Prof.ssa Simona Negruzzo, Lei è autrice del libro Andare per università edito dal Mulino: in che modo la storia degli atenei italiani riflette la storia del nostro Paese?
Andare per università, Simona NegruzzoL’università, la più alta istituzione educativa a cui si è demandato la formazione dei giovani, è un’invenzione italiana che ha subito contagiato l’Europa. Essa affonda le sue radici nei secoli del medioevo e, pur attraverso inevitabili trasformazioni, è giunta fino a noi nei suoi tratti fondamentali, pronta a rispondere alle sfide del nostro tempo. A essa sono legati i più bei nomi della cultura italiana e mondiale, da Francesco Petrarca a Galileo Galilei, da Ugo Foscolo a Giosuè Carducci, da Camillo Golgi a Rita Levi Montalcini, e la sua storia interseca quella della nostra Penisola, sotto tutti i punti di vista: politico, economico, sociale, culturale e religioso. Ma la loro storia riflette quella del nostro Paese soprattutto perché le università, nel relazionarsi le une con le altre, grazie agli scambi e ai movimenti di docenti e studenti, hanno garantito la circolazione di idee e di discipline, fungendo da straordinario collante per una unità culturale prima dell’Unità.

Quando si entra in una di esse in veste di studente, di professore o anche solo come visitatore, si incontra il peso di questa storia e delle glorie passate, si coglie il contributo che ciascuna di queste sedi ha dato per l’unità e il progresso del Paese. Le università sono state fucine di idee, incubatori di progetti, spazi di confronto e dibattito, ma soprattutto sono stati luoghi che hanno garantito il passaggio di testimone della conoscenza scientifica, di generazione in generazione.

Certo, oggi un centinaio di sedi riescono a coprire quasi l’intera Penisola, telematiche comprese, ma le fondazioni più antiche hanno ricalcato e seguito lo sviluppo comunale prima e quello degli Stati regionali poi, disseminandosi soprattutto in prossimità delle vie di comunicazione del Centro-Nord.

Ogni università è unica anche per il territorio in cui è sorta e che serve. Infatti, nel mio viaggio lungo la penisola italiana individuo le più antiche università, partendo da quella bolognese, l’Alma Mater Studiorum, e proseguo attraverso gli antichi Stati pre-unitari, dove si sono affinate altre sedi, conformandosi ai territori, ai cui bisogni hanno risposto nel corso dei secoli con la ricchezza dei loro saperi e l’opportuna capacità formativa dei ceti dirigenti locali. Tutte queste fondazioni hanno movimentato energie, capitali e progetti, si sono immaginate come laboratori dove anticipare il domani.

E quindi non potevo non concludere nei nostri tempi, che sono di nuovo potenzialmente aperti, e non più solo all’Europa, ma ora, nello spirito della globalizzazione, al mondo intero. Stiamo vivendo una stagione incredibile nella quale le università hanno la possibilità di adoperare i vantaggi derivanti da tutte le forme d’integrazione mondiale per porsi a disposizione dei bisogni e degli interessi dell’umanità, in continuità con l’antica vocazione delle sue origini medievali.

