Appennino. Economie, culture e spazi sociali dal medioevo all’età contemporanea, Augusto CiuffettiProf. Augusto Ciuffetti, Lei è autore del libro Appennino. Economie, culture e spazi sociali dal medioevo all’età contemporanea edito da Carocci: quali assetti territoriali caratterizzano la dorsale appenninica?
Gli assetti territoriali che caratterizzano fino all’età contemporanea la dorsale appenninica dell’Italia centrale, dall’area tosco-emiliana fino all’Abruzzo, si definiscono nel basso medioevo, quando tali spazi sono investiti da un consistente processo di popolamento, di sfruttamento dei suoli e di valorizzazione delle risorse coevo a quello di altre realtà italiane, ma dotato di propri caratteri. Contestualmente riprende l’economia silvo-pastorale e si ampliano le attività agricole.

Nel più generale contesto dell’espansione economica e demografica del basso medioevo, anche l’Appennino registra una crescita della popolazione che si incardina su un consolidamento di vecchi insediamenti e sulla nascita di nuovi villaggi. Spesso si tratta di minuscoli insediamenti (le cosiddette ville dei monti Sibillini), le cui popolazioni riescono a sopravvivere integrando la coltivazione di piccoli appezzamenti di terra con la pratica degli usi civici e partecipando alla gestione e allo sfruttamento di beni comuni o collettivi, solitamente occupati da pascoli e boschi. Intorno al secolo XI una fitta rete di centri abitati d’altura (nella fascia altimetrica compresa tra gli 800 e i 1500 metri) copre, ormai, l’intera dorsale. Nello stesso tempo si definisce un capillare sistema di tratturi, sentieri, mulattiere che tende anch’esso a salire lungo le pendici delle montagne, permettendo un regolare collegamento tra “terre alte” e “terre basse” e l’inserimento dei queste aree interne in circuiti commerciali a vasto raggio.

Questo processo di conquista, cioè di messa a coltura e sfruttamento delle zone più alte degli Appennini, che assegna a centri abitati e insediamenti posti intorno ai mille metri inedite funzioni religiose e politiche, è certamente favorito da un contemporaneo fenomeno di natura climatica, e quindi di più ampia portata, che trasforma l’ambiente montano di queste aree in un contesto più favorevole alle diverse attività economiche e sociali dell’uomo. È il climatologo britannico Hubert H. Lamb a evidenziare nel 1965 l’esistenza di un optimum climatico medievale o periodo caldo medievale, tale da sostenere il nuovo slancio che l’economia europea registra dall’anno Mille in poi. La nascita e la riedificazione, intorno al secolo XI, dei numerosi castelli del Montefeltro e della Massa Trabaria e, sempre nello stesso territorio, il verificarsi, tra il 978 e il 1010, di una seconda ondata di fondazioni monastiche, sono da imputare proprio all’optimum climatico di questo periodo.

A questa maggiore presenza dell’uomo nelle zone d’altura corrisponde un forte sviluppo dei centri urbani posti a ridosso della montagna, lungo le vallate o sulla sommità delle colline che delimitano le aree più interne dell’Appennino. In queste città di piccole e medie dimensioni si registra un forte processo di inurbamento funzionale allo sviluppo di attività manifatturiere che attingono alla risorse della montagna, sia per quanto riguarda le materie prime (legname, pelli, lana), sia per quanto concerne le fonti energetiche (boschi, acqua). In altre parole, questi centri urbani che dialogano con l’Appennino partecipano anche loro, con un certo dinamismo, alla più generale fioritura della civiltà europea del basso medioevo, definendo un inedito rapporto economico e politico tra fondovalle e terre alte.

Come si è evoluta la civiltà appenninica?
Quella dell’Appennino si configura come una civiltà a tutti gli effetti, che si definisce anch’essa nel basso medioevo. Questa sorta di civiltà nascosta tra le montagne si dimostra capace di produrre delle innovazioni che continuano a segnare in profondità l’intero territorio appenninico e non solo anche nei secoli successivi, almeno fino all’inizio del Novecento.

La centralità dell’Appennino e della sua civiltà nella storia economica italiana è dimostrata da molteplici vicende e situazioni. Una delle prime testimonianze sulla presenza, nella nostra penisola, di mulini per la follatura della lana o gualchiere, risalente al 962, proviene, insieme ad altri territori, dall’Appennino centrale, nello specifico dall’Abruzzo. Un’altra importante innovazione che nel basso medioevo matura all’interno di questa catena montuosa riguarda la produzione della carta. È a Fabriano, infatti, che si intraprende per la prima volta la produzione del moderno foglio di carta: si tratta della carta bambagina, nella quale, per le operazioni di collaggio, i fabrianesi sostituiscono l’amido di frumento con la colla animale, ottenuta dal carniccio scartato dalle concerie.

