Dott. Luigi Grassia, Lei è autore del libro Arcana imperii. Guerra fredda e geopolitica: George Kennan da Stalin a Putin edito da Mimesis: di quale attualità sono le analisi e le prescrizioni di George F. Kennan per comprendere i rapporti fra Occidente e Russia e le sfide attuali della geopolitica?
Arcana imperii. Guerra fredda e geopolitica: George Kennan da Stalin a Putin, Luigi GrassiaMagari uno si immagina che la biografia di un diplomatico sia un po’ noiosa, come quella di un professore di filosofia o di un direttore di banca, e invece la vita di George Frost Kennan è lì a smentire questo pregiudizio: nei suoi 101 anni di vita il principe dei diplomatici americani ha trattato (a volte con la pistola su tavolo) con dittatori fascisti e comunisti, ha concepito la dottrina del contenimento dell’Unione Sovietica, ha progettato il Piano Marshall per risollevare l’Europa dopo la seconda guerra mondiale (quel Piano che il segretario di Stato Marshall si limitò a firmare) e ha dato via libera all’intervento americano in Corea; ma poi si è opposto strenuamente alla guerra americana in Vietnam, ha criticato come troppo timida e contraddittoria la distensione Usa-Urss degli anni ’70, e ha deplorato la politica occidentale di sgretolamento della Russia, dopo la fine dell’Unione Sovietica nel 1991. Dapprima Kennan è stato il forgiatore delle strategie e delle parole d’ordine della politica estera americana, poi il suo critico più autorevole; in apparenza ha recitato, in sequenza, il ruolo del “falco” e della “colomba”, ma in realtà Kennan non è mai stato né l’uno né l’altra: il suo credo è sempre stato l’interesse nazionale degli Stati Uniti (e per estensione dell’Occidente) senza farsi influenzare da simpatie o antipatie nei confronti dell’avversario geopolitico del momento.

Dico questo come indispensabile premessa. Quanto alla sua specifica domanda sull’attualità politica di Kennan, mi tocca dare una doppia risposta: se lei mi chiede quanto Kennan sia importante per comprendere, per interpretare, per analizzare i rapporti passati e presenti (e persino futuri) fra l’Occidente e la Russia, le rispondo che George Kennan è rilevantissimo, il numero uno; nel settore è stato la massima autorità mondiale, riconosciuto come tale anche dai suoi critici. Se invece il senso della sua domanda fosse un po’ diverso, cioè se lei mi chiedesse quanto il pensiero di Kennan riesca effettivamente a influire sulla fase attuale dei rapporti dell’America con la Russia di Putin, dovrei risponderle: per niente. Intendiamoci, Kennan non è più fra noi, essendo venuto a mancare nel 2005, perciò attribuirgli un’opinione sul mondo del 2020 comporta, da parte nostra, un elemento di azzardo; ma alla luce di tutto quello che ha fatto, che ha detto e che ha scritto Kennan nella sua lunghissima vita, credo che sottoscriverebbe il giudizio di Henry Kissinger sul rapporto attuale Washington-Mosca, cioè respingerebbe l’interpretazione demonologica della politica estera russa, la retorica di Putin come nuovo Hitler, e il continuo evocare lo spettro di Monaco 1938. Henry Kissinger, che appartiene alla stessa corrente di pensiero di Kennan (quella definita “realista”), osserva con rammarico di esprimere oggi un’opinione minoritaria quando invita i leader occidentali ad abbassare i toni della polemica con Mosca; e Kennan si iscriverebbe senz’altro a quella stessa minoranza, pur senza aderire minimamente al partito dei filo-russi o dei filo-Putin (non lo fa neanche Kissinger), perché non è questo il punto.

