Andare per fortezze e cittadelle, Paola BianchiProf.ssa Paola Bianchi, Lei è autrice del libro Andare per fortezze e cittadelle edito dal Mulino. Quello italiano appare un territorio densamente fortificato: quali le ragioni storico-militari?
La penisola italiana per posizione geografica, al centro del Mediterraneo, e per un plurimillenario intreccio di civiltà di cui fu teatro diventò dall’antichità un’ambita terra di conquista. La densità delle fortificazioni sopravvissute nei secoli si può dunque spiegare con questa generica risposta. Meno scontato è analizzare come, un territorio così vario dal punto di vista morfologico e a lungo frammentato dal punto di vista politico, abbia saputo conservare, trasformare o creare ex novo straordinarie strutture difensive. Ce ne rimane una quantità impressionante, che il libro cerca sinteticamente di illustrare restituendo un percorso ideale lungo tutta l’estensione della penisola, dal Quattrocento a oggi. Il fuoco del volume è, infatti, la fortificazione «alla moderna» di cui numerosi architetti-ingegneri italiani furono artefici.

Quali funzioni assolveva l’architettura militare di queste costruzioni?
Molte delle fortificazioni che descrivo nel libro, quasi tutte, nacquero su edifici o strutture preesistenti. Alle funzioni militari (alloggio di truppe e deposito di armi) assolte da forti e cittadelle in tempo di guerra, ma anche in tempo di pace, in quanto luoghi di presidio del territorio, si affiancavano altri tipi d’impiego, in particolare come prigioni o come residenze temporanee di un signore. Le forme e i tempi della coesistenza del civile con il militare in questi edifici variarono da situazione a situazione, riproducendo però situazioni spesso ricorrenti.

Castel Sant’Angelo è tra le più antiche testimonianze di costruzioni difensive ancora esistenti nel nostro Paese: qual è la sua storia?
Si tratta, non a caso, di una delle fortezze più note, evocate da tanta letteratura e arte dedicata all’Italia. Di Castel Sant’Angelo l’età moderna ha consolidato il ruolo di roccaforte-prigione, ma il carattere originario del primo complesso, sorto in età romana, era stato ben diverso. Era stato, anzi, un imperatore amante della pace e delle arti, Publio Elio Adriano, a edificare un gigantesco sepolcro intorno al 121 d.C., la cosiddetta Mole Adriana, che solo diversi secoli dopo, a seguito della costruzione di mura, bastioni, torrioni e sistemi di collegamento con la città di Roma, sarebbe stato ribattezzato come Castel Sant’Angelo. Poche tracce sopravvivono della struttura originaria adrianea e delle prime fortificazioni aggiunte dall’imperatore Aureliano nel III secolo. I numerosi assedi e saccheggi subiti da Roma, dall’attacco dei goti nel 547 a quello dei lanzichenecchi nel 1527, contribuirono a rafforzare le funzioni strategiche del complesso, posto accanto alla via fluviale del Tevere. I pontefici dovettero contenderlo a lungo ad alcune potenti famiglie nobili, che lo avevano trasformato in abitazione privata, addossandovi costruzioni per servi, soldati e clienti. Fra Quattro e Cinquecento l’edificio aveva ormai assunto il profilo di un forte. Ma alcuni dei migliori artisti del Rinascimento italiano, come Bramante e Michelangelo, furono coinvolti per realizzarvi anche spazi aulici, destinati a ospitare i pontefici, da papa Borgia a Giulio II, a Leone X, a Clemente VII (il papa che si trovò ad affrontare, asserragliato in Castel Sant’Angelo, la furia dei lanzichenecchi), a Paolo III e altri ancora. Dal Seicento, l’esercito pontificio ebbe scarse occasioni per intervenire in operazioni di guerra, ma Castel Sant’Angelo non cessò di rappresentare un edificio simbolo del potere papale. In quel secolo Bernini ne arricchì la scenografica mole progettando le statue che ancora oggi fiancheggiano con dieci figure di angeli il ponte antistante sul Tevere. La funzione della roccaforte fu ancora spesso e a lungo quella di carcere. Personaggi più o meno noti, da Benvenuto Cellini a Cagliostro, ne conobbero le celle di detenzione. Alcuni scamparono alla condanna capitale, altri caddero sotto i colpi del boia. Nell’Ottocento, dalle decapitazioni si passò alle fucilazioni. Le scene della carcerazione e della condanna di Cavaradossi nella Tosca hanno contribuito a tramandare l’immagine più tetra che l’imponente Mole aveva assunto in tanti secoli di storia. Dal 1870, dopo la breccia di Porta Pia, il potere sull’antico “Castello” passava ai Savoia, che lo usarono ancora come caserma e prigione, fino alla sua lenta trasformazione in museo, un traguardo raggiunto pienamente solo di recente, dopo fasi diverse di restauro avviate già agli inizi del Novecento, quando vi era stato inaugurato il Museo dell’ingegneria militare italiana. Oggi i visitatori possono godere di un ricco materiale documentario che li accompagna lungo un’affascinante visita interna.