Quella di Bologna è considerata la ‘madre di tutte le università’, Alma Mater: quali vicende ha attraversato lo Studio bolognese?
Una maternità, in realtà, attribuitale così solennemente solo a posteriori. Occorre ritornare al 1888, l’anno scelto per consacrare, con una grandiosa celebrazione, la fondazione dello Studium otto secoli prima. A Bologna confluirono i rappresentanti delle più importanti università del mondo, omaggiando quella che venne così da tutti riconosciuta come Mater Studiorum, genesi di un’istituzione educativa divenuta modello da imitare o da adattare. Il 12 giugno, al culmine dei festeggiamenti, nel cortile dell’Archiginnasio prese la parola Giosué Carducci, docente di letteratura italiana e latina, per declamare, al cospetto dei sovrani d’Italia, Umberto I e Margherita, l’orazione: Lo Studio di Bologna. Da essa emergeva tutto l’orgoglio di quella primazia riconosciuta nella data convenzionale del 1088, scelta perché corrispondente alle prime notizie certe del giurista Irnerio, illustre capofila di un drappello di studiosi del diritto romano. In questo modo si attuava una sorta di ‘sineddoche storica’: una parte, cioè l’anno, stava a indicare il tutto, cioè quel fervido periodo alla fine dell’XI secolo, durante il quale a Bologna venne avviato e si consolidò sempre più l’insegnamento autonomo del diritto rispetto a quello fornito dalle scuole ecclesiastiche. Sul finire dell’Ottocento, per il giovane Regno d’Italia sembrò strategico poter ritrovare ed esaltare quelle istituzioni che, prima della sua unità politica, ne avevano promosso e alimentato quella culturale. L’università non poteva che essere la prima, una bandiera da sventolare fieramente nel consesso delle nazioni a cui l’Italia era stata ammessa. Bologna, nata dall’associazionismo degli studenti e per servire gli studenti, nell’essere riconosciuta come la più antica università del mondo occidentale, non poteva non lasciare un segno anche nella tradizione goliardica tanto che, proprio per l’ottavo centenario, Guido Podrecca formalizzò l’uso della feluca, berretto già noto dai primi dell’Ottocento, attribuendogli colori differenziati a seconda delle facoltà.

Ciò che si realizzò a Bologna quasi mille anni or sono fu una felice combinazione di fattori e di condizioni. La città rappresentava già uno snodo strategico delle vie commerciali e di pellegrinaggio a nord di Roma e, similmente ad altre città, come Pavia o Parma, ospitava un’apprezzata scuola di diritto i cui docenti erano in grado di attrarre giovani da diverse parti del continente europeo. Ma la trasformazione che investì quella bolognese segnò un’autentica svolta, aprendo la strada a sperimentazioni similari: furono, infatti, gli studenti (motori e trascinatori anche in altre epoche di importanti cambiamenti), a organizzarsi per territori di provenienza in difesa delle loro prerogative e dalle ingerenze esterne, come quelle dell’amministrazione comunale. Questo modello influenzò per riproduzione o per scostamento altre esperienze universitarie che fiorirono successivamente, come quella di Parigi o di Oxford, dove il perno dell’istituzione era rappresentato piuttosto dai docenti e dalla struttura dei collegi.

In ogni caso, la maternità di Bologna non è mai stata rinnegata, tanto che ancora recentemente nel 1988, in occasione del nono centenario, più di ottocento rettori, provenienti dai cinque continenti, hanno sottoscritto la Magna Charta Universitatum Europaeum, ribadendo il valore dell’autonomia universitaria, l’intreccio indissolubile tra l’insegnamento e la ricerca, e superando «ogni frontiera geografica o politica».

Quali università sorgono in età comunale?
Padova, anzitutto, originata in parte da una migrazione di studenti bolognesi nel 1222 e che, a breve, si appresta a commemorare il suo ottavo centenario. Non fu un caso che, nel clima effervescente della civiltà dei comuni, l’istituzione universitaria cominciò a impiantarsi e diffondersi anche per rispondere al bisogno di preparare funzionari per i nuovi uffici, un percorso scandito spesso da una vivace dialettica tra le due realtà, e che verrà poi seguito, su scala maggiore, anche da principi e da sovrani. Nel caso padovano fu proprio il comune a farsi garante di quella libertas scholastica, che si traduceva in aiuti e vantaggi per gli studenti (alloggi, prestiti, ecc.), tanto che le sorti dell’ateneo patavino si intrecciarono a maglie strette con quelle cittadine, costituendone il cuore pulsante da lì in poi. Con la conquista veneziana dei primi anni del Quattrocento, si aprì una fase luminosissima in quanto unico Studio della Serenissima: la Repubblica, seppur non mancò di vigilare su di esso circoscrivendone l’autonomia, non ne inficiò la qualità dell’insegnamento, promuovendone l’attrattività per i docenti e per gli studenti anche di fedi non cattoliche, garantì libertà religiosa e protezione delle politiche controriformistiche. Inoltre, fu proprio a Padova che, per la prima volta, una donna ottenne i gradi accademici: nel 1678, infatti, Elena Lucrezia Corner si laureò in filosofia ed entrò nel collegio medico-filosofico.

