“Antieroi e uomini liberi. Quattro passi fra Medioevo e letteratura” di Salvatore Ritrovato

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Prof. Salvatore Ritrovato, Lei è autore del libro Antieroi e uomini liberi. Quattro passi fra Medioevo e letteratura, edito da Quodlibet: quale rilevanza assume, nell’immaginario letterario moderno, il Medioevo?
Antieroi e uomini liberi. Quattro passi fra Medioevo e letteratura, Salvatore RitrovatoSe è vero che non siamo figli del Medioevo, siamo almeno suoi pro-nipoti. Perciò ho sempre trovato strano incolpare lontani e ignari pro-avi, che senz’altro avevano i loro difetti (come li abbiamo noi), delle nostre insufficienze. A maggior ragione quando non riusciamo a liberarci da pregiudizi e assiomi (come quello delle “magnifiche sorti e progressive”) che andrebbero riportati nella loro cornice culturale, occorrerebbe guardare con maggiore umiltà ad altre epoche (se adottiamo un parametro temporale) o ad altri luoghi (se ne adottiamo uno spaziale) che potrebbero mettere in discussione il nostro punto di vista, e destabilizzare il nostro amor proprio. Qualcuno invocherà il metodo degli studi post-coloniali: proviamo a guardarci da fuori, anzi da lontano. Scrittori e cineasti ci aiutano a farlo. Parlare del Medioevo e del modo in cui questo lungo e complicato periodo si rifrange negli specchi ustori della nostra tarda- o forse post-modernità, nel suo immaginario, per noi “occidentali” è come fare un esame di coscienza. Quanto ormai siamo diversi dai nostri antenati? Quanto ci è costato esserlo? Quale rilevanza, dunque, il Medioevo ha nella cultura del Novecento? Non è ancora il momento di tirare le somme. Sicuramente, un rilievo non inferiore a quello che il Medioevo ebbe nell’Ottocento, ma anche più problematico, ricco di sfumature e sfaccettature che in questi saggi mi sono proposto, per quel che ho potuto, di perlustrare. Potendo, darei una prima indicazione di lettura: parlando di Medioevo, le prime immagini che vengono in mente sono quelle di dame e cavalieri, draghi feroci e maghi potentissimi, monasteri misteriosi e roghi di innocenti. Ovviamente, c’è dell’altro. I cavalieri erano in fondo una sparuta minoranza. Le dame rare e ben imboscate nei castelli. I draghi facevano meno morti della fame e della miseria. I roghi, inutile dire, furono più di moda dopo la Riforma che prima. C’è anche un Medioevo fatto di nostri simili che vivevano una quotidianità semplice e laboriosa, povera, stentata, e a suo modo, se non dignitosa, almeno da rispettare. Ed è questo che tanti scrittori moderni, che non si sono adagiati in comode schematizzazioni, ci aiutano a ricordare mettendoci sotto gli occhi uno specchio perché noi si possa capire meglio noi stessi.

In che modo il Medioevo si affaccia alla memoria e alla fantasia di poeti, scrittori e cineasti?
Ovviamente, non esiste un solo modo in cui la modernità incontra un’epoca lontana e, almeno nei suoi termini storiografici, conclusa, almeno in Occidente, come il Medioevo. Esiste il modo in cui Calvino, per esempio, ha riutilizzato stilemi dell’immaginario medievale, funzionalmente proiettandolo sui fondali propri del genere narrativo adottato, plasmando situazioni e figure e contaminandole con altre epoche. Un altro modo è quello adottato da artisti della statura di Dario Fo, che all’indomani del Sessantotto trovò il buco nella rete delle ideologie discorsive di un Occidente asserragliato nel suo fortilizio borghese e conformista. Un altro modo è stato quello di un altro complesso artista quale fu Tonino Guerra, il quale, insieme a un altro scrittore geniale quale fu Luigi Malerba, rifonda parodicamente, nella saga di Millemosche, un Medioevo che sta tra commedia dell’arte e commedia all’italiana, attingendo agli antichi cantieri di quella memoria “carnevalesca” bene illustrata da Bachtin. Non si tratta di esaltare il basso-corporeo contro la cultura alta, aulica, contro la pompa e lo sfarzo curiale; basterebbe ricordarsi che esiste un altro punto di vista sul mondo, dal momento che non esistono solo le corti ma anche le campagne, non solo i boschi ma anche gli orti, non solo i sogni cavallereschi di diseredati secondo-geniti, ambiziosi di farsi onore, ma anche quelli di tanti giovani mercanti che girano il mondo con il desiderio di conoscere e di imparare. In ogni caso il Medioevo resta una potente e inesauribile metafora della Modernità, nel senso che si presta a rappresentare timori e angosce, ma anche speranze, perplessità, di un mondo che non si esaurisce tutto nel presente.

