“Antologia del francese d’Italia. XIII-XV secolo”, a cura di Francesca Gambino e Andrea Beretta

Prof.ssa Francesca Gambino, Lei ha curato con Andrea Beretta l’edizione del libro Antologia del francese d’Italia XIII-XV secolo, pubblicato da Pàtron: come si sviluppò la letteratura franco-italiana e che dimensioni assunse tale fenomeno?
Antologia del francese d’Italia. XIII-XV secolo, Francesca Gambino, Andrea BerettaDurante il medioevo le relazioni economiche, politiche e culturali favorirono l’afflusso di materiale francese nella Penisola italiana, dove, dopo una prima iniziale diffusione di cui rimangono tracce indirette nell’onomastica, nella toponomastica e nelle arti figurative, a partire dalla seconda metà del XIII secolo l’attività di copia, rielaborazione e creazione originale di opere in lingua francese è intensa e prosegue fino agli inizi del Quattrocento.

Perché si decise di scrivere in francese?
Se nelle altre aree sottoposte all’irradiazione della letteratura galloromanza le opere d’Oltralpe vennero importate in lingua originale oppure fruite attraverso traduzioni e rielaborazioni nelle lingue locali, nell’area italoromanza e, in particolare, padana, alcuni autori cominciarono a comporre le loro rivisitazioni del roman e della chanson de geste nella lingua culturale dominante, adottando talvolta un mezzo espressivo mistilingue.

Idioma ibrido, in parte artificiale per alcune opere più tarde, il franco-italiano si sviluppò come frutto di un complesso processo di contaminazione culturale quando la ricezione delle opere in lingua d’oïl in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna innescò l’assimilazione e la rielaborazione non solo dei contenuti e dei generi transalpini, ma anche della loro lingua. La relativa vicinanza dei volgari italiani settentrionali al francese, il suo prestigio come lingua della letteratura di contro all’acerbità delle scriptae locali, il desiderio di rendere i testi più chiari anche a un pubblico non francofono furono tutti fattori che spinsero alcuni autori a cercare un compromesso “empirico” e “non inconsapevole” tra il desiderio di preservare il prestigio dell’originale francese e la necessità di essere compresi da un pubblico quanto più ampio possibile.

In alcune opere gli italianismi presenti non sono, quindi, esclusivamente il risultato della degradazione linguistica di un testo francese per incapacità dell’autore di esprimersi in modo corretto, ma componenti di un impasto linguistico eterogeneo scaturito dall’intenzione di preservare la lingua straniera insita nella materia senza rinunciare alla necessità di coinvolgere il proprio pubblico. Pubblico che nell’Italia del XIII e del XIV sec. è indistintamente sia quello delle signorie del Nord Italia sia quello borghese delle città, delle piazze e dei Comuni. I manoscritti esemplati in Francia cominciarono a essere copiati negli atelier emiliani e veneti per committenti aristocratici ma, nella seconda metà del Duecento, anche per borghesi ricchi e acculturati. Canzoni, poemi epici e romanzi offrivano sia il piacere della letteratura sia modelli per i costumi delle oligarchie signorili ed economiche delle città.

La lingua dei testi franco-italiani è alquanto varia. Si va da opere scritte in un francese molto corretto, nel quale si percepisce appena l’interferenza del sostrato dialettale italiano (che per lo più è quelle veneto), a testi scritti in una vera e propria Mischsprache, nella quale il francese e l’italiano convivono in “equilibrio dinamico”. La veste linguistica di questi testi mescola e contamina elementi grafici, fonetici, morfologici, sintattici e lessicali francesi con elementi delle scriptae italiane in modo variabile: a una prima lettura ogni testo sembra avere un proprio “idioletto”, quasi queste opere costituiscano una serie di formazioni estemporanee che hanno in comune solo alcuni ingredienti in un continuum che va dal francese all’italiano.

