“Antropologia culturale. Un’introduzione” di Alessandra Castellani

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Prof.ssa Alessandra Castellani, Lei è autrice del libro Antropologia culturale. Un’introduzione edito da Donzelli: cosa studia l’antropologia culturale?
Antropologia culturale. Un'introduzione, Alessandra CastellaniIn maniera sintetica, ma non esaustiva, si può affermare che, in generale, l’antropologia culturale studia e documenta sia la cultura di appartenenza che altre culture, tradizionalmente definite o pensate come extraeuropee; nel fare ciò svolge un ruolo critico e riflessivo ponendo l’accento sulla capacità di leggere la realtà attraverso lo studio dei simboli e della rete di significati che gli esseri umani attribuiscono alla loro vita, sia essa riferita alla dimensione quotidiana o meno. Al tempo stesso l’antropologia contemporanea, a volte, si avvicina alla sociologia per tecniche di indagine, impostazione teorica e oggetto di studio, sia che si occupi di migrazione, di conflitti etnici, di disparità di genere o altro.

Quali temi animano maggiormente il dibattito antropologico contemporaneo?
Il dibattito antropologico contemporaneo è decisamente composito. Si può certamente affermare che la tematizzazione dei conflitti etnici e del razzismo ha un’importanza notevole, visto lo scenario attuale. Le stesse teorie relative al genere e alle diseguaglianze hanno acquisito una rilevanza enorme anche a livello politico e socio-culturale, basti pensare al movimento #metoo o alla stessa disoccupazione creata dalla pandemia, che ha colpito maggiormente i lavori informali, meno retribuiti o fragili, come quelli femminili. Inoltre nel corso dell’ultimo ventennio le teorie sul postcolonialismo hanno assunto un’importanza decisiva. La crescita esorbitante di fenomeni migratori, di ibridizzazione o contaminazione delle culture, la stessa globalizzazione hanno notevolmente influito sul ripensamento delle identità culturali. Gli avvenimenti correlati al postcolonialismo hanno, quindi, ridefinito fortemente la centralità del mondo euroamericano. Inoltre, in termini geopolitici, l’ascesa dell’influenza dell’Asia-Pacifico, con la sua dirompente crescita demografica ed economica, e la rivoluzione digitale hanno profondamente mutato la realtà contemporanea e il modo di interpretarla, anche da un punto di vista strettamente antropologico.

Quali tappe principali hanno segnato l’evoluzione del pensiero etnografico e antropologico?
Difficile da riassumere in un libro, quasi impossibile in poche parole. In ogni caso, si è in un certo senso passati dalle teorie vittoriane, connesse e compromesse, magari in maniera implicita o contradditoria, con la dominazione coloniale, alla messa in discussione di tale paradigma e a una molteplicità di riflessioni e approcci contemporanei difficilmente circoscrivibile, che riguardi il genere, le disuguaglianze, l’immigrazione, il consumo, i giovani o i contesti postcoloniali.

Come si è sviluppata l’antropologia del Novecento?
Un aspetto decisivo dell’antropologia del Novecento è stata la ricerca sul campo e quindi l’idea di vivere con gli altri, con coloro che appartengono ad altre culture, ad altri mondi e di descrivere e ragionare sui significati che altre culture attribuiscono ai diversi aspetti della vita umana. Inoltre, si è passati nel corso del tardo Novecento da una visione del mondo basata sul paradigma occidentale all’irrompere di punti di vista non euroamericani. L’indigeno da oggetto di studio è diventato soggetto.

