Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale, Angela Biscaldi, Vincenzo MateraProf.ssa Angela Biscaldi, Lei è autrice con Vincenzo Matera del libro Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale edito da Carocci: quale posizione hanno acquisito i media digitali nella nostra vita sociale?
Una posizione rilevante. Per accorgersene, basta osservare le interazioni che si svolgono intorno a noi tutti i giorni. L’obiettivo del libro è proprio quello di portare l’attenzione e riflettere su questa “evidenza”: grazie ai social, il nostro modo di stringere e alimentare le relazioni personali è cambiato e con esso anche il nostro modo di costruire e percepire la nostra identità personale e sociale.

I nuovi media digitali, infatti, favoriscono uno stile di vita always on (continuamente on line) che ha progressivamente indebolito la differenza tra ciò che succede on line e ciò che succede offline perché le attività on line sono ormai una parte integrate della nostra vita quotidiana (e non un mondo a parte) e i profili sui social concorrono a costruire la nostra identità. Le conseguenze sulla vita sociale sono importanti.

Perché le persone pensano che l’uso delle nuove tecnologie comporti un impoverimento della loro umanità?
In effetti, assistiamo a questa apparente contraddizione: nonostante i media digitali abbiano acquisito una posizione dominante nella nostra vita, permettendo una personalizzazione dell’esperienza comunicativa, basata su azioni rapidi, efficaci e gratificanti, le persone continuano a pensare che l’uso delle nuove tecnologie sottragga qualcosa di importante alle relazioni. La comunicazione faccia-faccia continua ad essere pensata come una comunicazione più “ricca” e più “umana” della comunicazione digitale.

Questo avviene perché ogni grande innovazione nei mezzi di comunicazione comporta una lenta ristrutturazione cognitiva: da un lato facilita e migliora alcune facoltà, dall’altro però provoca parziali perdite. Tutte le “nuove” tecnologie, infatti, hanno dato vita a nuove azioni comunicative e ne hanno inibite altre.

La scrittura ad esempio ci ha permesso di superare i limiti temporali dell’interazione orale e di fissare sulla carta dati ed eventi; al tempo stesso però ha indebolito la nostra memoria, abituandoci ad affidarci ad un ausilio esterno. Nessuno però oggi si sognerebbe di dire che la scrittura ci ha reso meno umani!

Il rischio che noi corriamo è quello di enfatizzare solo gli aspetti positivi o solo quelli negativi delle tecnologie, diventandone fautori o detrattori, e di non riuscire a comprendere la portata dei cambiamenti che stiamo vivendo in tutta la loro complessità. Comprenderli è importante per imparare a gestirli (e non subirli).

Quali novità hanno introdotto i social media nel dibattito sui mezzi di comunicazione?
Sostanzialmente il dibattito sui social media ripropone le paure che da sempre accompagnano la diffusione di un nuovo strumento di comunicazione: la preoccupazione che inducano trasformazioni determinanti e irreversibili nei nostri processi cognitivi e relazioni; che snaturino le relazioni umane e gli equilibri sociali; che producano un eccesso di circolazione di informazioni, difficilmente gestibili e potenzialmente dannoso.

Questi timori che hanno accompagnato la diffusione di tutti i media nella storia dell’umanità risultano, però, ingigantiti a causa della pervasività dei nuovi media, una pervasività che permette loro di influenzare i processi produttivi, sociali, e politici; una pervasività che ha dato loro una velocità di penetrazione straordinaria in ogni parte del globo; una pervasività che li ha resi ormai un elemento importante nella nostra vita, sia per gestire ed ampliare le rete sociali, sia per definire l’identità sociale, selezionando e rendendo pubblici particolari aspetti del Sé.

Quale approccio alla comunicazione dei media digitali offre l’etnografia?
L’etnografia si concentra sugli usi che nel mondo, nei più diversi contesti sociali e culturali, vengono fatti dei social network. Questo permette di comprendere che i social media non sono strutturalmente e necessariamente legati a determinati utilizzi e non necessariamente producono le stesse forme e gli stessi stili comunicativi. Non ovunque ad esempio l’uso dei social si associa ad espressioni individualiste e narcisiste, come accade oggi tra molti giovani (e meno giovani) in molte parti d’Italia; anche il cyberbullismo e lo hate speech sono, da questo punto di vista, eventi locali, cioè il prodotto di precisi contesti e non sono intimamente legati al – o causati dal – funzionamento dei social.

Inoltre, l’approccio etnografico sottolinea la necessità di indagare le differenze di genere, età e di capitale economico e culturale dei soggetti che li utilizzano all’interno dei singoli contesti, per comprendere il diverso modo in cui i social interagiscono con gli stili espressivi degli individui.

Perché un antropologo dovrebbe studiare i nuovi media?
L’antropologia, da centocinquant’anni, ha come oggetto di studio la cultura. Si tratta di un oggetto in continua definizione e trasformazione che ha portato gli antropologi a modificare, nel corso degli anni, modellizzazioni epistemologiche, metodologie, oggetti di ricerca, per riuscire a studiarla al meglio.

Oggi, a fronte dei processi di globalizzazione in atto, studiare la cultura significa studiare le articolazioni tra locale e globale, cioè il modo in cui le vite degli individui, in contesti locali, si definiscono e acquistano significato, sempre più spesso in relazione a comunità distanti e più ampie rispetto a quelle in cui essi vivono quotidianamente; si tratta di comunità transnazionali o legate a gruppi di interesse, comunità spesso “immaginate” e tenute in vite attraverso forme di comunicazione mediata.

In questi processi i nuovi media assumono un ruolo centrale nella costruzione del senso di appartenenza, necessario per la sopravvivenza della comunità e per la definizione della propria identità in essa.

Che rapporto esiste tra giovani e social network?
Nel libro è presentata una ricerca etnografica effettuata nell’anno scolastico 2016/2017 in un liceo di Crema alla quale hanno partecipato 46 studenti del triennio. L’osservazione di questo contesto ci ha permesso di dire che lo smartphone è oggi una vera e propria protesi per i giovani di cui è difficile anche solo immaginare di poter fare a meno e che i social network sono diventati indispensabili perché permettono un tipo di comunicazione che, a dispetto delle critiche, è funzionale al contesto in cui vivono.

Si tratta di un contesto sociale di grande precarietà, in cui mancano punti di riferimento stabili e coerenti (la famiglia e la scuola non sono più in grado di esserlo) ma che richiede loro, dalla nascita, di essere attivi, felici e performanti. I social diventano così un ambiente identitario fluido e poco impegnativo in cui però è possibile al tempo stesso cercare un ancoraggio, costruire un’appartenenza generazionale, provare ad acquisire quella “visibilità” e “popolarità”, apparentemente alla portata, che i giovani oggi sentono di dover raggiungere per essere accettati in un mondo sempre più competitivo.

Quale sarà, a Suo avviso, il ruolo dei social media nel futuro?
Dipende da quanto saremo in grado di costruire contesti che aiutino i giovani ad utilizzarli come risorse espressive, in maniera consapevole e critica, per potenziare relazioni sociali e legami affettivi (e non per sostituirsi ad essi).  Ma anche da quanto saremo in grado di dare loro le competenze necessarie per viverli non semplicemente come ambienti di divertimento ma piuttosto come luoghi di partecipazione politica e di possibile innovazione economica.

In questa direzione, gli allarmismi, le demonizzazioni, la colpevolizzazione servono a poco. Occorrono serie politiche educative.