Antropologia della memoria. Il ricordo come fatto culturale, Caterina Di PasqualeProf.ssa Caterina Di Pasquale, Lei è autrice del libro Antropologia della memoria. Il ricordo come fatto culturale edito dal Mulino: in che modo la memoria costituisce oggetto di studio?
Le risposte a questa domanda sono diverse. Variano in base alle prospettive disciplinari che studiano la memoria e ne riconoscono il valore conoscitivo. La memoria ha una parvenza unitaria, tutti pensiamo di poterci riferire a una definizione condivisa che spesso diamo per scontata. Invece l’uso della memoria, la sua funzione, le sue forme sono eterogenee e molteplici. Dipendono dai contesti storici e culturali, dai paesaggi materiali, dagli orizzonti simbolici nei quali le persone sono immerse.
Impariamo a ricordare lungo il corso di un apprendistato che inizia con la nascita, con l’apprendimento del linguaggio, con l’interiorizzazione del pensiero, con la condivisione di momenti commemorativi che si attuano tanto nella dimensione privata quanto in quella pubblica.

Pertanto, dovremmo sempre parlare di memorie al plurale per spostare l’attenzione non tanto e non solo sul meccanismo del ricordare ma sulle sue manifestazioni. Questa ultima affermazione può apparire in contraddizione con il titolo del mio libro, ma non lo è. Sostanzialmente ciò che ho tentato di dire è che storicamente e culturalmente la memoria come universale singolare non esiste, ma esiste un discorso scientifico che ha trasformato la memoria in un oggetto definito e circoscritto. È di questo discorso scientifico che mi sono occupata, provando a ricostruirne le tappe, le categorie, le concettualizzazioni, evidenziando per grandi linee le aree scientifiche che hanno fatto emergere questo oggetto e ne hanno definito lo statuto scientifico.

Tornando alla domanda iniziale, risponderò spiegando perché la memoria è un oggetto di studio per l’antropologia culturale. La memoria è la forma attraverso la quale si veicola la relazione tra soggettività individuali – collettive e il passato reputato distintivo e identificante.
La memoria insomma costituisce il sentimento di appartenenza e l’identità dei singoli nella relazione con i diversi e stratificati gruppi di appartenenza.
Passato, sentimento di appartenenza e identità sono parole complesse, con una genealogia culturale largamente ricostruita e dibattuta in tutte le scienze umane e sociali.
Non è il caso di soffermarsi su questa genealogia, importante è sapere che uso questi termini con consapevolezza critica.

Oltre a quanto detto, la memoria è il veicolo attraverso il quale un/una antropologo/a si avvicina al campo, attraverso il quale varca la soglia dell’intimità culturale per apprendere e comprendere i mondi culturali dei propri interlocutori, che si esprimono tramite la parola, ma anche tramite il corpo, tramite i simboli e tramite i comportamenti.

Alla luce di quanto detto, è paradossale ma l’antropologia culturale si è occupata relativamente poco di memoria; per quanto abbia affrontato le forme espressive e i modi di essere del tempo, del passato e della storia, soprattutto nella società a tradizione orale, tutte queste cose insieme sono state raramente integrate in una riflessione esplicita sulla memoria.

Come si sviluppa il discorso scientifico sulla memoria a partire dalla fine dell’Ottocento?
Il discorso scientifico sulla memoria si sviluppa seguendo traiettorie differenti.
A occuparsi per primi di memoria sono gli scienziati ‘naturali’, medici, biologi, e poi gli psicologi. Studiosi eterogenei che contribuiscono a definire protocolli di studio derivati dall’osservazione e finalizzati alla definizione di leggi universali.

Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento sono indagati prevalentemente i meccanismi di memorizzazione, si cerca di individuare il funzionamento perfetto della memoria, dando per scontato che esista e che sia lo stesso per ogni essere umano. In questi anni si costruisce la definizione della memoria come meccanismo naturale

Si creano protocolli in laboratorio, si comparano casi clinici, si riflette sulle continuità e sulle discontinuità tra mondo animale e mondo umano. Anche le disfunzioni della memoria vengono analizzate, soprattutto quelle causate da traumi meccanici, ma anche quelle relative a traumi esistenziali. In questi anni infatti nasce la psicanalisi freudiana che lavora sul rimosso, sulle patologie del quotidiano e sui ricordi di copertura.
Mentre la nascente psicologia, la psichiatria e la biologia cercano leggi sul funzionamento universale della memorizzazione, filosofi, artisti e letterati indagano la dimensione esistenziale del ricordare.

