Dott. Massimiliano Lanzillo, Lei è autore con Amedeo Visconti del libro Archaiologhìa. Ricostruire una Storia greca pubblicato da Tiotinx Edizioni: da cosa nasce l’idea di un nuovo manuale di Storia greca?
Archaiologhìa. Ricostruire una Storia greca, Massimiliano Lanzillo, Amedeo ViscontiA scanso di equivoci, credo sia necessaria una precisazione: sebbene il volume rientri nella tipologia della manualistica, esso, tuttavia, non costituisce un ‘nuovo manuale di Storia greca’. Piuttosto è uno strumento destinato ad affiancare il manuale tradizionale, concepito con l’intento di far comprendere agli studenti da cosa scaturisca la ricostruzione di vicende e fenomeni storici che trova, infine, la propria sintesi nei manuali. Archaiologhìa risponde anche a una seconda finalità: dare modo agli studenti di toccare con mano quei documenti che spesso il numero di ore riservato a un corso di Storia greca impedisce di approfondire in maniera consona durante le lezioni. Peraltro, i documenti, scelti nell’ambito di diverse serie testimoniali (letteratura antica, archeologia, arte, eccetera), sono corredati di un ampio commento, nel quale si tiene conto del dibattito scientifico, ma non ci si astiene dall’arrischiare proposte esegetiche nuove. Siamo fortemente convinti, e l’esperienza ce ne ha dato atto, che tale impostazione possa stimolare negli studenti – e perché no, nei lettori occasionali – spirito critico e un rinnovato interesse per gli argomenti trattati.

Quale importanza assumono, nel Vostro testo, le fonti?
Le fonti costituiscono il perno del nostro testo. Non può esserci ricostruzione storica attendibile senza un uso metodologicamente corretto di esse. Bisogna aggiungere che le fonti, per essere realmente tali, vanno interrogate e quindi lette con uno spiccato senso critico: una fonte può dire niente oppure tante cose, a seconda anzitutto di chi la fornisce e, forse ancora di più, di chi la legge. Lavorare sulle fonti antiche è arduo e affatto agevole. La tentazione di far dire loro ciò che si vuole sentir dire è onnipresente. Per questo motivo, è necessario che i singoli documenti vadano collocati nel contesto che li ha prodotti, prima di confrontarli tra loro. Tale monito nasce soprattutto alla luce di quanto delle testimonianze antiche abbiamo perso: non sempre, soprattutto in riferimento agli orizzonti cronologici più risalenti, possediamo informazioni coeve al nostro oggetto di indagine, per cui dobbiamo avvalerci di quanto sopravvive, che spesso restituisce tradizioni più tarde. A complicare ulteriormente questo ‘gioco’ è l’esigenza di tenere in conto il fatto che non siamo gli unici a essere soggetti a paradigmi interpretativi mutevoli, in quanto condizionati dallo Zeitgeist del momento. Ciò, infatti, vale anche per un autore antico allorché tratta di fatti o personaggi appartenenti a epoche da lui lontane nel tempo: accade, infatti, che spesso ne dia letture alterate perché, seppure fondate su basi attendibili, sono influenzate dal clima culturale e ideologico del proprio presente.

Nel testo viene dato anche spazio a questioni che destano curiosità: ad esempio, cosa sono gli appellativi che frequentemente si accompagnano ai nomi dei sovrani ellenistici e dei loro congiunti?
Quello degli appellativi dei re ellenistici è un tema – caro al Prof. Federicomaria Muccioli, da poco scomparso – molto interessante. Possono essere soprannomi, coniati a partire da tratti fisici o caratteriali propri del personaggio cui sono attribuiti: uno dei casi più celebri è quello di Antigono Monoftalmo, tra i successori di Alessandro Magno, il quale fu detto così perché durante le campagne militari condotte in gioventù aveva perso un occhio (Monoftalmo in greco significa «che ha un occhio solo», noi diremmo «il Guercio»). All’origine dei soprannomi ci sono anche, però, attitudini tipiche dell’individuo o circostanze specifiche della sua vita: restando nella famiglia del Monoftalmo, è il caso del figlio Demetrio, soprannominato Poliorcete, «Assediatore (ed espugnatore) di città», perché famoso per l’impiego di macchine belliche complesse e avanguardistiche. Questi soprannomi, talvolta, sono trattati dalle nostre fonti con una punta di ironia: se è vero che Demetrio Poliorcete era noto per i suoi terribili assedi, è altrettanto vero però che non sempre questi andavano a segno; oppure, a fronte del magnificente allestimento di flotte e macchine da assedio, come rileva Plutarco nella sua biografia del personaggio, Demetrio era più aduso ad ammirarle che a servirsene!

Di caratura diversa sono gli epiteti, appellativi ufficiali dei sovrani, ripresi dal campo lessicale degli attributi con cui i Greci solitamente invocavano le divinità e che spesso ne diventano nomi alternativi. È il caso, per esempio, di Soter, «Salvatore», attributo per eccellenza di Zeus, che è utilizzato quale epiteto di molti sovrani ellenistici, anche appartenenti a diverse dinastie (gli epiteti, infatti, a differenza dei soprannomi, non sono esclusivi di singoli monarchi). Tali appellativi, tuttavia, non celebravano soltanto i monarchi in vita: essi, infatti, confluivano – accompagnati spesso dal termine theos, «dio» – nel pantheon dei culti dinastici. È la seconda generazione dei successori di Alessandro, gli epigoni, a formalizzare il costume della divinizzazione del sovrano e dei suoi congiunti, portando così a termine il progetto inaugurato da Alessandro. Tale costume, peraltro, non si esaurisce con il tramonto dei regni ellenistici. Esso trova continuazione, anche se in vesti nuove, nella Roma imperiale, dove l’appellativo divus sarà presenza costante nella titolatura degli imperatori.

