Andreuccio da Perugia è la quinta novella della seconda giornata del Decameron, il capolavoro di Giovanni Boccaccio.

Andreuccio, protagonista della novella, è un giovane ingenuo, originario della città di Perugia, che si avventura al mercato di Napoli per vendere dei cavalli, “non essendo mai più fuori di casa stato”. L’ingenuità del ragazzo si fa subito evidente: intenzionato a mostrare a tutti la sua serietà di acquirente, non si fa scrupolo a tirare fuori più volte la sacca con il denaro che si è portato appresso. In tal modo, naturalmente, più che dimostrarsi un ricco mercante, è destinato a diventare l’oggetto delle attenzioni dei malintenzionati.

A notarlo è infatti una giovane prostituta, “giovane ciciliana bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo”. Avendo notato che il ragazzo si è fermato a lungo a conversare con una vecchia, che dunque deve conoscerlo bene, la ragazza si fa quindi raccontare dalla vecchia chi sia Andreuccio, dove abiti e per quale motivo si trovi ora al mercato di Napoli. Raccolte queste informazioni, la ragazza elabora un piano per cercare di estorcere con l’inganno ad Andreuccio un po’ di quelle monete che gli ha visto sventolare in giro la mattina al mercato. Una volta tornata a casa, tiene occupata la vecchia con una serie di lavori in modo che non possa tornare dal perugino, e invia invece al suo albergo una sua servetta con il compito di dirgli che una gentildonna della città desidererebbe incontrarlo e parlargli.

A questo invito Andreuccio risponde con entusiasmo: tanta è la sua ingenuità che, invece di comprendere che si tratta di un raggiro, crede invece che la misteriosa signora si sia invaghita di lui per la sua infinita bellezza, “parendogli essere un bel fante della persona, s’avvisò questa donna dover di lui essere innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse allora in Napoli”. Segue la servetta senza indugio, senza nemmeno rendersi conto di venir portato da lei in un quartiere malfamato, “contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra”.

La serva conduce quindi Andreuccio nella casa della prostituta. Questa si è agghindata come una gran signora, con abiti eleganti a incorniciare il suo bellissimo viso, e riceve il ragazzo in una stanza riccamente arredata: tutto induce quindi Andreuccio a credere di trovarsi davvero al cospetto di una donna ricca.

La ragazza racconta quindi al povero Andreuccio, già bendisposto a credere a qualsiasi fantasia, una storia: gli confessa di essere nientemeno che sua sorella, figlia del medesimo padre, Pietro, e di una gentildonna palermitana incontrata dal padre durante il suo soggiorno in Sicilia. Trasferitosi a Perugia, il padre aveva poi abbandonato la donna e sua figlia e aveva costruito una nuova famiglia, quella appunto di Andreuccio, dimenticandosi della precedente. La ragazza era stata allevata dalla madre nella ricchezza e aveva poi sposato un uomo di Agrigento. Ma le avventure non erano finite qui: poiché il marito aveva sostenuto re Carlo d’Angiò, re di Sicilia, contro l’invasione di Federico d’Aragona, alla vittoria di quest’ultimo fu costretto a fuggire, perdendo così beni, terre e ricchezze. Il racconto è reso più verosimile dai dettagli che la donna vi aggiunge, dettagli che ha colto dal racconto della vecchia ma che, agli occhi di Andreuccio, non avrebbe potuto conoscere se non fosse realmente figlia dello stesso padre.

Dunque Andreuccio non mette in dubbio nemmeno una parola di quanto la ragazza gli racconta: irretito dalla sua bellezza, commosso dalle lacrime che lei nel frattempo versa, e convinto dalla precisione e dalla sicurezza con cui snocciola quella storia, finisce non solo per crederle ma anche per gioire per tutta la fortuna che gli è capitata nell’averla incontrata: “tanto più caro l’avervi qui mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e meno questo sperava”, le dice.

La donna insiste perché Andreuccio si fermi a cena e poi, con la scusa che girare a Napoli di notte non è sicuro, perché si fermi anche a dormire. Andreuccio accetta e, dopo una cena ricca e sontuosa, si ritira a riposare nella camera che gli è stata assegnata. Qui si spoglia e fa per mettersi a letto, ma a questo punto è costretto a lasciare la stanza per cercare un bagno, che si trova fuori dalla casa. Raggiunta la scomoda latrina, complice il buio, il ragazzo inciampa su un asse, scivola e cade in mezzo ai liquami. Così, sporco, mezzo svestito e chiuso fuori di casa, Andreuccio inizia a sbraitare ed imprecare, battendo forti colpi all’uscio. Attirata dalle sue grida, la serva si affaccia alla finestra, ma finge di non conoscerlo e gli consiglia di tornare in albergo. Decisosi a rientrare, Andreuccio incappa poi in due figuri: questi, ascoltata la sua storia, gli dicono di considerarsi fortunato a non essere più riuscito a rientrare in quella casa dove, sostengono, oltre ad essere stato derubato avrebbe finito anche con l’essere ucciso. Gli propongono invece di unirsi a loro per cercare di recuperare in parte il denaro perduto: i due sono infatti due ladri che hanno intenzione di sottrarre a un arcivescovo, morto quello stesso giorno, i gioielli con sui è stato messo nella tomba. Andreuccio, attratto dall’idea di recuperare parte degli ori perduti, accetta di seguire i due uomini. Mentre si stanno recando alla chiesa dove giace l’arcivescovo, i due suggeriscono ad Andreuccio di calarsi in un pozzo per lavarsi e togliersi di dosso l’odore terribile che lo accompagna da quando è caduto nella latrina. Ma, proprio quando il ragazzo è stato calato in fondo al pozzo e aspetta di esserne tirato fuori, i due malfattori sono costretti a fuggire dall’arrivo dei soldati. E a loro volta i soldati si danno alla fuga non appena vedono le mani di Andreuccio, che era riuscito a tirarsi su da solo con la fune, spuntare dal pozzo.

Uscito dal pozzo, Andreuccio incontra nuovamente i due ladri e acconsente a portare a termine il furto. Giunti al sepolcro dell’arcivescovo, i due chiedono al ragazzo di calarsi nel sepolcro. Questi acconsente, ma inizia a nutrire dubbi sull’onestà dei due compari, immaginando che vogliano prendersi tutto il bottino: “Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi”, pensa, “per ciò che, come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò a uscir dall’arca, essi se ne andranno pe’ fatti loro e io rimarrò senza cosa alcuna”. Deciso a intascarsi almeno parte del bottino, si infila in tasca un grosso anello “con un rubino in dito il quale valeva oltre a cinquecento fiorin d’oro”. I ladri, una volta ottenuta gran parte del bottino, lasciano cadere il coperchio del sepolcro sul povero Andreuccio e si danno alla fuga. Il ragazzo, chiuso nella tomba, sta piangendo tutte le sue lacrime già immaginandosi chiuso lì per sempre con il cadavere dell’arcivescovo, quando altri individui iniziano ad armeggiare intorno al sepolcro. Si tratta di altri ladri, venuti in quel luogo con il medesimo obiettivo di trafugare il tesoro dell’arcivescovo. Una volta aperto il sepolcro, uno dei ladri, un prete, sta per scavalcare in modo da calarsi dentro per prendere i gioielli, ma Andreuccio ne afferra con forza la gamba. Terrorizzati dall’idea che sia il morto che si sta risvegliando, i ladri scappano, lasciando infine Andreuccio libero e padrone del prezioso anello dell’arcivescovo. E così “Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua.”

Silvia Maina

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