Questa impressione, che pure si giustifica, rimane però solo in superficie, perché l’ibridismo ha dato luogo gradualmente a una serie di usi linguistici più o meno sedimentati. A un certo punto la lingua dei singoli testi si è inserita in una tradizione, per quanto fluida, e vi si è adattata. Anche se alcuni autori erano convinti di poetare in ottimo francese, non poteva mancare ad altri la consapevolezza di usare un linguaggio ibrido.

Questa Mischsprache, nata inizialmente attraverso graduali e in parte inconsapevoli adattamenti dei testi francesi da parte dei copisti o dei giullari, si è codificata e ha assunto alcuni tratti di koinè per un comune sforzo di letterarizzazione alla fine del Duecento e, soprattutto, nel Trecento. All’iniziale processo di assimilazione dei testi francesi è subentrata la creazione di opere concepite non tanto per la recitazione o il canto, quanto soprattutto per la lettura silenziosa.

Quali furono gli autori e le opere franco-italiani più significativi?
La prima metà del XIII secolo fu probabilmente l’epoca in cui le opere transalpine hanno avuto il più alto grado di popolarità nell’Italia Settentrionale: non è un caso che sia proprio in questo periodo che cominciano ad apparire i primi testi franco-italiani. All’inizio di tutte le letterature romanze si trovano delle traduzioni e per il franco-italiano non si fa eccezione. Le prime opere giunte fino a noi scritte in francese da italiani sono un prontuario di ammaestramenti volgarizzati dal latino, il Livre d’Enanchet (1226-1252), e i volgarizzamenti del cremonese Daniele Deloc dei trattati di falconeria e di caccia Moamin e Ghaatrif, di origine araba e persiana, già tradotti in latino dopo il 1249 per volontà di Federico II; a questi si aggiungono quelli della Consolatio philosophiae e della sezione morale del Secretum secretorum pseudo-aristotelico. Alcune traduzioni furono riprese e rifuse, sempre nel Duecento, da Brunetto Latini nella sua opera maggiore, anch’essa in francese, il Livre dou Tresor (1260-1266), e da Martin da Canal nelle sue Estoires de Venise.

L’arco cronologico da considerare si estende dunque lungo quasi tre secoli, dal citato Livre d’Enanchet, appunto, fino al passo in francese inserito nel Balzino di Rogeri de Pacienza di Nardò (1497-1498). Gli ultimi testi letterari importanti sono l’Huon d’Auvergne padovano (fine XIV-inizio XV) e l’Aquilon de Bavière di Raffaele da Verona (1379-1407). A differenza di quello che si ritiene di solito negli studi sul franco-italiano, che per convenzione fanno terminare il fenomeno proprio con Raffaele da Verona, la moda del francese rimane però abbastanza vivace anche nel corso del Quattrocento, come testimoniano i tituli del castello della Manta (1416-1426), alcuni motti nobiliari (il motto del marchese di Vigevano Gian Giacomo Trivulzio Ne t’esmai ‘non perderti d’animo’, ‘non temere’ è datato addirittura al 1503 e al 1509), iscrizioni, epitaffi e le scritte avventizie del manoscritto Ashburnham 1076 (XIV-XV sec.).

Tra le opere più significative del corpus franco-italiano si possono citare la Geste francor (una serie di chansons di oltre 17000 versi con la ‘storia privata’ dei Carolingi), l’Entrée d’Espagne (una versione dello Pseudo Turpino con il prequel di Roncisvalle e la novità delle peripezie di Orlando in Oriente) e il Devisement dou monde di Marco Polo, opera molto originale, indefinibile per il genere.

Che interpretazione è possibile dare del fenomeno del francese d’Italia, nel quadro globale della fortuna medievale del francese antico?
Per tre secoli, dal 1150 al 1450 circa, il francese fu la lingua del commercio, della finanza e della politica in gran parte dell’Europa occidentale e del Levante mediterraneo. Ma se crociate, pellegrinaggi e rotte commerciali diedero senz’altro impulso alla diffusione della lingua, fu l’indiscusso prestigio della letteratura oitanica ad approfondirne la penetrazione in tutti i principali centri culturali europei.