Quale funzione aveva il sistema delle liturgie nell’Atene democratica?
Chi ha tanto, deve dare tanto. Così potrebbe riassumersi il senso della pratica delle liturgie vigente ad Atene a partire dal V secolo a.C. Qui i cittadini erano esentati dal pagamento di imposte, cosa che può suonare ‘strana’ ai lettori moderni! Essi, però, erano tenuti a contribuire in altre forme al benessere della polis, anzitutto provvedendo personalmente alla sua difesa. In questo quadro, si colloca il sistema delle liturgie, una forma particolare di ‘gabella’ che gravava sulle classi più abbienti della società ateniese, le quali dovevano sobbarcarsi il sovvenzionamento economico di una serie di iniziative di pubblica utilità: tra le più importanti, vi erano l’allestimento delle triremi da guerra, il patrocinio delle rappresentazioni teatrali e l’organizzazione delle cerimonie religiose. Inutile dire che farsi carico di tali forme di sovvenzionamento comportava un esborso di danaro a dir poco esoso. Bisogna aggiungere che le liturgie non erano né obbligatorie né vincolanti, però, certo, l’opinione pubblica –insieme ad alcuni specifici procedimenti di legge – scoraggiava dal sottrarcisi, senza contare il fatto che chi si assumeva il carico di una liturgia e la portava a termine nel modo migliore beneficiava di tutta una serie di riconoscimenti (e riconoscenze) da parte dei concittadini. Cosa non da poco, per chi avesse aspirazioni ai piani alti della politica!

Quale importanza riveste, nella storia dell’Atene democratica, il processo ad Aspasia?
È celebre – ed efficace – la definizione data della città greca, o più in generale della storia greca, come ‘un club per soli uomini’. Ci sono, tuttavia, donne che si muovono con una certa disinvoltura in questo ‘club’. Aspasia ne è un esempio emblematico. Etera originaria di Mileto, si stabilisce ad Atene, dove è prontamente introdotta negli ambienti che contano. Ha così modo di conoscere Pericle. Tra i due si stabilisce una sintonia, che sfocerà in un forte e sincero legame sentimentale. Atene all’epoca era una città nella quale si respirava un’atmosfera tutt’altro che irenica, e a Pericle non mancavano certo gli oppositori. D’altronde, l’Alcmeonide non era diventato ‘il primo cittadino’, come lo definisce Tucidide, solo grazie alla sua rinomata capacità comunicativa e persuasiva. Era un politico di razza: sapeva quando essere accondiscendente, ma anche inflessibile; non si lasciava corrompere, ma al contempo non si preoccupava di dare conto del suo operato davanti alla bulè; sapeva orientare i voti e talvolta non si faceva troppi scrupoli a sbarazzarsi degli avversari, che certo di materiale per attaccarlo ne avevano! Se Pericle sapeva destreggiarsi tra gli attacchi rivolti direttamente a lui, qualche problema lo ebbe allorquando questi attacchi divennero trasversali, nel senso che furono sferrati contro personaggi a lui molto vicini: Fidia, Anassagora e, ovviamente, l’amata Aspasia. Ora, sicuramente processare Aspasia era un modo per colpire il politico ateniese, il quale non perse tempo a indossare le vesti di suo avvocato facendola scagionare. Ma, d’altra parte, bisogna aggiungere che Aspasia non era un personaggio secondario ad Atene né viveva solo della luce riflessa dell’illustre compagno: era una delle figure più importanti del famigerato circolo di Pericle, ma anche punto di riferimento per intellettuali del calibro di Socrate e dei suoi allievi. La sua influenza su Pericle, infine, era enorme e riconosciuta dai contemporanei, tanto che correva la voce, raccolta financo da Platone nel Menesseno, secondo la quale sarebbe stata lei a scrivergli i discorsi, a cominciare dall’Epitafio, la celebre orazione per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso. Non sorprende a questo punto leggere nelle fonti anche del sospetto nutrito su sue ingerenze dietro decisioni prese dallo statista. Se l’influenza di una donna, per giunta etera e straniera, su un qualsiasi privato cittadino poteva essere tollerata dalla opinione pubblica, insopportabile e preoccupante era se a subire tale influenza fosse stato un politico di alto lignaggio nelle cui mani si trovava il destino di una polis gloriosa. Al processo contro Aspasia, insomma, sono sottesi molti fattori, di cui non è semplice parlare in modo succinto. Come si è avuto modo di illustrare, certamente una parte importante ha giocato l’ostilità nei confronti di Pericle, così come la stessa collocazione di Aspasia all’interno della società. Io credo in ogni caso che gli Ateniesi non saranno stati certo colti di sorpresa alla notizia del processo, era un po’ nell’aria: l’opinione pubblica veniva costantemente e direi massicciamente nutrita dagli abbondanti riferimenti dissacranti ai politici più in vista da parte di quella che oggi definiremmo satira politica, ma che all’epoca era la commedia portata in scena nei teatri.

Massimiliano Lanzillo, laureato in Archeologia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è attualmente dottorando di ricerca in Storia greca presso l’Università di Roma ‘Tor Vergata’ e collaboratore della cattedra di Fondamenti di storia antica e di Storia greca presso il Suor Orsola Benincasa. Tra i suoi interessi di ricerca si annoverano la storia greca arcaica, il pensiero politico greco, la democrazia antica, l’antropologia del mondo antico.

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