“Archeologia in contesto subacqueo. Ambienti di ricerca e metodi” di Massimo Capulli

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Prof. Massimo Capulli, Lei è autore del libro Archeologia in contesto subacqueo. Ambienti di ricerca e metodi pubblicato da Forum Editrice: innanzitutto, ha senso parlare di un’archeologia ‘sub-acquea’?
Archeologia in contesto subacqueo. Ambienti di ricerca e metodi, Massimo CapulliSe lo chiede a me la risposta è sicuramente si, tuttavia per onestà intellettuale devo anche dire che non è questa una posizione condivisa da tutta la comunità scientifica.

Dal momento che l’uomo non ha mai vissuto sott’acqua non si può intendere l’aggettivo “subacquea” allo stesso modo di “classica” o “medievale”, né è mai esistita una civiltà per cui si possa ricorrere a categorie culturali quali quelle impiegate per indicare ad esempio lo studio dell’Antico Egitto con Egittologia o degli Etruschi con Etruscologia. Come ebbe già a dire negli anni ’60 il padre/pioniere del settore, George Bass, noi non parliamo di coloro che lavorano sulla cima del Nimrud Dagh, in Turchia, come archeologi di montagna e quindi l’archeologia subacquea dovrebbe essere chiamata semplicemente archeologia.

Difficile confutare questa verità, che vede nell’archeologia praticata in un contesto subacqueo una mera tecnica al servizio della ricerca storica, ambito per ambito. Ma è altrettanto vero che indipendentemente dall’oggetto di studio, sia esso un porto romano o il relitto di una caracca spagnola, l’archeologia subacquea trae la sua ragion d’essere dal fatto che la ricerca debba essere eseguita in un ambiente fisico diverso da quello in cui viviamo e ciò, a parer mio, richiede un adattamento che non è solo di tipo tecnico. Nonostante, infatti, l’esperienza prenatale nel liquido amniotico, l’uomo rimane un bipede terrestre e pertanto inadatto a vivere sott’acqua. Questo pertanto determina una condizione di stress: si tratta di compiere uno sforzo, per molti versi innaturale, finalizzato a ritrovare un nuovo equilibrio. Questo adattamento mentale, questa capacità di ragionare in un habitat per il quale l’uomo non è stato biologicamente programmato, richiede tempo e una certa dose di predisposizione. Se ciò vale per qualsiasi subacqueo, tanto più è vitale per un operatore scientifico impegnato in una attività irripetibile, qual è lo scavo archeologico.

Pertanto ritengo che esista un’archeologia subacquea, intesa come continuazione con altri mezzi della ricerca archeologica ogni qualvolta l’oggetto della ricerca si trovi sott’acqua.

Quali sono natura e ruolo dell’archeologia subacquea?
Come anticipato l’archeologia subacquea è quella parte dello studio del passato che estende il suo campo di indagine all’ambiente sommerso. Ciò significa che a questa disciplina sono naturalmente affidati i compiti di tutela e la ricerca del vasto patrimonio culturale subacqueo. Quindi da una parte si lavora per impedire che la realizzazione di opere moderne e infrastrutture varie distruggano, senza che ne resti traccia, pagine materiali di storia preservatesi nei fondali, e dall’altra di avere risposte sul passato anche attraverso lo studio di siti subacquei. Tuttavia, non si tratta di recuperare oggetti e di riportarli in superficie per poi analizzarli, ma di studiare il deposito archeologico direttamente in contesto subacqueo.

Sott’acqua, infatti, non solo si conservano solitamente in ottime condizioni i manufatti organici, ma soprattutto i resti di naufragi, che quasi sempre rappresentano “contesti chiusi”, vale a dire siti la cui vita sia stata improvvisamente interrotta, fornendoci così un insieme di manufatti in uso contemporaneamente. Le informazioni che si possono ricavare da questi contesti chiusi, esito di una sigillatura involontaria/accidentale, sono ad esempio basilari per gli studi cronotipologici e sul commercio antico. A questo si aggiunga la possibilità, in alcuni casi, di conservare reperti infrequenti in terra come i semi-lavorati, quale ad esempio il celebre caso dei sarcofagi del relitto di San Pietro in Bevagna.

