescate. Qui si trasportò tutto il materiale fino ad allora collocato nella «stanza nuova» e nell’anno seguente vi si aggiunsero circa quattrocento volumi e registri provenienti da Castel Sant’Angelo e dalla Camera Apostolica. Alla fine del 1614 il Novum Vaticanum Archivum di Paolo V poteva ormai dirsi definitivamente operativo.

Quali sono le dimensioni dell’ASV?
L’Archivio Segreto Vaticano si trova all’interno del Palazzo Apostolico e si estende lungo l’ala sud-ovest del Cortile del Belvedere e lungo il Braccio di Pio IV, che si affaccia a ovest sui Giardini Vaticani e a est sul Cortile della Biblioteca Vaticana. La maggior parte della documentazione si conserva in due ampi depositi sottostanti al Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, realizzati in cemento armato su due piani. Un altro vasto deposito, anch’esso su due piani, si estende lungo il lato orientale del Cortile del Belvedere. Nei suoi 85 km di scaffali sono disposti circa 650 fondi archivistici con milioni di documenti, che coprono un periodo di dodici secoli. Due sale climatizzate a temperatura e umidità relativa costante, sono riservate alla conservazione di circa 30 mila pergamene, distese e custodite in involucri di carta conservativa.

Quali tesori archivistici sono conservati nell’Archivio Segreto Vaticano?
L’Archivio Segreto Vaticano custodisce un patrimonio di fonti documentarie di primaria importanza per la storia dei cinque continenti. Già questo aspetto, di per sé, è notevole: non c’è quasi nazione al mondo che non abbia avuto relazioni con la Santa Sede, soprattutto attraverso i nunzi e i delegati apostolici, gli ambasciatori del papa, il cui numero è inferiore soltanto a quello dei rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti d’America. Creato fin dall’inizio per essere un archivio di concentrazione, l’Archivio Segreto Vaticano oggi conserva e gestisce gli archivi storici di diverse istituzioni – in massima parte ecclesiastiche e vaticane, ma non solo – che nel corso di quattro secoli vi confluirono per competenza o per scelta dell’ente produttore. Accanto ai fondi documentari dei più antichi uffici della Curia Romana, come la Cancelleria e la Camera Apostolica, si trovano quelli di alcune congregazioni cardinalizie istituite da Sisto V (1585-1590), i carteggi della Segreteria di Stato con i nunzi e i legati pontifici, fino a giungere agli archivi di organismi di recentissima istituzione, come il Comitato per il Grande Giubileo del 2000, soppresso all’indomani dell’evento per cui era stato creato. Vi sono poi gli oltre 90 archivi delle Rappresentanze Pontificie nel mondo, dalle più antiche, risalenti all’inizio del XVI, fino alle più recenti, istituite nel XX secolo; gli archivi completi degli ultimi due concili ecumenici, il Concilio Vaticano I e il Concilio Vaticano II, e un vasto spezzone dell’archivio prodotto dal Concilio di Trento; e ancora, archivi di abbazie, monasteri e conventi, di ordini religiosi e di arciconfraternite. Dalla fine del XIX secolo inoltre, il patrimonio documentario dell’Archivio Segreto Vaticano si è arricchito di archivi di famiglie e di persone, donati o ceduti alla Sede Apostolica per diverse ragioni dai loro legittimi proprietari. Non mancano, infine, vaste collezioni di carte e pergamene di diversa provenienza, che fino al 1798 furono custodite nell’antico Archivio di Castel Sant’Angelo: nella primavera di quell’anno, mentre a Roma imperversavano i disordini che condussero alla proclamazione della Prima Repubblica Romana, il mons. Gaetano Marini, «prefetto dei due Archivi Vaticano e di Castello», con un rocambolesco trasporto eseguito «in un sol giorno», mise al sicuro nell’Archivio Segreto il patrimonio conservato da tre secoli nella Mole Adriana.

È tanto difficile quanto inappropriato stilare una classifica dei documenti più importanti conservati in un archivio, poiché ogni singolo pezzo, dalle umili minute fino ai solenni privilegi e diplomi, ha un proprio valore storico come fonte di informazioni per la ricostruzione di eventi che coinvolsero singoli individui o intere nazioni. Ciononostante, non si può negare che fra i milioni di documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, ve ne siano alcuni che spiccano per alcune particolari caratteristiche, come ad esempio il supporto scrittorio. È il caso della lettera scritta nel 1651 in caratteri cinesi su un drappo di seta lungo quasi un metro e inviata al papa Innocenzo X dall’imperatrice cinese Wang, convertitasi al Cristianesimo e battezzata con il nome di Elena. C’è poi il messaggio indirizzato dal capo degli Ojibwe di Grassy Lake in Canada al papa Leone XIII nel 1881, tracciato a sgraffio su corteccia di betulla, che attualmente costituisce l’unica testimonianza scritta della lingua di quella tribù indiana. La seconda attestazione più antica della lingua mongola è invece costituita dal sigillo impresso alla fine del messaggio inviato da Güyük Khan, sovrano dei Mongoli, al papa Innocenzo IV nel 1246: un documento scritto in lingua persiana con un preambolo in turco su due strisce di carta vegetale unite fra loro per una lunghezza totale di oltre un metro. Altri documenti si distinguono per il loro aspetto particolarmente appariscente, come il rotolo di quasi 60 metri, formato da circa 90 pergamene cucite fra loro, in cui sono trascritti gli interrogatori di 231 templari di Francia fra il 1309 e il 1311 o la lettera, supplice e minacciosa al contempo, indirizzata nel 1530 al papa Clemente VII dalla maggior parte della gerarchia ecclesiastica inglese per sollecitare la risoluzione della questione matrimoniale di Enrico VIII e Caterina d’Aragona. In questo caso dalla pergamena pende un apparato sigillografico davvero straordinario: 81 sigilli in teche di latta uniti al documento tramite un complesso intreccio di fettucce di seta rossa. Non a caso questa lettera, scritta in una bella scrittura umanistica su una pergamena larga quasi un metro, fu considerato il documento più impressionante mai messo in circolazione dall’Inghilterra dei Tudor. Vi sono poi scritti dall’aspetto più dimesso, come il breve e struggente messaggio che Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena inviò dalla Torre del Tempio al cognato, poco prima che Luigi XVI fosse ghigliottinato: a queste dodici righe di scrittura, frettolosamente tracciate su un foglietto di carta ordinaria, l’ormai deposta regina di Francia affidò l’espressione accorata di tutto il suo dolore. Insomma, l’Archivio Segreto Vaticano, al pari degli altri archivi storici del mondo, conserva documenti celebri accanto ad altri assai meno noti, tutti accomunati dalla bellezza delle fonti storiche, che parlano di fatti e di persone, di tempi e di spazi, di vite vissute e sofferte nel passato, che hanno sempre qualcosa da dire al nostro presente.