Nel corso dell’Ottocento, corroborata dalla partecipazione degli studenti ai moti risorgimentali cittadini, il motto dell’università si perfezionò in Universa Universis Patavina Libertas (A Padova la libertà è tutta intera per tutti), affrescato da Giò Ponti sulla parete dell’aula magna nel 1942. Poche parole per sintetizzare la lunga storia di esercizio e difesa della libertà intellettuale che, proprio a partire dalle sue origini, ha caratterizzato l’ateneo patavino fino alla sua partecipazione alla lotta di liberazione sotto il rettore Concetto Marchesi e che, nel 1945, le valse, unica fra le università italiane, la medaglia d’oro al valor militare.

Quando e come nasce la Sapienza romana?
Come spesso accadeva, la realizzazione pratica di un progetto richiedeva tempo, consenso e … finanziamenti. Se l’istituzione a Roma di uno Studio generale è da attribuirsi nel 1265 al senatore romano Carlo I d’Angiò, futuro re di Sicilia, figlio di Luigi VIII re di Francia e fratello di Luigi IX il Santo, si dovettero attendere i primi decenni del XIV secolo quando, grazie gli interventi di due papi, Bonifacio VIII e Giovanni XXII, l’andamento dell’università fu regolato e così pure l’erogazione dei titoli accademici. Accanto ad essa sopravviveva uno Studio per preparare in sacri canoni e teologia i funzionari della curia apostolica. Ma l’università decollò a fatica: per quasi un secolo, la città soffrì il contraccolpo del trasferimento ad Avignone e solo col rientro del papa a Roma riprese vita e l’università con essa. Il vento dell’umanesimo soffiò robusto e portò alla creazione di nuove cattedre in diritto al servizio del pontefice per arginare le tesi sulla supremazia del concilio. Nell’età rinascimentale si ebbero ancora delle battute d’arresto (il sacco del 1527 in primis), ma prese forma anche l’idea di edificare uno spazio degno di ospitare le lezioni e garantire lo scambio quotidiano dei maestri con gli studenti. Nel quartiere di Sant’Eustachio, quasi in parallelo con la riforma dell’organizzazione voluta da Sisto V nel 1587, il palazzo della Sapienza prese forma: dal progetto iniziale di Giacomo della Porta fino alla chiusura seicentesca del cantiere sotto Francesco Borromini, l’università del papa aveva trovato casa, quella splendida ‘casa’ che ancora oggi ammiriamo al 40 di Corso del Rinascimento.

Molte università riflettono le vicende degli antichi stati italiani: così è per Napoli come per Ferrara e Parma e Torino: quali motivazioni sono all’origine della loro fondazione?
Quasi tutte queste università sono debitrici di un atto di mecenatismo da parte del signore o del principe che sceglie di ‘ornare’ la città dove risiede con la propria corte anche di una istituzione di formazione superiore.

Si pensi che, simultaneamente alla fondazione patavina, ma questa volta scandita dall’iniziativa di un sovrano, Federico II di Svevia, nasce a Napoli nel 1224 uno Studio pubblico per l’insegnamento di tutte le arti. L’intento era anche quello di far rivivere i fasti dell’antica Scuola medica salernitana, nota in tutta Europa per la Regula sanitaria. Dopo qualche incertezza iniziale, la stabilità si raggiunse con l’avvento degli Angioini, per poi consolidarsi con gli spagnoli.