Quale rilevanza assume in antropologia il tema della conoscenza dell’altro?
Decisiva. Altrettanto cruciale è la conoscenza e la messa in discussione di noi stessi tramite l’incontro con gli altri, con coloro che appartengono ad altre culture, ad altre realtà, di cui noi spesso abbiamo solo un’idea vaga o stereotipata. I media, il mondo digitale o lo stesso turismo di massa da una parte hanno contribuito ad ampliare la nostra conoscenza delle altre culture, dall’altra hanno moltiplicato le forme di semplificazione e di stereotipizzazione dell’altro. L’antropologia può quindi svolgere un ruolo importante nel riflettere sia sull’altro che sulle varie forme attraverso cui costruiamo l’immagine dell’altro. Da questo punto di vista, Edward Said, con il suo libro Orientalismo, ha svolto un ruolo anticipatorio e cruciale nello scardinare la costruzione culturale che gli occidentali hanno, ad esempio, dato dell’oriente. L’oriente è stato “orientalizzato” per costruire, mantenere e giustificare il dominio occidentale. Nei saggi, nei libri di viaggio e nei resoconti degli amministratori coloniali, gli arabi e gli orientali vengono descritti come poco energici, privi di iniziativa o gli orientali come infantili, irrazionali, decaduti o degenerati, mentre gli europei sono ritenuti, al contrario, razionali, virtuosi, maturi. In sostanza, l’orientalismo era un’espressione del vigore dell’occidente e della debolezza dell’oriente, tale da giustificare il colonialismo e un atteggiamento paternalistico nei confronti dei popoli assoggettati. Said mette a nudo la faziosità e la selettività dei saperi, che si sono formati nel corso del tempo, che hanno contribuito a plasmare e a legittimare l’egemonia dell’occidente sul resto del mondo. Gli altri sono spesso considerati o immaginati come uno specchio di noi stessi e di ciò che riteniamo essere.

Quali teorie antropologiche sono state sviluppate in relazione al genere?
Gli studi riguardo l’identità di genere si sono sviluppati in più fasi e attraverso molteplici tipologie di analisi e oggetti di studi. Nella realtà occidentale, è a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, con qualche anticipo negli anni precedenti, che si inizia a mettere in discussione il genere in quanto tale. Insieme ai notevoli mutamenti sociali e culturali che prendono il via o hanno un’accelerazione in quel periodo, da più fronti si cominciano ad analizzare e scomporre quei segni considerati, fino ad allora, naturali della sessualità. La sessualità e il corpo vengono fortemente contestati e ridefiniti, a partire soprattutto dal movimento femminista e da quello omosessuale, nato sull’onda della rivolta di Stonewall (1969), a New York, in cui per la prima volta i gay si ribellano a una retata omofobica della polizia.

In maniera decisamente anticipatoria, l’antropologa americana Esther Newton teorizza l’arbitrarietà dei ruoli sessuali, a partire da una indagine etnografica svolta a metà anni sessanta nei locali omosessuali americani in cui si esibiscono le drag queen. L’idea di convenzionalità o di artificialità del genere viene nel decennio successivo ripresa da Gay Rubin, che sostiene che le differenze biologiche sono stabili, ma quelle di genere sono costruite socialmente. È la società, quindi, a determinare come un uomo o una donna devono comportarsi, non la biologia in senso stretto. Secondo Rubin quelle stesse regole culturali che hanno oppresso le donne hanno represso gli omosessuali. La costruzione sociale del genere avviene, dunque, tramite le istituzioni sociali, come la famiglia, la scuola, il linguaggio, i media e le differenti pratiche culturali. Il singolo individuo non è dotato di una sessualità innata, per così dire naturale, ma si costituisce come effetto delle rappresentazioni sociali di genere, nell’identificarsi in esse e nel farle proprie.

Nel corso del tempo molteplici ricerche hanno approfondito la soggettività femminile nelle più diverse realtà sociali e culturali, sedimentando un insieme vario e complesso di saperi e riflessioni. La stessa ricerca etnografica è diventata, negli ultimi decenni, una forma pratica del sapere che, insieme allo sguardo di genere, ha prodotto elaborazioni analitiche di universi di genere situati storicamente in una determinata realtà, divenendo anche una forma di critica sociale e politica.

Quale futuro, a Suo avviso, per la disciplina antropologica?
La sfida dell’antropologia culturale contemporanea riguarda i processi di globalizzazione e di ibridizzazione che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. In particolare, è e sarà ancor più rilevante analizzare le dinamiche corrosive relative alla globalizzazione, all’impatto del mondo digitale, alla moltiplicazione esasperata delle incertezze e all’emergere di nuove forme di disuguaglianza. Queste ad esempio, secondo Arjun Appadurai, noto antropologo statunitense di origine indiana, trovano una loro applicazione e traduzione nei divari digitali e nella cosiddetta gig economy, fondata e amplificata da un precipuo sistema di sfruttamento e di asigmetria informatica. Da tale prospettiva diviene particolarmente interessante comprendere i nuovi territori in cui si applica il pensiero antropologico e la riflessione riguardo i meccanismi di potere e le costruzioni culturali attraverso cui si attuano e moltiplicano le disuguaglianze.