Quale, tra le fortezze di epoca medievale disseminate nel nostro Paese, è più notevole?
Impossibile indicarne una sola. Si farebbe torto a diverse costruzioni di questo tipo sopravvissute nel tempo in forma più o meno integra. Esistono spazi in cui la concentrazione di castelli medievali dimostra bene il passaggio dagli obiettivi militari agli scopi residenziali perseguiti da famiglie dell’aristocrazia locale: i castelli più spettacolari di questo tipo sono forse quelli della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige. Nel libro, che voleva marcare la diffusione delle fortificazioni «alla moderna» partendo dal momento di svolta quattrocentesco, ho individuato alcune strutture sorte in un lungo Medioevo, ma trasformate nel corso dei secoli successivi, come il forte di San Leo, nel Riminese, e il Castello Sforzesco di Milano, cresciuto sul basamento di una rocca viscontea preesistente.

Quali fortificazioni della dominazione spagnola conserva l’Italia?
Ne conserva diverse, nei vasti domini controllati nella penisola. Dalla seconda metà del Cinquecento, concluse le guerre d’Italia, gli antichi stati italiani furono in gran parte sottoposti o legati al potere dei re di Spagna. Non solo il Regno di Napoli, quello di Sicilia e la Sardegna continuarono a essere plasmati da fortificazioni dei litorali. I forti restavano un costante motivo di interesse nel Ducato di Milano, nello Stato dei Presidi (il protettorato formato dai territori toscani di Orbetello, Port’Ercole, Porto Santo Stefano, Talamone, Ansedonia, Porto Longone, ottenuti nel 1557 e mantenuti dalla corona di Spagna fino al 1707), e anche in un piccolo marchesato incastonato nell’Appennino ligure, il marchesato del Finale, al quale il libro dedica una particolare attenzione.

Rappresentativa delle vicende italiane è la storia del Forte di Fenestrelle.
L’attenzione su questo straordinario esempio di architettura militare, la maggiore fortezza di montagna in Europa, è stata concentrata sulla vicenda risorgimentale e immediatamente post-unitaria. La descriveva Edmondo De Amicis nelle pagine di Alle porte d’Italia (1884) come «una gradinata titanica». Quella fortezza era stata costruita, però, nel Settecento dopo che la pace di Utrecht (1713) aveva assegnato ai domini dei Savoia la val Chisone, già parte del Regno di Francia. Il cantiere era stato inaugurato nel 1728, ma i lavori continuarono fino alla vigilia della Rivoluzione. Alla direzione dei lavori si erano trovati i migliori architetti e ingegneri piemontesi. Nel 1800 Bonaparte ne decretò la distruzione dopo aver neutralizzato la resistenza dell’esercito sabaudo, ma i comandanti francesi ne valutarono i pregi logistici decidendo di conservarlo. A Fenestrelle gli ingegneri militari ripresero a lavorare dopo la Restaurazione realizzando quasi tre chilometri di barriera muraria su un dislivello di oltre 600 metri. Divenuta immagine simbolo della Provincia di Torino e censita fra i monumenti storico-archeologici di rilevanza mondiale, questa imponente fortezza alpina ha alimentato negli ultimi decenni un anti-mito d’ispirazione neo-borbonica che ha costruito l’immagine di un ipotetico «lager» ante litteram in cui sarebbero stati deportati migliaia di prigionieri di guerra napoletani, vittime dell’unificazione. I documenti non paiono raccontare la stessa cosa né offrire quei numeri. Lo dimostrano documentate ricerche recenti, che hanno ricostruito vite e vicende dei prigionieri rinchiusi in quella fortezza fino al secolo scorso. Nel 1945 l’esercito decise di dismettere quell’ormai onerosa e poco funzionale base logistica. L’abbandono portò al degrado, ma non alla distruzione o all’abbattimento, condizione che ha favorito il recente ambizioso piano di recupero.