Durante il Medioevo la funzione di guida nell’elaborare una cultura non latina è stata per questo svolta prima di tutto dalla cultura galloromanza, dal francese al nord (langue d’oïl) e dall’occitano al sud (langue d’oc), tanto che le letterature neolatine possono dirsi unitarie anche per la forza coesiva rappresentata dal dominio culturale della Francia, dalla quale irradiano precocemente temi, forme e ideali attraverso le opere, gli scrittori e i giullari che viaggiavano di corte in corte, di città in città.

La nascita della letteratura francese precede di un secolo gli inizi, o almeno il sorgere della documentazione, sia della letteratura iberica che di quella italoromanza. Dopo un possibile periodo di elaborazione rimasto oscuro, confinato nell’oralità, forse in scritture non destinate alla conservazione, le letterature che emergono in queste aree alla fine del XII sec. sono subito segnate dall’influsso d’Oltralpe. I testi iberici e italoromanzi sono modellati su quelli francesi, i grandi romanzi in prosa d’oïl hanno avuto versioni castigliane, portoghesi, toscane.

L’area di influenza galloromanza giunge addirittura ben oltre la Romània: comprende l’Inghilterra, nella quale dal 1066, dopo la conquista normanna di Guglielmo I duca di Normandia, il francese diventa lingua letteraria e di cultura, e si estende ai Paesi Bassi, alle Fiandre, alla Svezia, all’Islanda, alla Danimarca, all’Ungheria, ai paesi slavi e all’area germanica, come attestano le liriche dei Minnesänger, ispirate a quelle dei trovatori e già documentate nell’ultimo quarto del XII sec., nonché le numerose traduzioni e rifacimenti germanici della narrativa e dell’epica francesi: si pensi al Rolandslied di Konrad (1170), che segue la Chanson de Roland, oppure ai romanzi tratti da Chrétien de Troyes di Hartmann von Aue (Erek nel 1185, Iwein nel 1200 ca.) e di Wolfram von Eschenbach (Parzival 1200/1210). Anche i romanzi di Tristano si diffondono in tutta Europa: il Tristan di Gottfried von Straßurg (Alsazia, 1200-1210), la saga in antico islandese o norreno Tristrams Saga ok Ísöndar di Frate Roberto (1226) e il Sir Tristrem medioinglese (1300 circa) si rifanno al Tristan di Thomas (1170-1180).

I nuovi valori cortesi del sistema letterario elaborato dai trovatori nelle corti della Francia meridionale per rappresentare l’amore e per sublimare il desiderio diventano, insomma, fondamento di una comune cultura europea che progressivamente ricompone il particolarismo delle lingue e delle culture locali in quella che viene chiamata la “Rina­scita del XII secolo”, equiparabile allo slancio degli studi latini in epoca carolin­gia e al Rinascimento del XV secolo, che si propagherà invece dall’Italia. Il francese, in quanto lingua veicolare di carattere interna­zionale e strumento di espressione letteraria, emula ben presto il prestigio culturale del latino, ma rispetto a quest’ultimo offre il vantaggio di raggiungere la massa dei laici privi di alfabetizzazione (una sorta di “latino” dei laici), contribuendo a legittimare progressivamente anche gli altri volgari.

Il francese d’Italia si inserisce in questo contesto europeo con esiti originali e unici.

Francesca Gambino è professoressa associata di Filologia romanza nel Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università degli Studi di Padova. Nelle sue ricerche si è occupata di testi e manoscritti medievali in provenzale, francese, italiano, veneziano e francoitaliano (cfr. la banca dati www.rialfri.eu e il Dizionario del franco-italiano). Co-dirige la rivista in linea Francigena, alla quale si affianca la collana monografica “Quaderni di Francigena”.

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