Come si articola il pensiero geopolitico di Kennan?
Parto da un punto specifico, che può essere rilevante per la situazione attuale: Kennan fin dai tempi di Stalin considerava le manifestazioni garrule di antipatia nei confronti di un leader straniero come il livello intellettualmente più basso che si possa toccare nella politica internazionale. C’è da chiedersi che cosa penserebbe oggi della retorica occidentale anti-Putin. A suo tempo, Kennan ha respinto ogni demonizzazione americana della persona di Stalin, nonostante il fatto che lui stesso ne avesse una pessima opinione. A sua volta, Stalin considerava Kennan come un anti-sovietico viscerale, e nel 1952, quando Kennan era ambasciatore a Mosca, lo espulse in quanto persona non grata, unico ambasciatore americano a subire questo trattamento (un fatto che Kennan ha poi esibito per tutta la vita con civetteria). A cavallo fra gli anni ’40 e ’50 Kennan fu tra coloro che spinsero l’America a contrastare con la massima decisione Stalin e l’Unione Sovietica, ma per lui si trattava di realtà politiche di fatto, con le quali si dovevano fare i conti, senza futili slanci retorici, né con le invettive né (ad esempio) con le sanzioni economiche.

E ora veniamo a Putin. Kennan prima di lasciarci nel 2005 ha fatto in tempo a vedere i primi sei anni al potere del nuovo uomo forte della Russia, quindi non ha potuto osservare e valutare le successive mosse del Cremlino in Georgia e in Ucraina; ma considerando che lo stesso Kennan, per fare un esempio, non ha mai approvato alcuna sanzione economica all’Urss di Stalin o di Breznev, è lecito chiedersi, approverebbe oggi quelle in vigore contro Putin e la sua Russia non più superpotenza, che non ha più alle spalle l’Unione Sovietica né il Patto di Varsavia, che deve accontentarsi di un Pil inferiore a quello dell’Italia, e che non esibisce più alcuna ideologia di sfida globale come quella comunista? Accetterebbe oggi Kennan di giustificare le attuali sanzioni economiche che colpiscono Mosca, e personalmente alcuni alti esponenti russi, per punirli per la Crimea e il Donbass? Non gli forziamo la mano, ma come minimo c’è da dubitarne.

Assieme a Henry Kissinger e Niall Ferguson, Kennan appartiene alla cosiddetta corrente “realista” delle relazioni internazionali: in che modo tale approccio ha condizionato la politica estera statunitense?
Agli esordi, questa scuola si definiva “realista” perché perorava la legittimità delle ragioni del potere in contrapposizione alla dottrina “idealista”, che invece auspicava di fondare i rapporti con gli altri popoli esclusivamente sul diritto internazionale e sulla rinuncia volontaria ai metodi tradizionali della politica inter-statuale. Adesso, invece, i “realisti” fanno quasi la figura dei pacifisti, in quanto contrastano la retorica di chi vede spuntare ovunque nuovi Hitler, di chi paventa in continuazione il rischio di nuove capitolazioni in stile Monaco 1938, di chi invoca sempre la necessità di “far pagare un prezzo all’aggressione” eccetera. Ma i “realisti”, pur opponendosi a questa deriva, non sono pacifisti: sostengono che bisogna negoziare gli interessi nazionali con tutti, anche con i nemici, per quanto antipatici siano, e che bisogna calibrare le mosse sulla base dell’efficacia, tenendo sempre conto dei rapporti di forza, dei costi e dei benefici, e che la politica internazionale non è un tribunale in cui si giudicano i buoni e i cattivi e poi si eseguono le sentenze.

Per fare un esempio concreto: Henry Kissinger scrive che se gli americani decidessero, per coerenza con i principi (o con gli slogan) di cui sopra, di sfidare a tutti i costi la Russia sull’Ucraina, usando ogni mezzo a loro disposizione, di sicuro vincerebbero, e la Russia si sfalderebbe, ma creare “una nuova Jugoslavia post-Tito devastata dai conflitti ed estesa da San Pietroburgo a Vladivostok non è nell’interesse nazionale americano”, secondo Kissinger, perché un caos sanguinoso così vasto anziché apportare sicurezza susciterebbe nuovi pericoli per l’Occidente, basti pensare al rischio di una dispersione incontrollabile di testate nucleari, e dunque non s’ha da fare. Lo storico britannico Niall Ferguson aggiunge che quando si pensa alla Crimea e al Donbass bisognerebbe preoccuparsi meno di possibili cedimenti in stile Monaco 1938 e più al rischio di guerre per errore come quella del 1914, quando nessuna potenza voleva davvero combattere per “una porzione di Europa orientale di non primaria importanza”, ma tutte quante fecero la voce inutilmente grossa, e così la guerra non voluta scoppiò per conto suo.