Ma fra le iniziative signorili, sono da ricordare quelle estensi che stanno alla base delle università di Ferrara e Parma. Certo, dopo l’atto fondativo, entrambi di Studi andarono incontro ad alterne fortune: se nel caso di Ferrara l’età umanistico-rinascimentale potè vantarsi di una pregevole attività, per quello di Parma si dovettero attendere i Gesuiti per ricevere smalto e considerazione.

Nel caso di Torino fu ancora per volontà di un principe della famiglia Savoia che si creò l’università agli inizi del XV secolo, un atto che rispondeva al preciso progetto di consolidare il ruolo della città al di là delle Alpi e che risultò strategico quando, nel 1563, divenne capitale del ducato.

Mecenatismo per gli studi e mecenatismo per le arti hanno costituito le due facce della politica culturale di re e di signori territoriali, le cui ricadute concrete sono visibili nell’architettura e nell’urbanistica delle città capitali e sedi delle loro corti.

Le università di Pavia e Milano nel libro vengono definite “poli asimmetrici”: a cosa si deve la nascita dell’ateneo pavese?
Quando si considera la forza centripeta esercitata in tutti i settori da Milano sull’intera area lombarda e anche oltre, quasi naturalmente si pensa che, da sempre, abbia ospitato anche un’università. In realtà non fu così, perché la spuntò Pavia, in forza del suo glorioso passato di capitale del Regno longobardo, già sede di un’importante scuola di retorica accertata dai primi decenni del IX secolo e poi di studi giuridici. Favorita dalla sua cruciale posizione nella pianura padana, sulle rive del Ticino e non lontana dalla confluenza col fiume Po, Pavia fu scelta dal duca di Milano Galeazzo II Visconti quale sede per fondarvi un’università sul modello di Bologna e Parigi, riconosciuta dall’imperatore Carlo IV nel 1361 e poi da papa Bonifacio IX nel 1389. Crebbe lentamente, ma spiccò il volo in età umanistica per poi attraversare momenti di stasi e rinvigorire nel Settecento per volontà di Maria Teresa d’Austria. Fin dal XV secolo, poi, grazie all’apertura di numerosi collegi e residenze, Pavia ha sviluppato la caratteristica di essere una città a misura di studenti, tanto che questi corrispondono oggi a un quarto dei suoi abitanti!

L’asimmetria tra le due città lombarde divenne evidente a partire dall’unità d’Italia quando l’asse economico, amministrativo e culturale della Lombardia gravitò maggiormente su Milano. Grazie a molti ex-studenti pavesi sorsero istituzioni formative superiori: nel 1863, il Politecnico guidato dal matematico Francesco Brioschi; nel 1921, la fondazione dell’Università cattolica del Sacro Cuore per impulso di padre Agostino Gemelli, allievo di Camillo Golgi, e, infine, nel 1923, l’università statale.

Ma nel caso di Pavia, mi consenta di smettere l’abito della studiosa e riprendere quello dell’allieva, in quanto è stata la ‘mia’ università! Verso di essa nutro una profonda riconoscenza per l’abbondante ricchezza ricevuta dall’istituzione e dall’incontro con tanti cari maestri: Xenio Toscani, Giulio Guderzo, Emilio Gabba, Cesare Segre, Ettore Cau, Giorgetto Giorgi, Rossana Bossaglia, Anna Maria Segagni, e altri ancora. Di quegli anni, poi, conservo ricordi indelebili, primo fra tutti quello di lunedì 5 novembre 1984 quando, ammirata ed emozionata, varcai per la prima volta il portone del palazzo centrale in Strada Nuova, incorniciato dai medaglioni dell’imperatore Lotario e del duca Galeazzo II Visconti: la mia piccola storia personale stava per intrecciarsi con una Storia ben più grande!

Qual è la storia degli atenei delle nostre isole maggiori?
Anche in Sicilia e in Sardegna l’istituzione universitaria riuscì a mettere salde radici.