Un altro pilastro della civiltà appenninica, capace di forgiare i suoi caratteri originali, è il fenomeno del monachesimo benedettino. Esso appartiene agli spazi montani dell’Italia centrale non solo perché si configura come un’espressione diretta di questo territorio (nasce e si sviluppa tra Norcia, Subiaco e Montecassino), ma anche perché contribuisce a definirne i paesaggi, grazie ai suoi numerosi siti dai quali si irradiano dissodamenti e intensi processi di messa a coltura di nuove terre. Allo stesso modo, al mondo appenninico appartiene anche il francescanesimo. Si tratta di un fenomeno “territoriale” che lo stesso Francesco contribuisce a delimitare sul piano geografico con i suoi cammini. Un altro fenomeno religioso e sociale di queste terre, il quale concorre a delineare il profilo di un ambiente particolarmente vivace, al cui interno sono presenti forme di vita collettiva e culture alternative ai modelli dominanti, è la proliferazione degli spirituali e dei “fraticelli”.

Una civiltà che si connota su piani diversi, non può non avere delle corrispondenze anche sul piano linguistico e letterario. I primi testi scritti in volgare appartengono, ancora una volta, all’Appennino dell’Italia mediana, corrispondente all’area longobardo-benedettina. La più antica prosa lunga in volgare proviene dal monastero di Sant’Eutizio, tra Preci e Norcia: si tratta di due formule di confessione e di assoluzione inserite da un monaco nel 1080 in un breviario. Il più antico testo letterario italiano di cui si conosce il nome dell’autore e la data certa di composizione è il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, scritto tra il 1224 e il 1226.

Altri aspetti di questa civiltà sono il più alto tasso di alfabetizzazione, che almeno fino al XIX secolo, si registra nelle aree montane rispetto al mondo rurale delle vicine aree collinari e di pianura; la diffusione nel territorio di un patrimonio artistico di un certo rilievo, anche se non sempre di elevata qualità, dovuta alla presenza di enti religiosi e possidenti particolarmente attivi; la persistenza, fino al Novecento, di beni comuni o collettivi, che rappresentano una forma di organizzazione delle attività economiche alternativa alla proprietà privata; la diffusione di una cultura popolare di grande valore e rilievo, fatta di leggende trasformate in poemi, in parte legata alla pastorizia e alla transumanza (gli stessi pastori si trasformano spesso in poeti che recitano in ottava rima); la mobilità continua della popolazione che genera mestieri particolari come quello del venditore ambulante, il quale si trasforma all’occorrenza anche in ciarlatano.

C’è un’ultima vicenda che idealmente chiude il contesto storico nel quale maturano le innovazioni tecniche e culturali, si realizzano le attività economiche e si compiono le produzioni letterarie che definiscono una civiltà appenninica in grado di illuminare per l’intera età moderna l’Italia centrale. Si tratta della stampa a caratteri mobili. Il primo libro stampato nel nostro paese proviene, infatti, da una prototipografia installata all’interno del monastero di Santa Scolastica a Subiaco.

Quali caratteristiche presenta l’economia appenninica?
Il carattere più importante che presenta l’economia appenninica nel lungo periodo è quello dell’integrazione. Alla base di ogni sistema locale si colloca una piccola proprietà terriera, quasi sempre insufficiente, a causa della ridotta dimensione degli appezzamenti e delle basse rese agrarie, a garantire la sussistenza dei nuclei familiari. Queste scarse risorse si integrano con forme di pluriattività, che permettono di svolgere più mestieri, oppure ricorrendo alle migrazioni stagionali, alle quali si lega, ancora una volta, una vasta gamma di attività diverse. Il contadino può essere al tempo stesso carbonaio e fornaciaio, venditore ambulante e bracciante. Nell’ottica dell’integrazione un ruolo fondamentale è svolto anche da una capillare rete di opifici, piccole manifatture e laboratori (mulini, gualchiere, ferriere, cartiere, concerie, segherie, lanifici), che soddisfano tutte le esigenze dei mercati locali. Grazie ai collegamenti che sempre nel lungo periodo si stabiliscono tra “terre alte” e “terre basse”, questi siti protoindustriali riescono ad entrare anche in circuiti commerciali a più vasto raggio. Si tratta di un sistema economico tradizionale che resiste fino al XX secolo e che si dimostra capace di convivere, prima della sua definitiva scomparsa, con lo sviluppo industriale dell’Italia.