Inoltre il razzismo è uno dei terreni elettivi di riflessione dell’antropologia culturale, ancor più cruciale oggi. Basti pensare agli Stati Uniti e ai movimenti come Black Lives Matter, che protestano contro le politiche razziste e aggressive dello Stato e della polizia nei confronti dei neri, che si attuano tramite una violenza istituzionalizzata e la profilazione statistica della criminalità, che porta le forze dell’ordine a fermare prevalentemente afroamericani e persone di origine ispanica. Perquisendo soprattutto afroamericani e latinos nelle statistiche del crimine si riscontra un’incidenza enorme di queste razze rispetto a quella bianca. E ciò alimenta il circolo vizioso del razzismo perché, se si fermano maggiormente afroamericani e latinos, inevitabilmente le statistiche e i modelli predittivi diranno che questi commettono più crimini, seppure non è detto che ciò corrisponda alla realtà. L’intreccio tra discriminazione e ingiustizie ha recentemente originato un’impressionante sequenza di brutali violenze dei poliziotti nei confronti degli afroamericani, con un’imponente reazione e protesta della comunità nera soprattutto a partire dall’uccisione da parte della polizia di due afroamericani a Ferguson nel 1914 e dopo la morte, durante l’arresto, dell’afroamericano George Floyd nel 2020, accusato di aver tentato di utilizzare venti dollari falsi. Una violenza della polizia ingiustificabile e decisamente sproporzionata rispetto all’eventuale reato commesso.

Kwame Anthony Appiah paragona questo tipo di razzismo nei confronti degli afroamericani alla tecnica della fusione a cera persa, ovvero il calco che resta quando la cera, che era stata usata per forgiare un oggetto, si è ormai sciolta. Esiste, tuttora, una sorta di fissazione razziale rimasta anche quando le teorie razziste basate sulla biologia del XIX secolo non ci sono più. Lo stampo dato dalla cera persa si è sciolto, ma in qualche modo è stato riempito da un’idea di disuguaglianza razziale che continua ad esistere.

Per concludere, nella realtà contemporanea, come segnala una feroce e puntuale espressione in inglese, il potere resta saldamente pale, male and stale, ovvero pallido, maschile e anziano. Le differenze razziali, culturali e di genere sono elementi che non si limitano ad affiancarsi o a sommarsi uno sull’altro, ma interagiscono producendo forme nuove e incomparabili di segregazione e di assoggettamento, che si stratificano su vecchi e consumati stereotipi e forme di discriminazione. Secondo la scienziata esperta in intelligenza artificiale Timnit Gebru e la studiosa di linguistica computazionale Emily Bender, un gigante come Google riafferma e ratifica continuamente le disuguaglianze. Ad esempio, il programma di riconoscimento facciale è meno accurato ad identificare le donne e le persone di colore. Gli algoritmi, concepiti a partire da tecnologie innovative, convalidano un razzismo istituzionalizzato; secondo Gebru non sono stati neanche rielaborati e aggiornati a ciò che è emerso sul rispetto delle donne e degli afroamericani, a partire dai movimenti #metoo e Black Lives Matter. Le poderose quantità di dati alla base di complessissimi algoritmi tendono a riprodurre pregiudizi e discriminazioni etniche e di genere. Sono meccanismi che agiscono tramite infinite piramidi cognitive che elaborano e imparano linguaggi e ragionamenti, senza che essi vengano resi pubblici. Ciò pone anche un problema di trasparenza degli algoritmi. L’antropologia può svolgere un ruolo cruciale nel riflettere sull’opacità dei big data e su come la loro costruzione tenda spesso a riaffermare e mantenere forme di iniquità e di discriminazione.

Alessandra Castellani, antropologa, insegna all’Accademia di Belle Arti di Roma e a Brera; è esperta di tematiche legate al gender, alla moda, ai consumi e alle culture giovanili. Tra i suoi libri: Storia Sociale dei Tatuaggi (2014), Roma: Donzelli; Vestire Degenere: moda e culture giovanili (2010), Roma: Donzelli; Piacevole è la notte: Cultura e mercato dell’intrattenimento notturno (2003), Roma: ManifestoLibri; Mondo biker (1997), Roma-Donzelli; I ragazzi di Tokyo: le poetiche zen di una metropoli, Napoli: Liguori; Ribelli per la pelle: Storia e cultura dei tatuaggi (1995), Genova: Costa & Nolan; Senza chioma né legge: Skins italiani (1994), Roma: ManifestoLibri.

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