Oltre a documenti cartacei e pergamenacei sono altrettanto notevoli le raccolte di sigilli.
In effetti, l’Archivio Segreto Vaticano conserva una quantità di sigilli davvero straordinaria: centinaia di migliaia di impronte in cera, ceralacca, carta e cera sotto carta, piombo e oro. Particolarmente ragguardevole è proprio quest’ultima tipologia di sigilli, pregiata non solo per il metallo di cui è costituita, ma anche per la sua consistenza numerica: 64 pezzi in lamina d’oro e 4 in oro massiccio, ai quali si aggiungono 13 teche in oro, in oro argentato e in argento, preziose di custodie di altrettanti sigilli in cera. Fra le bolle in oro massiccio spicca senza dubbio l’unico esemplare papale realizzato in questo metallo prezioso: il sigillo pendente dalla lettera solenne emessa da Clemente VII in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Carlo V a Bologna. La scelta del pontefice, in contrasto con la consuetudine dei suoi predecessori di avvalersi del ben più modesto piombo, fu dettata dalla volontà di conferire la massima solennità a un documento che non era destinato alla spedizione, bensì alla conservazione nell’archivio pontificio, a perpetua memoria della magnifica celebrazione svoltasi nel febbraio del 1530 nella cattedrale di S. Petronio.

Da quasi quarant’anni, il patrimonio sfragistico dell’Archivio Segreto Vaticano è affidato alle cure del Laboratorio di Restauro e Conservazione dei Sigilli, che finora ha eseguito la catalogazione, lo studio e la descrizione tipologica e araldica di circa diecimila impronte e ha provveduto al consolidamento e al restauro di oltre cinquemila sigilli pendenti o aderenti, servendosi di metodologie d’avanguardia, studiate per i diversi casi, con il preciso intento di limitare al massimo le integrazioni.

Sono numerosi i progetti di ricerca attivi sulla digitalizzazione delle immense risorse dell’ASV: quale contributo può apportare la tecnologia nello studio dei documenti archivistici vaticani?
L’attività dell’Archivio Segreto Vaticano si sviluppa in due direzioni principali: la tutela del patrimonio documentario per favorirne le condizioni di conservazione e salvaguardarne l’integrità, e la sua valorizzazione come memoria storica dell’attività millenaria della Chiesa attraverso la redazione strumenti di ricerca a disposizione dei ricercatori.

La digitalizzazione dei documenti viene eseguita dal Laboratorio di Fotoriproduzione Digitale mediante postazioni di lavoro collegate alla rete telematica dell’Archivio, dotate di fotocamere digitali a colori e di specifici strumenti per fotografare documenti pregiati e di grandi dimensioni. Attualmente, il patrimonio digitale dell’Archivio Segreto Vaticano consta di circa 7 milioni d’immagini, sia in formato tiff ad alta qualità che in formati compressi, registrati su uno storage della capienza totale di 180TB, conservato e gestito dal Servizio Informatico: questi dati sono naturalmente destinati a crescere ancora nel corso degli anni.

L’acquisizione in formato digitale dei più antichi fondi archivistici corrisponde appunto a questa duplice finalità di conservazione e valorizzazione dei documenti: l’utilizzo di immagini ad alta qualità permette infatti di evitare la consultazione diretta dei pezzi e preservarli così dall’inesorabile deterioramento; al contempo, ne rende più agevole la consultazione, offrendo ai ricercatori la possibilità, ad esempio, di ingrandire a piacimento le immagini, per visualizzare particolari dei documenti difficilmente leggibili a occhio nudo.

Tra le molteplici iniziative in corso, è da segnalare il progetto di digitalizzazione degli oltre 1200 inventari prodotti dal Cinquecento a oggi e consultabili nella Sala Indici. L’acquisizione in alta qualità di questi strumenti di descrizione e di ricerca consente la realizzazione di «volumi elettronici» in formato pdf, pubblicati all’interno di un sistema informatico interno, accessibile al personale dell’Archivio e a disposizione degli studiosi attraverso le postazioni della Sala Consultazione Stampati.

Recentemente il patrimonio di immagini digitali dell’Archivio Segreto Vaticano ha suscitato l’interesse della Sezione di Informatica e Automazione della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Roma Tre, che ha sperimentato soluzioni informatiche innovative, finalizzate alla trascrizione automatica di manoscritti medievali sulle scansioni digitali di alcuni registri di papa Onorio III (1216-1221).

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