Catania funse da apripista in questa storia, con l’istituzione di uno Studio generale già nel 1434, come risarcimento alla collocazione della capitale del Regno di Sicilia a Palermo da parte del sovrano aragonese Alfonso il Magnanimo. I tempi che seguirono non furono facili dovendo contrastare la concorrenza del nuovo collegio universitario dei Gesuiti a Messina (1548) e i ripetuti assalti degli Ottomani alla città.

Alla Compagnia di Gesù si devono, quindi, l’origine delle università di Messina e di Palermo, sedi che, grazie a una politica di riqualificazione nel corso dell’Ottocento, riuscirono a crescere e svilupparsi anche scapito della primogenita Catania.

Per la Sardegna, le istituzioni universitarie furono anch’esse debitrici di fondazioni gesuitiche attivandosi anche per la competizione cittadina ricorrente tra Sassari e Cagliari, capitale del regno. Le vicende dei due atenei rispecchiarono i governi che si susseguirono nell’amministrazione dell’isola, ora in accordo, ora in dissenso con i ceti dirigenti locali, sempre alla ricerca di mezzi per garantirne la sopravvivenza fino al rilancio nel corso del Novecento.

Vorrei concludere ricordando che gran parte delle sedi universitarie italiane dimora in palazzi antichi, talvolta in quelli originari, che custodiscono preziose testimonianze e opere d’arte poco conosciute: luoghi dal fascino immutato che ci rendono attuali le generazioni passate e al cui confronto ci si sente parte di una storia ininterrotta.

L’itinerario che ho tratteggiato non solo permette di scoprire questi meravigliosi scrigni di tesori artistici accessibili a tutti, di attraversare corridoi, cortili porticati, aule affrescate fino a lasciarsi ammaliare dalle ardite architetture contemporanee, ma anche di ricostruire le vicende, altrettanto poco note, che hanno influenzato la trasmissione del sapere nel nostro Paese: la vita degli atenei può essere letta, allora, anche come un lungo cammino di affrancamento e di affermazione della libertà di pensiero.

L’augurio non può che essere quello di ripercorrere e riscoprire insieme la memoria storica dell’Italia studiosa e colta.

Simona Negruzzo è professore di Storia moderna presso l’Università di Bologna. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università di Pavia, nel 1992 ha conseguito il Diplôme d’Études Approfondies (D.E.A.) in Histoire et civilisation de l’Europe a Strasburgo, e nel 1996 il dottorato di ricerca in Storia della società europea a Milano. Professeur invité presso le università di Paris Est-Créteil, Paris Panthéon-Sorbonne e Clermont Auvergne, dal 2007 è visiting professor alla Facoltà di Teologia di Lugano – USI. Membro del Centro Interuniversitario per la Storia delle Università Italiane (CISUI) e dell’Accademica Ambrosiana di Milano – Classe di Studi Borromaici, dal 2020 è consultore della Congregazione delle Cause dei Santi. Specialista dell’Europa moderna, i suoi interessi spaziano dalla storia delle istituzioni e della formazione delle élites (scuole, collegi, università), a quella della diplomazia (Francia, Stato Pontificio, Impero Ottomano) e del cristianesimo (arte e devozioni, missioni, società). Fra le recenti pubblicazioni: L’armonia contesa. Identità ed educazione nell’Alsazia moderna (2005); Europa 1655. Memorie dalla corte di Francia (2015); La «cristiana impresa». L’Europa di fronte all’Impero Ottomano all’alba del XVII secolo (2019). Ha curato: Le università e la Riforma protestante. Studi e ricerche nel quinto centenario delle tesi luterane (2018); I diari di Pietro Zani. Vita e pensieri di un maestro nella Lombardia dell’Ottocento, I-II (2018); Nel solco di Teodora. Pratiche, modelli e rappresentazioni del potere femminile dall’antico al contemporaneo (2019).

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