Quali sono invece le fortificazioni risalenti al Risorgimento?
Sono vicende legate, in realtà, ancora una volta, al riutilizzo di strutture fortificate preesistenti. Tre casi sono stati scelti come particolarmente significativi: la cittadella settecentesca di Alessandria, teatro di pagine importanti nella storia militare del Risorgimento, Peschiera del Garda, diventata da luogo strategico dell’antica Repubblica di Venezia a vertice del “quadrilatero” ottocentesco, e il forte Gaeta, teatro dell’ultimo scontro fra esercito borbonico e sabaudo nel 1860-61.

La costruzione di fortezze riprese durante la Seconda Guerra Mondiale?
Le guerre mondiali trasformarono profondamente i mezzi di difesa e offesa. Se la guerra di trincea fu caratteristica della Prima Guerra mondiale, i rifugi segnarono le drammatiche fasi dei bombardamenti di cui caddero vittime tanti centri della penisola. Il regime fascista si era illuso di riuscire a realizzare un sistema di sbarramento lungo l’intera estensione dell’arco alpino, secondo un disegno che avrebbe dovuto valorizzare non più opere massicce facilmente individuabili, bensì piccoli capisaldi in altura, per rendere ermetico quel confine: forti, bunker, baraccamenti, caserme, ricoveri e strade militari, riprendendo in parte strutture già costruite nel secolo precedente. Quei lavori rimasero, però, incompiuti. Un bunker degli anni Trenta, il bunker Soratte, non lontano dalla capitale, attraversò gli anni della Seconda Guerra mondiale tradendo le aspettative che erano state del regime fascista negli anni Trenta: farne un rifugio antiaereo per il Regio esercito e le più alte cariche del governo. Di fatto, il bunker funzionò, anni dopo, a favore dei tedeschi, che lo occuparono dopo l’8 settembre 1943, fino al 1944. La fine della guerra riconsegnò il bunker all’esercito italiano, che lo utilizzò come polveriera fino ai primi anni Sessanta. Il governo italiano decise, tuttavia, di non abbandonarne le gallerie, destinandole a un estremo piano di difesa, nel caso di un paventato attacco atomico su Roma, per effetto della guerra fredda. Quel ripristino non fu, però, mai condotto a termine e il rifugio fu, infine, abbandonato, smilitarizzato e consegnato a uso civile.

Paola Bianchi insegna Storia moderna all’Università della Valle d’Aosta. Si occupa di storia sociale e istituzionale dell’antico regime, di storiografia e di storia militare. Fra le sue pubblicazioni: Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento (Torino, Zamorani, 2002), Sotto diverse bandiere. L’internazionale militare nello stato sabaudo di antico regime (Milano, Franco Angeli, 2012), Storia degli Stati sabaudi (con Andrea Merlotti, Brescia, Morcelliana, 2017), Turin and the British in the Age of the Grand Tour (a cura di, con Karin Wolfe, Cambridge, Cambridge University Press, 2017), Guerre ed eserciti nell’età moderna (a cura di, con Piero Del Negro, Bologna, il Mulino, 2018).

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