Bisogna aspettare gli anni Trenta del Novecento per vedere riconosciuta la dimensione culturale e sociale del ricordare attraverso le riflessioni di Bartlett, Halbwachs e Vygotskij. Ma le loro opere sono state riscoperte progressivamente e a partire dagli anni Settanta e Ottanta. 

Quali contributi hanno portato le scienze psicologiche e le discipline storico-sociali sulla cultura del ricordo?
Cultura del ricordo è un termine usato dall’archeologo Assman nel libro Cultural Memory and Early Civilization. Writing, Memo and Political Immagination (1992), o meglio nella edizione italiana del testo. La cultura del ricordo definisce le poetiche, le politiche e le pratiche del ricordare circoscritte a gruppi sociali differenti, ma appartenenti alla stessa comunità. La culturale del ricordo è l’insieme delle memorie comunicative e private e di quelle pubbliche e culturali, che agiscono attraverso canali comunicativi ed espressivi alle volte contrapposti. Il libro di Assman è uno tra i più citati nelle scienze umane perché è capace di fotografare teoricamente le complessità del ricordare, gli intrecci con la scrittura, con la Storia, con la politica e con il potere e anche le relazioni intime che connettono i soggetti e i gruppi al proprio passato.

Le discipline sociali hanno riflettuto su questi temi all’incirca dagli anni Settanta, anche se il vero e proprio boom di studi, ricerche e riflessioni esplode proprio negli anni Novanta del Novecento. Da allora i contributi si moltiplicano in modo esponenziale. Si comincia a riflettere sull’intreccio tra dimensione privata (individuale e collettiva) e pubblica (nazionale, istituzionale) focalizzando lo sguardo su alcune vicende emblematiche del Novecento (soprattutto): i due conflitti mondiali, la colonizzazione, le stragi, il terrorismo, per fare qualche esempio.

Le scienze psicologiche invece si aprono alla dimensione quotidiana e culturale del ricordare con le riflessioni di Ulrich Neisser sui memorata, ovvero sui dispositivi simbolici, materiali, culturalmente connotati, che definiscono il ricordo individuale. Le novità introdotte dal cosiddetto paradigma ecologico e anche da psicologi sperimentali come Tulving – che connettono i meccanismi della memoria ai contesti nei quali gli individui conoscono, apprendono e trasformano un avvenimento in esperienze e un’esperienza in memoria – sono fondamentali per capire come e quando le scienze psicologiche e le discipline storico-sociali si incontrano e cominciano a definire la cornice unitaria dei memory studies.

Quando e come nascono i memory studies?
Non c’è una vera e propria data di nascita dei Memory Studies. Sicuramente, la creazione della rivista nel 2008 e circa dieci anni dopo la nascita della associazione rappresentano eventi fondanti per la definizione di questo campo di studi, che oggi rivendica anche uno spazio accademico autonomo.

Certo è che per arrivare a immaginare un incontro tra saperi disciplinari e approcci teorico-metodologici differenti non si può non considerare le tante ricerche e pubblicazioni che a partire dagli anni Novanta rivoluzionano gli studi sulla memoria e sul ricordare. Sono pubblicazioni di psicologi cognitivi, psicologi sociali, di storici, archeologi, antropologi e sociologi, ma anche neuroscienziati, che provano a contrastare i diversi luoghi comuni (anche scientifici) sulla memoria, facendo dialogare approcci diversi e provando a costruire un vocabolario e un terreno comune.

In che modo il ricordare può essere visto come pratica culturale «impura» e creativa?
Uno dei tanti luoghi comuni sulla memoria è che sia un archivio capace di contenere copie fedeli dei vissuti individuali e/o collettivi, un archivio concepito perfettamente e che può essere corrotto a causa degli stimoli esterni (materiali o immateriali), un archivio che funziona per tutti (soggetti, soggettività, gruppi, comunità e culture) nello stesso modo.

Ebbene, incrociando le tante riflessioni prodotte negli ultimi cento anni con le esperienze etnografiche acquisite durante le ricerche sul campo (mie e di altri) non si può non criticare questo approccio universale e organico alla memoria.

La memoria come oggetto di studio si mostra attraverso le pratiche (comportamentali, emotive, simboliche, più o meno rituali, comunicative) e queste pratiche sono il prodotto storico dell’incontro creativo tra persone, ambienti, paesaggi e immaginari.

Non può, pertanto, esistere storicamente una memoria pura da ricercare isolando i meccanismi dai contesti, ma solo azioni memoriali che di quei contesti si nutrono.

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