Quale importanza rivestono il fenomeno della transumanza e le migrazioni stagionali?
Nel corso dell’età moderna, fino all’inizio del Novecento, in tutte le zone della dorsale appenninica dello Stato pontificio e del Granducato di Toscana, il più evidente e importante fenomeno di mobilità, riconducibile alle forme della pluriattività rurale tipica di questi luoghi, è quello dell’emigrazione stagionale di contadini poveri o proprietari di minuscoli appezzamenti di terra. Essi si dirigono verso le pianure delle maremme e dell’Agro romano, dove si integrano con ambienti e sistemi economici diversi da quelli della montagna, ma ad essi complementari. Seguendo i medesimi percorsi della transumanza dei pastori, questi agricoltori sono pronti a trasformarsi in braccianti pur di integrare il magro reddito. Si tratta di un fenomeno rilevante.

Il latifondo della grande proprietà nobiliare ed ecclesiastica delle campagne romane, che si basa sul frumento, il fieno e il pascolo, in determinate fasi dell’anno agrario, in un rapporto di reciproca dipendenza, ha bisogno dei braccianti dell’Appennino e questi ultimi, come forma di difesa sociale, necessitano del lavoro disponibile negli stessi luoghi dove si recano a svernare le greggi. È in questo modo che si limitano gli effetti delle ricorrenti carestie garantendo, nel lungo periodo, la tenuta demografica delle comunità montane. L’emigrazione stagionale è sempre di tipo conservativo e rafforza la coesione all’interno dei paesi montani, assicurandone la sopravvivenza. L’emigrazione temporanea, quindi, non è funzionale solo all’assorbimento di manodopera sovrabbondante, ma è anche organica a un ciclo continuo di integrazione tra montagna e pianura.

Il fenomeno della transumanza si intensifica nel corso dell’età moderna. La sua importanza si deve alla centralità che riveste nell’economia degli spazi montani e nei canali di collegamento che si attivano tra questi ultimi e le pianure toscane e laziali. La transumanza, in termini di organizzazione dei lavori e degli spostamenti periodici degli animali, rappresenta un mondo a sé, con delle gerarchie interne e delle articolazioni sociali particolarmente complesse. In ogni caso, è proprio grazie alla pluriattività delle popolazioni appenniniche, ai loro continui spostamenti, all’economia silvo-pastorale che queste ultime riescono a sopravvivere nel tempo senza conoscere sostanziali processi di spopolamento.

Quando si attivano i primi concreti fenomeni di spopolamento?
Come dimostra l’inchiesta sullo spopolamento montano condotta in Italia negli anni Trenta del Novecento, il primo vero declino demografico dell’Appennino centrale, si registra soltanto in questa fase, per assumere i connotati di un vero e proprio esodo nel secondo dopoguerra, in particolare negli anni del miracolo economico. Nelle relazioni che accompagnano la citata inchiesta si mette in risalto come tale esito sia ritardato dalla tenuta delle economie tradizionali, sorrette dalla pluriattività e dalle migrazioni stagionali. Dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, lo “scivolamento” delle popolazioni montane verso coste, pianure e città è un processo che riguarda tutte le regioni dell’Italia centrale. Lo spopolamento comporta anche il progressivo invecchiamento degli abitanti che restano. È indicativo che esso avvenga proprio nel momento in cui la modernizzazione arriva ad investire anche gli spazi montani, in termini di servizi e infrastrutture. Strade, acquedotti, fognature, linee elettriche, interventi edilizi pubblici e la predisposizione di servizi mai attivati nelle aree interne coinvolgono finalmente anche gli Appennini, ma questo è il paradosso della modernità. Quest’ultima interessa le montagne nel momento in cui si è ormai realizzato il processo di spopolamento.

Esso rallenta alla fine degli anni Novanta del Novecento. Significativi episodi di recupero demografico sono alimentati dal ritorno di vecchi emigranti, dallo sviluppo turistico e dalla presenza, a vario titolo, di persone straniere. Nel complesso si tratta di una ripresa demografica solo apparentemente uniforme, che mantiene significative differenze al suo interno. Il terremoto che ha colpito l’Appennino centrale tra il 2016 e il 2017 rischia di rendere definitivo e irreversibile questo processo di progressivo abbandono della montagna.