Quali adattamenti ambientali richiedono le tecniche e gli strumenti della tradizionale archeologia?
Essendo le caratteristiche fisiche dell’acqua diverse da quelle dell’aria, sin dall’inizio delle ricerche scientifiche le tecniche e gli strumenti della tradizionale archeologia sono stati adattati all’ambiente subacqueo o, come spesso è accaduto, ne sono stati introdotti di nuovi. E così dalla trowel, la cazzuola cara a tutti gli archeologi, si è passati alla sorbona, una sorta di tubo aspira-sedimenti che lavora per una depressione causata da una mandata ad alta pressione di aria o acqua. Mentre per compensare l’inapplicabilità ai contesti subacquei di molti strumenti per il rilievo come la stazione totale o il laser scanner, in uso in tutti gli scavi di superficie, si è ad esempio dovuto sopperire con un ricorso, quasi massiccio, alla documentazione fotografica. L’impossibilità di poter effettuare lunghe permanenze sul fondo, per limiti decompressivi o di temperatura, costringe infatti a immagazzinare il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile. Come è noto inoltre, la fotocamera immortala tutto quanto rientra nell’inquadratura, anche ciò che talvolta non si desidera necessariamente riprendere e questo può essere assai utile perché capita che inizialmente qualcosa non venga riconosciuto. Negli ultimi due decenni, dopo l’avvio del digitale, questo tipo di documentazione ha subito un continuo perfezionamento e oggi con la Computer Vision è possibile la costruzione di un modello 3D partendo da una nuvola di pixel.

Ricordo, tuttavia, che a mio parere l’adattamento resta principalmente psichico e per farlo vi riporto un esempio “domestico“ dalla premessa al mio volume: sarà capitato a tutti, o perlomeno ai più, di svegliarsi di notte e di dover raggiungere un’altra stanza senza dovere/potere accendere le luci. Si tratta di casa nostra, il luogo al mondo che conosciamo meglio, eppure ci muoviamo lentamente, allunghiamo le mani per essere sicuri di passare per il centro della porta e può comunque capitare di dare una ginocchiata a un mobile. Pensate ora di trovarvi in acqua, in assenza di gravità e con una visibilità di mezzo metro (ossia stendendo il braccio non vedreste la vostra mano), avendo sulle spalle una scorta d’aria limitata e un tempo definito a vostra disposizione a quella determinata profondità; con queste condizioni pensate adesso a muovervi in uno spazio che non ha i confini certi dei muri della vostra casa e di dovervi condurre una ricerca scientifica.

Quali percorsi segue la formazione dell’archeologo subacqueo?
L’archeologo subacqueo è innanzitutto un archeologo e pertanto la formazione di base segue il normale iter che prevede il nostro ordinamento con il cosiddetto 3+2: laurea triennale (EQF 6) e poi laurea magistrale (EQF 7), a cui può auspicabilmente seguire la formazione anche di terzo ciclo (EQF 8) con un Dottorato di Ricerca o Diploma di Specializzazione. Mentre per quanto concerne la componente squisitamente subacquea della formazione questa resta di tipo extrauniversitario presso svariate agenzie didattiche. Ma archeologo più brevetto subacqueo non fa archeologo subacqueo: non è difatti solo necessario acquisire nuovi saperi relativi ai sistemi di prospezione e documentazione, alle metodologie e tecniche dello scavo subacqueo, ecc., ma specialmente imparare a “studiare” sott’acqua con il minimo condizionamento ambientale possibile. Questa sorta di status di assoluto adattamento al diverso ambiente è pertanto il frutto di tre elementi che si dovrebbero sommare: una naturale predisposizione, una buona preparazione e tanta esperienza.