Quale iconicità assume la figura di Bertoldo?
Direi che Bertoldo ha tanti prodromi di un personaggio “assurdo” nel senso proprio novecentesco, e il bello è che la sua veste contadinesca non è di puro ornamento, anzi lo rende ancora più amaro, tragico. Cosa ci fa un contadino butterato e lercio, vissuto sempre in campagna, alla corte di un re longobardo? È singolare che sia stato per primo uno scrittore vissuto nel Seicento (altro secolo maltrattato!), Giulio Cesare Croce, a immaginare di farne il protagonista di dialoghi sapidi che intrattengono un pubblico forse poco colto, ma non stupido, e lo “ammaestrano” sulla saggezza di chi si accontenta di poco. Questo contadino matto e nello stesso tempo assennato porta con sé una profonda verità: ancora immaturo alla lotta di classe, mette da parte ogni riverenza nei confronti del Potere, e lo affronta con bonarietà e astuzia, perfino con insolenza; non armato di falci e roncole, ma di parole. Bertoldo libera il Linguaggio dalle convenzioni delle distanze sociali, dalle trame ideologiche del potere, lo mette a nudo. È un adynaton del nostro immaginario, a tal punto che fatichiamo a immaginarlo. Vi è un personaggio, in un film di alcuni anni fa, che gli si può accostare, quello di Chance il giardiniere in Oltre il giardino (1979), interpretato da un grandioso Peter Sellers. A differenza di Bertoldo, però, la figura “impossibile” del giardiniere non risiede nella capacità di contraddire e rovesciare il discorso del Potere, ma di eluderlo con apologhi fuori luogo, che tuttavia finiscono per essere letti in chiave allegorica e profetica. La comicità di Bertoldo, il suo riso irriverente ma non cattivo lo colloca su un versante della nostra letteratura poco frequentato, per cui forse dovremmo frugare nelle pièces di Achille Campanile, nelle sue farse ai limiti del non-sense, eventuali epigoni, qualora non volessimo cercare direttamente in quei generi popolari di avanspettacolo, poi trascorsi in televisione o al cinema, che hanno fatto ridere per anni gli italiani.

Quale lettura è possibile dare della fortuna – tra letteratura, cinema e televisione – del Milione di Marco Polo?
Quanto è ancora oggi importante l’eredità del Medioevo ce lo ricorda Marco Polo, protagonista di un libro che porta alla fine il soprannome della sua famiglia, Il Milione. Un libro, un personaggio, un uomo: qualcosa di assolutamente unico nella storia, e nella letteratura. Non si finirà mai di sfogliare il suo resoconto delle meraviglie del mondo, col dubbio di non avere inteso esattamente lo stupore del protagonista, il quale di tanto in tanto assiste a fatti unici e rari, e però, a riprova dell’autenticità del suo entusiasmo nel narrare, non tralascia di ricordare strade, città, distanze, merci, prezzi, re, senza timore di annoiare. Quanto ha di ordinario, in fondo, questo “altrove” che si rivela agli occhi di Marco? Non si tratta di un aldilà raggiunto per caso o per miracolo, ma di un aldiquà, tanto diverso quanto benefico. Si pensi un attimo: Marco Polo, coetaneo di Giotto e Dante, viveva in un’Italia ferocemente divisa e fratricida. Ma a differenza di Dante, l’attenzione di Marco non è per il ring politico in cui Papato e Impero pugnano dilaniando i comuni e, in una sterile mischia di fazioni, l’intero paese; l’attenzione di Marco è per un mondo che si è chiuso alle sue spalle, senza lasciare nostalgie o rimpianti, e ora si riapre ad ogni racconto che il fido Rustichello raccoglie e redige, e si riaprirà – aggiungiamo – ogni volta che un paziente lettore vi leggerà una storia che lo riguarda, la curiosità dell’uomo che la visse, e, sullo sfondo, l’ombra delle sue inquietudini.

Quale interpretazione offre il Suo libro del moderno revival medievalistico?
All’indomani del Manifesto del Futurismo un gruppo di intellettuali cattolici fondò, nel 1914, la rivista «Vita e pensiero». Il suo direttore p. Agostino Gemelli firmò un editoriale che alla violenta schermaglia anti-passatista dei futuristi contrapponeva una viva diffidenza nei confronti di ciò che veniva spacciato – «scintillante di false ricchezze, tutte esteriori» – come moderno: occorreva, al contrario, recuperare appieno il rapporto con la tradizione, e pertanto ridisegnare il moderno in una dimensione “medievalistica”. Di là dalla provocazione, avvenne così il battesimo di una parola oggi diventata d’uso corrente per contrassegnare una quantità di eventi e manifestazioni che si richiamano al Medioevo come a un mondo idealizzato con fantasiose e, non di rado, posticce rievocazioni. In anni recenti è cominciata un’attenta riflessione, tra i colleghi di medievistica (e mi piace citare i convegni organizzati, tra Urbino e Gradara, da Tommaso di Carpegna Falconieri, Francesca Roversi Monaco e Umberto Longo) non tanto su quello che sembra, a prima vista, ingenuo folklore, quasi a colmare alcune lacune del consumo di immaginario contemporaneo, quanto sulla duttilità strutturale della memoria storica di un passato, più che perduto, improvvisamente rimosso dal nostro orizzonte esistenziale, ma ben depositato in opere letterarie che richiedono sofisticati strumenti di lettura critica e filologica. Beninteso, non credo che si tornerà a restaurare edifici con lo spirito di Viollet-Le-Duc, ma sì che potremo interrogare il “ritorno del rimosso” senza trascenderne i ruderi, né ridicolizzare i suoi fantasmi (come quel presagio di «medioevo prossimo venturo»), per riprendere il filo di un colloquio mai interrotto con la nostra più profonda umanità.

Salvatore Ritrovato insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Urbino Carlo Bo, e Scrittura creativa presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. Fra i suoi ultimi lavori: All’ombra della memoria. Saggi per Paolo Volponi (Metauro 2017), La poesia e la via. Saggi sulla letteratura e la salvezza (Fara 2020), l’edizione (con Sara Serenelli) delle Poesie giovanili di Volponi (Einaudi 2020), e la curatela dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (Feltrinelli 2021).

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