“Arcana imperii. Lessico politico delle Res gestae divi Augusti” di Mariano Malavolta

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Prof. Mariano Malavolta, Lei è autore del libro Arcana imperii. Lessico politico delle Res gestae divi Augusti edito da Universitalia: quale importanza rivestono le Res gestae diui Augusti per l’universo concettuale del linguaggio politico dei romani?
Arcana imperii. Lessico politico delle Res gestae divi Augusti, Mariano MalavoltaHo pensato di pubblicare la nuova edizione di una dispensa già in passato fornita ai miei studenti di Storia Romana perché sono convinto del fatto che la vicenda politica di Augusto sia sotto molti aspetti emblematica e densa di attualità, specie se la intendiamo come la risposta di un uomo politico di indubbio ed eccezionale spessore, capace di interagire con inuguagliato successo con una crisi epocale determinata dalle discordie intestine che avevano lacerato la compattezza dei gruppi dirigenti dello stato romano per quasi un secolo, dall’età graccana (133-121 a.C.) alla guerra sociale e alle guerre civili (91-31 a.C.). Il nuovo principe (Gaio Ottavio, divenuto in seguito ad adozione Gaio Giulio Cesare Ottaviano, ed infine Augusto) realizzò il capolavoro della costruzione del nuovo regime dell’età imperiale, dando inizio ad una serie di imperatori che portarono il nome di Augusti fino alla caduta dell’impero d’Occidente nel 476 d.C.

In che modo il documento riflette l’intento propagandistico di Augusto?
L’esame del testo evidenzia, sia nel commento ai singoli capitoli del “testamento politico” del principe, sia nel confronto con le parole dello storico Tacito, l’organica tessitura di una verità narrata ai contemporanei con sapiente scelta di verità taciute e di interpretazioni arbitrarie degli eventi vissuti, inserita in una abile politica, che oggi si direbbe macroeconomica, lungimirante e attenta ai bisogni e alle aspirazioni di una piccola borghesia emergente di individui provenienti sostanzialmente dai ranghi dell’esercito, blanditi con concessioni di sostanziosi “benefit” economici, ma non meno attenta al consolidamento del privilegio di classe dei ceti dell’alta borghesia (nobilitas senatoria e ceto dei cavalieri), e sempre tenendo presente il criterio della meritocrazia, anche a beneficio delle provincie dell’impero, che furono amministrate per lo più da persone capaci, opportunamente scelte e designate dal principe.

In che modo nel documento risalta l’ambiguità dell’azione politica di Augusto e i modi con cui egli seppe imporre la sua azione sostanzialmente rivoluzionaria?
Il segreto della ambiguità risulta evidente dai silenzi sugli espedienti utilizzati (arcana imperii, appunto) per favorire l’obsolescenza dei campioni delle antiche virtù repubblicane (si pensi alla damnatio memoriae, denunciata dallo storico Cremuzio Cordo, non soltanto di Cneo Pompeo, ma anche di personaggi considerati “martiri” dell’antico regime, come Lucio Afranio, Metello Scipione Nasica (il suocero di Pompeo), Bruto e Cassio (i cesaricidi). Inoltre è importantissima la cura dei particolari nell’elencazione delle distribuzioni di grano, di somme di denaro, di congedi dei militari e del loro enorme numero, di aiuti agli amici nel garantire il buon livello dei rispettivi patrimoni.

Cosa rivela il confronto fra la funzione originaria svolta dai singoli istituti nell’antico regime repubblicano e la loro mutata collocazione nella riorganizzazione voluta dal principe?
Interessa soprattutto la progressiva espropriazione del voto popolare dei comizi centuriati e dei comizi tributi, che passò ad una commissione senatorio-equestre formata dai più fedeli sostenitori del principe: quelli rimasti dopo l’eliminazione di Marco Antonio e l’emarginazione di Emilio Lepido (già colleghi di Augusto nel triumvirato), e soprattutto nella concentrazione delle sole mani del principe dei poteri antinomici dell’imperium (che nell’antico regime repubblicano caratterizzava soprattutto la funzione dei consoli) e della potestà tribunizia (già caratteristica della funzione di garanzia svolta dai tribuni della plebe), che si configurava nella concretezza come un ritorno all’originario regime monarchico (invano perseguito da Gaio Giulio Cesare il dittatore) senza però restaurarne l’odiato nome, come aveva cercato di fare il grande Cesare. Il nuovo potere assoluto trovò la sua giustificazione nella geniale definizione della sua vera natura, ossia della supremazia assoluta (princeps = primus inter pares) della sua auctoritas (che ha la stessa etimologia di Augustus), e non della potestas dei suoi molteplici incarichi ed attributi, che puntigliosamente Augusto afferma essere sempre stata pari a quella dei suoi “colleghi” nelle singole magistrature. Questa complessa interpretazione della storia romana, basata sulla successione e allo stesso tempo sulla continuità di imperium, potestas e auctoritas, mostra l’acutissima intelligenza politica del nuovo principe, che in parte era sfuggita all’esegesi di storici eccelsi, come il grande Mommsen, e viene puntualmente analizzata in numerose digressioni presenti nel libro.

Mariano Malavolta, già in servizio come professore associato presso il Dipartimento di Scienze storiche dell’Università di Roma “Tor Vergata”, dove ha insegnato Storia romana fino al 31 ottobre 2014, nel quadro di una intensa collaborazione presso la Giunta Centrale per gli Studi storici (1972-1997), l’Istituto Italiano per la Storia antica (con la redazione di 94 voci del “Dizionario epigrafico di antichità romane” fondato da E. De Ruggiero), l’Istituto della Enciclopedia Italiana (con la redazione di 66 voci della “Enciclopedia virgiliana” e di 37 voci della “Enciclopedia oraziana”, 1985-1998) e anche in seguito, in numerosi lavori apparsi su riviste scientifiche, egli ha rivolto la sua attenzione principalmente alla documentazione relativa alla fisionomia amministrativa dello stato romano con particolare riguardo al lessico politico e istituzionale e agli esiti storiografici dei principali motivi propagandistici di volta in volta immessi nella produzione culturale fra tarda repubblica e instaurazione del nuovo regime del principato augusteo.

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