Riguardo ai rapporti fra Occidente e Russia nel XXI secolo, l’indicazione che si può trarre da Kennan, da Kissinger e da Ferguson è che lecito perorare la necessità di compromessi di potere con il Cremlino usando argomenti razionali e sulla pura base dell’interesse dell’Occidente, senza essere filo-russi, o filo-Putin, o sovranisti, o affetti da altre presunte tare morali o intellettuali.

Comunque non vorrei che qui si creasse un equivoco: in senso generale, sotto l’ombrello del “realismo” si adunano accademici e politici di opinioni variegate riguardo all’Urss del passato o alla Russia di oggi; non si tratta di un blocco monolitico, e pure le figure di Kissinger e di Kennan sono sovrapponibili soltanto per certi aspetti, ma non in toto: è vero che Kissinger ha promosso la distensione con l’Urss, ha aperto alla Cina e ha portato l’America fuori dal Vietnam, cose approvate (sia pure con un certo distacco critico) da Kennan, però Kissinger contro lo stesso Vietnam ha scatenato anni di violentissimi bombardamenti (perché bisognava sempre “trattare da posizioni di forza”), ha organizzato il golpe in Cile contro Allende, e ha concertato l’invasione turca a Cipro, con tanto di pulizia etnica: una ferita che è tuttora aperta dentro al territorio dell’Unione europea, e che anzi proprio in questo periodo si sta incancrenendo anziché guarire. Va aggiunto che Kissinger non ha mai fatto autocritica per alcuna di queste azioni.

Al confronto, Kennan ha un curriculum meno muscolare (anche se non alieno da guerre) e col trascorrere dei decenni si è spinto fin sull’orlo del vero e proprio pacifismo, senza peraltro superare il crinale, e proprio questo suo stare in mezzo al guado è ciò che lo rende prezioso, o addirittura unico nel panorama della politica estera americana: Kennan è stato un raro esempio di critico dell’establishment dall’interno, non un contestatore irenico, né un sinistrorso estremista, né qualche altro genere di dropout, e ogni volta che biasimava la guerra in Vietnam, o quella che definiva la militarizzazione della politica estera degli Usa, non gli si poteva tappare la bocca bollandolo a priori come anti-americano o come estremista anti-sistema: lui era pur sempre l’ideatore del contenimento, l’unico ambasciatore americano espulso dall’Urss, e continuava a condividere il vocabolario, la grammatica e la sintassi della classe dirigente degli Stati Uniti, i cui esponenti, perciò, si sentivano obbligati a rispondere alle sue critiche con argomenti elaborati, anziché con formule di esorcismo. Così il dibattito politico attorno a Kennan è sempre stato fecondo, anziché risolversi in uno scambio di invettive e di anatemi fra universi non comunicanti.

Alla luce del pensiero di George F. Kennan, quali prospettive per le sfide geopolitiche mondiali?
Provo ad assumere il punto di vista di Kennan, passando in rassegna i problemi e schematizzando al massimo. Cominciamo dalla Russia. Per il padre della dottrina del contenimento, dopo che l’Urss da contenere è scomparsa nel 1991 il discorso si è chiuso definitivamente, punto e basta: come a Kissinger, anche a Kennan l’eventuale prosecuzione di questo processo con la disgregazione della Russia non è mai apparsa, né gli apparirebbe ora, auspicabile, mentre un compromesso con il Cremlino sull’Ucraina sarebbe per Kennan nell’ordine naturale delle cose, sia pure senza alcun abbraccio a Putin, secondo il motto di Kissinger: “Gli stati non hanno né amici permanenti, né nemici permanenti, hanno solo interessi”. Ci si può accordare con Putin anche se si ha, e si continua ad avere, una pessima opinione di lui, e in effetti quella che ne hanno Kennan, Kissinger e Ferguson è pessima davvero, ma questo non è loro d’intralcio.