In pratica uno studente di archeologia che abbia interesse per questa disciplina deve conseguire privatamente un idoneo brevetto da immersione e, qualora la propria università non offra un insegnamento di archeologia subacquea, valutare un trasferimento ad altro Ateneo e soprattutto partecipare a delle missioni di ricerca. Non sempre, infatti, durante il lungo percorso universitario uno studente ha la possibilità di seguire corsi specifici e ancora più di rado le università italiane conducono scavi didattici in acqua. Si consideri che il progetto che come Università di Udine abbiamo da dieci anni nel fiume Stella è un unicum.

Il libro presenta diversi casi studio rappresentativi dei vari ambienti (marino, lagunare, lacustre e fluviale): quali, tra essi, ritiene più significativi e per quali ragioni?
La risposta potrebbe essere molto breve: tutti. Ma è chiaramente opportuno che spieghi questa mia affermazione, che potrebbe altrimenti suonare un po’ supponente.

Quando è nata l’idea di questo libro non vi era la pretesa, e mi si consenta anche la voglia, di offrire al lettore l’ennesimo manuale di archeologia subacquea: solo tra gli autori nazionali se ne contano non meno di venti! Lungi da me, quindi, il desiderio di descrivere un’ideale pratica della disciplina, che molto spesso poggia solo su letteratura. Ho viceversa tentato di dare un quadro onesto delle attività svolte in acqua, illustrando alcuni casi reali che ho affrontato all’interno di scavi di emergenza e di ricerca nei diversi contesti: marittimo, lagunare, lacustre e fluviale. Ciò nonostante non si tratta di una sommatoria di scavi, quanto di una riflessione sul rapporto tra questi ambienti di ricerca e i metodi che ho di volta in volta impiegato per raggiungere determinati obbiettivi, alla luce di quelle che erano le condizioni date anche dal punto di vista stagionale, di disponibilità di uomini e mezzi.

Pertanto, dopo un capitolo introduttivo in cui si affrontano alcuni temi generali come il dibattito attorno alle definizioni o il complesso rapporto fra uomo e mondo sommerso, il resto del volume è dedicato ai contesti affrontati. Dal momento che questi presentano differenze e complessità proprie, a ognuno di essi è stato dedicato un capitolo in cui vengono brevemente illustrate le principali caratteristiche ambientali e due casi studio tra loro marcatamente differenti. La prima parte è così dedicata al mare con un sito in bassissima profondità e sotto costa (relitto di Punta Secca), e un sito offshore a media profondità (relitto di Grado 2). Per la parte lagunare sono presentate indagini nella laguna di Venezia nell’ambito di un’opera pubblica (PIF) e su in sito nella bocca di porto di Malamocco (relitto della Rocchetta). La terza parte, dedicata all’archeologia lacustre, illustra invece una ricerca in un sito preistorico (villaggio del Belvedere) e un relitto di media profondità, (relitto di Lazise). L’ultimo capitolo riguarda i fiumi con un caso subacqueo in area urbana (strutture sommerse di Treviso) e un progetto di ricerca e didattica nel fiume Stella (Anaxum Project). Una corretta elencazione avrebbe dovuto includere anche gli ambienti ipogeici, naturali o antropici, invasi dalle acque. Tuttavia non avendo mai lavorato in questo tipo di contesto, nello spirito di questo libro, ho ritenuto opportuno non scrivere di ciò di cui non ho una consolidata esperienza diretta.

L’intento è stato dunque di condividere con colleghi e studenti le situazioni concrete che si sono dovute affrontare nei diversi contesti, gli inevitabili errori, le soluzioni adottate e i risultati raggiunti.

Massimo Capulli è docente di Metodologie della ricerca archeologica e di Archeologia subacquea e navale all’Università di Udine e ricercatore associato dell’Institute of Nautical Archaeology (USA).

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