Quali percorsi di rinascita è possibile ipotizzare per le aree interne dell’Italia centrale?
Per evitare il declino delle aree interne dell’Italia centrale e frenare i processi di spopolamento è necessario individuare nuovi equilibri. Un saldo punto di partenza non può che essere rappresentato dalla ricostruzione della storia di questi territori. È solo attingendo ad essa che si possono individuare dei caratteri originali in grado di funzionare anche oggi.

Difficilmente grandi progetti economici e sociali che fanno riferimento a modelli standardizzati si possono applicare agli Appennini, nel tentativo di indirizzare il loro percorso verso un facile e possibile approdo. Questo “pezzo” dell’Italia centrale, che oggi scopre di essere fragile rispetto alle forze e alle capacità di resistenza sperimentate nei secoli passati, ha bisogno di puntare sulla sua originalità. In tal senso, il futuro delle terre alte appenniniche non può che ripartire da una idea di centralità da restituire pienamente a ogni comunità. Un possibile motore di sviluppo, quindi, può trovare rappresentanza in una politica incentrata sulle identità di ogni luogo, da intendere come espressione di autenticità; una politica che non deve rivolgersi al territorio in sé, ma all’uomo che abita il suo territorio e che si relaziona con esso attraverso un linguaggio definito nel corso dei secoli. In una fase storica come quella attuale segnata dal superamento dello statalismo, ma anche dal fallimento del liberismo, ogni percorso di rilancio per un territorio ritenuto marginale o ferito da una catastrofe naturale non può che passare attraverso la riscoperta di concreti “beni territoriali”.

Comunità e sistemi territoriali, dunque, capaci di dialogare, cercare connessioni, tessere relazioni, mettendo in comunicazione gli ambiti locali con spazi esterni e distanti, come ampiamente dimostra la storia dell’Appennino. In definitiva, si tratta di individuare dei microsistemi locali, attraverso un processo di riorganizzazione del territorio nel quale le identità storiche siano chiamate a essere una guida per lo sviluppo. È necessario tornare a programmare e pianificare, cercando di riempire anche il vuoto istituzionale creato dal superamento di enti come le province e le comunità montane.

Da anni si ripete che il futuro delle aree interne e nello specifico dell’Appennino è nel turismo, in particolari forme di turismo a “passo lento” e responsabile, come quello legato ai cammini e alla sentieristica, oppure alimentato da pratiche agricole basate sulla biodiversità, capaci di favorire una conservazione attiva dei paesaggi mediante produzioni di alta qualità. Per anni si è insistito sull’importanza della tipicità e di prodotti alimentari con nomi e marchi che sono espressione diretta dei territori ai quali appartengono. Si tratta di una domanda di beni di consumo che arriva da un mondo urbano ormai in perenne movimento e alla costante ricerca di cibi “autentici”. Sullo stesso piano si colloca l’esaltazione di processi lavorativi artigianali, capaci di posizionare i prodotti in una forte dimensione internazionale. Tutto ciò non basta, in quanto serve un quadro, un “contenitore” politico, con adeguati strumenti normativi e amministrativi, nel quale depositare questo insieme di ipotesi, idee e progetti.

Come ente territoriale e sociale che regola le comunità locali e gestisce le loro risorse in chiave collettiva in una dimensione originale e alternativa, e soprattutto in grado di resistere nel tempo, la storia ci consegna le comunanze agrarie. È da questo ambito istituzionale che si può ripartire mediante un suo aggiornamento nella chiave delle cooperative di comunità. Queste ultime, infatti, producendo coesione sociale, possono consentire a vecchi e nuovi montanari di rimanere nel loro ambiente e di sviluppare progetti culturali, sociali ed economici.

Per consentire agli Appennini di avere un futuro, di tornare a crescere, al di là di ogni schema economico è necessario, infine, che essi tornino ad essere uno spazio accogliente e aperto nei confronti degli “altri”; uno spazio dove praticare la solidarietà e la coesione sociale, dove ritrovare un senso di umanità che appartiene anch’esso alla storia plurisecolare della dorsale appenninica.

Augusto Ciuffetti Insegna Storia economica nell’Università Politecnica delle Marche ed è presidente dell’associazione RESPRO – rete di storici per i paesaggi della produzione. Tra le sue pubblicazioni: Il fattore umano dell’impresa. L’Azienda Elettrica Municipale di Milano e il welfare aziendale nell’Italia del secondo dopoguerra (Marsilio, 2017).

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