Più complesso è azzardare che cosa penserebbe oggi Kennan della Cina. In passato non l’ha considerata granché, perché non era una vera potenza industriale; di gran lunga valutava più importante il Giappone. Da questo punto di vista le cose sono cambiate, ora la Cina sul piano industriale è seconda soltanto agli Usa. Però ci sono altri aspetti della Cina riguardo ai quali la freddezza espressa anni fa da Kennan potrebbe permanere tutt’oggi. Per esempio, è stato sempre ostile a “giocare la carta cinese contro la Russia” (come si usava dire una volta) anche nel timore che alla lunga la Cina si rivelasse un nemico ancora più pericoloso. E Kennan ha scritto pagine non ottimistiche sulla possibilità che la Cina riesca mai a diventare una democrazia (almeno in tempi storici); a suo giudizio, quando un americano e un europeo parlano di democrazia intendono la stessa cosa, quando parlano di libertà intendono la stessa cosa, quando parlano di diritti umani intendono la stessa cosa, mentre non è detto che ciò sia vero nel caso dei cinesi (o anche di altri popoli di varia tradizione culturale). Questo, secondo Kennan, potrebbe limitare in modo definitivo la prospettiva di partnership strategica con la Cina, mentre gli Stati Uniti possono avere la certezza di un’intesa sui valori di fondo solo con l’Europa e con le sue dirette filiazioni (Canada, Australia e Nuova Zelanda). Da notare che tale punto di vista smentisce, in parte, il discorso di cui sopra, sull’avere o non avere amici o nemici permanenti; ma quel discorso, in ogni caso, non è mai stato inteso da Kennan o da Kissinger come negazione dell’esistenza concreta di una comune civiltà occidentale.

Ho da dare un contributo personale: posso testimoniare che Henry Kissinger, riguardo a un’eventuale evoluzione democratica della Cina e di altri Paesi non appartenenti alla tradizione occidentale, ha un’opinione più possibilista di Kennan; in una intervista che mi ha rilasciato qualche anno fa per La Stampa, Kissinger si è espresso così: “Io passo per un pessimista, ma se sono scettico su una futura democrazia in Cina, in Russia, nel mondo arabo eccetera, non è perché la ritenga impossibile, è solo che non la do per scontata”. Però fino ad allora bisogna tenere sempre a portata di mano gli strumenti della politica di potenza tradizionale e dei compromessi di potere. Da “realisti”, appunto.

Tuttavia, George Frost Kennan è molto più di questo; è di un’altra classe, non è solo un erede di Machiavelli, si confronta sempre con la prospettiva dell’etica e del bene dell’umanità. Fra molti altri riconoscimenti, Kennan ha ricevuto anche il Premio Einstein per la Pace, e proprio il suo essere “realista” lo ha portato, fin dagli anni ’70, a proporre il problema dell’ambiente come questione di rilievo primario non solo nelle scienze naturali, nella società e nell’economia, ma anche nell’agenda della politica internazionale; e questa era una prospettiva da pioniere a quell’epoca.

Come ultima cosa, mi lasci dire che nelle pagine del mio libro su Kennan, da nano (quale sono) sulle spalle dei giganti, ho provato ad applicare la lezione di Plutarco: “Io non scrivo storie, ma vite”. Così ho inserito la vita privata di Kennan, le sue speranze e i suoi tormenti, nel racconto dei fatti politici di 101 anni; e ne è uscito un personaggio molto ricco e intrigante. Le avventure non gli sono mancate: dallo spionaggio a un assedio in ambasciata a Mosca, e dall’internamento nella Germania nazista durante la guerra alle accuse da parte del senatore McCarthy negli anni ‘50. Senza contare gli incontri segreti, tutt’altro che cerimoniali, e anzi spesso tesissimi, con il presidente Roosevelt, con il generale MacArthur, con il dittatore Salazar e un’infinità di altri. Altro che la vita noiosa del diplomatico algido.

Luigi Grassia è giornalista e scrittore. Per La Stampa ha firmato reportage da più di 110 Paesi e negli anni ha intervistato Henry Kissinger, l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan, lo storico Arthur Schlesinger e i Premi Nobel dell’Economia Amartya Sen e Paul Krugman, ma anche personaggi più eccentrici come il vulcanico imprenditore britannico Richard Branson e la star della musica reggae Alborosie. Ha pubblicato nove volumi, fra cui libri di viaggio e di storia e un’autobiografia professionale ironica (In mongolfiera contro un albero) con prefazione di Massimo Gramellini.

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