Antiche e nuove missioni. Dalle origini del metodismo italiano ai nuovi scenari globali, Andrea AnneseDott. Andrea Annese, Lei ha curato l’edizione del libro Antiche e nuove missioni. Dalle origini del metodismo italiano ai nuovi scenari globali edito da Carocci: quando nascono le prime missioni protestanti “ufficiali” in Italia?
Le prime missioni protestanti “ufficiali” in Italia nascono dopo l’Unità nazionale del 1861, ovvero quando lo Statuto Albertino del 1848, che rendeva «tollerati» i culti acattolici, si estende dal Regno sabaudo all’intero Regno d’Italia: precedentemente non era possibile avviare missioni istituzionalizzate, strutturate. I primi missionari ad arrivare furono i metodisti wesleyani britannici, la cui missione ebbe inizio ufficialmente nel 1861 (dopo un primo viaggio esplorativo compiuto nel 1859). Tra le altre denominazioni protestanti che intrapresero missioni in Italia, in quegli anni, si possono ricordare i metodisti episcopali americani (1871), i battisti (gli inglesi nel 1863, gli americani nel 1870), gli avventisti (1864). Occorre tenere presente, inoltre, che dopo il 1848 in Piemonte, e dopo il 1861 nell’intera Penisola, anche la Chiesa valdese – autoctona e già da secoli presente sul suolo nazionale – divenne “missionaria”, nel senso che intraprese iniziative di capillare diffusione dalle Valli omonime al resto d’Italia.

Ci tengo a ricordare che questo volume da me curato è frutto di un’impresa collettiva, grazie all’apporto di diversi studiosi che hanno contribuito con i loro saggi. Li menzionerò di seguito, rinviando ai loro testi per l’approfondimento degli specifici aspetti che cercherò di riassumere qui.

Quali sono state le strategie pratiche e teoriche delle prime missioni metodiste in Italia?
Tra le prime strategie pratiche delle missioni metodiste vi erano, comprensibilmente, la predicazione e dunque la fondazione di comunità religiose, cui seguì in diversi luoghi l’apertura di chiese per il culto, e l’apertura di scuole e varie organizzazioni educative ed assistenziali. In generale, una caratteristica del metodismo è stata, sin dalle sue origini nell’Inghilterra del Settecento, l’attenzione per le “opere sociali”. A queste iniziative pratiche si affiancarono delle strategie “teoriche” (finora assai meno indagate e valorizzate, rispetto alle prime, nella storia degli studi), ovvero la volontà di diffondere – attraverso periodici, opuscoli, volumi – gli specifici princìpi teologici metodisti e le idee e i testi del fondatore del metodismo, John Wesley. I saggi di Tim Woolley e del sottoscritto sono dedicati proprio a questo genere di questioni.

Qual è stata la posizione della Chiesa cattolica di fronte alle iniziative missionarie protestanti?
La Chiesa cattolica osservò con grande attenzione la diffusione delle missioni protestanti, spesso ritenendola potenzialmente pericolosa nell’ottica di una possibile conversione di un certo numero di fedeli. Bisogna tener conto del contesto storico dell’epoca, ben diverso da quello odierno, erede di decenni di riflessioni ed esperienze di matrice “ecumenica”. Inoltre, nel periodo postunitario la Chiesa cattolica stessa era chiamata a riorganizzarsi, in particolare dopo il 1870 e la perdita della quasi totalità dei domini temporali. La cosiddetta questione romana era aperta. Il saggio di Donato Di Sanzo descrive, sulla scorta delle fonti archivistiche, questa fase complessa.

Quale rapporto è esistito fra protestantesimo e massoneria nella penisola?
I rapporti fra protestantesimo e massoneria sono stati biunivoci, significativi, ma non sempre di facile lettura. Nel suo saggio, Marco Novarino ha ripreso questo difficile tema, a lungo discusso, cercando di fare chiarezza. Ne emerge che le connessioni riguardarono non solo l’anticlericalismo, ma anche la volontà di sostenere il tentativo di laicizzazione e modernizzazione condotto dal neonato Stato liberale, gli interventi in campo sociale, l’opera a favore degli emigrati, l’appoggio fornito ai cattolici modernisti. Riassumendo, il rapporto con il protestantesimo consentì ai vertici massonici di respingere le accuse di essere un’istituzione atea, mentre – in direzione opposta – il rapporto con la massoneria consentì ai protestanti di uscire da una certa “chiusura” rispetto alla società e dunque di aprirsi a varie forme di impegno socio-politico.

Quale dimensione politica assume il missionarismo evangelical?
La dimensione politica delle missioni afferenti alle correnti evangelical, in chiave attuale, si può riscontrare soprattutto facendo riferimento a un momento di svolta verificatosi negli Stati Uniti negli anni Ottanta del Novecento. Come spiega Paolo Naso, tra gli anni Ottanta e Novanta l’avvento della Destra religiosa in America ha cambiato la natura dei movimenti missionari, che hanno assunto l’agenda politica conservatrice e sono diventati vettori, su scala globale, di valori “tradizionali” sulla famiglia, l’etica sessuale, la geopolitica e altre sfere di pensiero. I movimenti evangelical rappresentano una complessa galassia transdenominazionale, differenziata al suo interno, quindi non tutte le missioni da essa originate afferiscono alla dimensione sopradescritta: sembra però che essa sia la più diffusa.

Quale ruolo rivestono le ONG cristiane in Africa?
Nel volume, questo tema è affrontato dallo specifico punto di vista dei “progetti di sviluppo”. Le organizzazioni religiose hanno avuto, e hanno tuttora, un importante ruolo negli interventi in campo sociale ed economico; in particolare, la loro attività si concentra nella creazione di risorse sanitarie e di istruzione, spesso assumendo un ruolo sostitutivo rispetto alle istituzioni governative. Certamente, l’attività sociale delle Faith-Based Organizations (che, con l’indebolirsi degli Stati, si stanno moltiplicando e hanno un peso sempre maggiore nei processi di sviluppo) si combina con un forte zelo proselitistico, come già accadeva con le missioni di età coloniale. Pino Schirripa spiega che in gioco c’è la costruzione di nuove soggettività, coerenti con un modello di “persona cristiana” (l’idea che lo sviluppo sia legato a una trasformazione spirituale dell’individuo). Ma se le Chiese e le organizzazioni religiose diventano i principali motori dello sviluppo, viene messa in discussione l’idea che lo sviluppo sia secolarizzato, indipendente dal discorso religioso, dunque la separazione dei poteri e delle sfere: concetti chiave in quella che invece è stata la costruzione della “modernità” e dello “sviluppo” in Occidente.

Come si declina il concetto di “cooperazione” nell’attività missionaria?
Secondo Üllas Tankler, autore del saggio su questo tema, il concetto di “cooperazione” è costitutivo dell’attività missionaria stessa, è una dimensione fondamentale. La cooperazione si declina in diversi modi, come la suddivisione delle tempistiche o dei compiti, e la condivisione di beni, risorse, punti di vista. Un’idea che mi sembra importante, e che viene particolarmente ribadita da Tankler, è che non c’è una “ricetta” già pronta per la cooperazione: questa è qualcosa da costruire continuamente, attraverso l’ascolto e il confronto tra le parti; come scrive l’autore, «nella missione la cooperazione è sempre un work in progress». In definitiva, è l’idea stessa di missione a essere oggetto di continuo aggiornamento e rielaborazione.