Dottor Stefanel, Lei è autore del libro Ancora sesso, droga e calci in bocca. Altre storie di rock maledetto edito da Giunti: è ancora attuale l’equazione “sesso, droga e rock&roll”?
Ancora sesso, droga e calci in bocca. Altre storie di rock maledetto, Renzo StefanelSì e no. Sì, se la consideriamo nel suo aspetto di vita sregolata e piena di eccessi, che è diventato il paradigma dell’edonismo contemporaneo funzionale al sistema capitalistico per la sua capacità di indurre a consumare sempre di più sostanze e accessi a luoghi di divertimento sfrenato. Direi che non c’è mai stato più nulla di attuale, da questo punto di vista, visto che l’edonismo assoluto, senza limiti e senza freni, è diventato la cifra riassuntiva del cosiddetto modello occidentale.

No, se la consideriamo come legata specificamente a quel genere di musica che amo, ovvero al rock&roll, il quale ha fatto tristemente il suo tempo, essendo legato a una società, quella industriale, della quale riproduceva i rumori e che è superata da quella informatica. Il rombo delle chitarre elettriche riproduceva quello dei motori, oggi silenziati; lo stridio lancinante di certi assoli era lo specchio dei rumori prodotti da seghe elettriche e dai macchinari industriali; la classica sezione ritmica del rock, basata su basso e batteria imperiosi e fragorosi, riproduceva i rumori della fabbrica. Oggi non viviamo più immersi in quei rumori; la fabbrica ha perso la sua centralità, sostituita in questo dalle apparecchiature elettroniche che ci fanno accedere ai media di ogni genere. Il rock non sparirà probabilmente mai del tutto, ma il suo futuro è quello di una musica accademica e di nicchia, come è già successo al jazz e al blues, e da qualche secolo alla musica barocca. Già per questo l’equazione non è più attuale.

C’è inoltre da considerare che, benché il fine degli eccessi raccontati in questo volume e in quello precedente fosse certamente edonistico e benché personaggi come i Van Halen o gli Oasis non fossero sicuramente dei fini intellettuali, si trattava comunque di artisti: una categoria di persone che, bene o male, finiscono sempre per riversare nelle proprie creazioni ciò che hanno vissuto. Il loro edonismo non era sicuramente paragonabile a quello dell’impiegato che si scatena nel fine settimana (e che fu stigmatizzato dai Beatles in “Day Tripper”), dato che il suo risultato erano splendide canzoni.

Nel corso della sua storia, il rock ha rubato al blues la nomea di “musica del diavolo”: quando e come è avvenuto tale processo?
Mah, innanzitutto non sono tanto sicuro che il rock abbia rubato al blues la nomea di “musica del diavolo”. È vero che determinate associazioni religiose di ogni confessione hanno visto in lui l’incarnazione di un modello negativo (satanico, per le religioni abramitiche) per i comportamenti sregolati e basati sul soddisfacimento delle pulsioni istintuali cui incitava, ma è altrettanto vero che il grande pubblico non ha mai associato il rock al diavolo, cosa che semmai è successa al metal, che è un genere nato dal rock, ma non coincidente col rock.

Ciò detto, l’associazione “rock = musica del diavolo” è comparsa fin da subito. Già negli anni Cinquanta Jerry Lee Lewis, che veniva dalle Assemblee di Dio, era tormentato dal fatto che la musica che cantava e suonava fosse opera del Demonio: sentendosi un peccatore, sprofondò nel peccato. Il colmo fu quando sposò la propria cuginetta di 13 anni, una prassi in uso nella sua Chiesa, una confessione che tende a far vivere i propri membri secondo le regole dell’Antico Testamento non rinnovate dal messaggio di Cristo, e venne lapidato per questo dall’opinione pubblica internazionale, che vedeva in questo pedofilia e incesto (giustamente, direi). Non parliamo poi dei suoi sensi di colpa quando dovette registrare “Great Balls of Fire”, che lo portarono a una discussione durata ore col suo discografico, Sam Phillips della Sun Records, e di cui parlo nel volume. Anche Little Richard sentiva di vivere tra servizio musicale al demonio e ricerca della santità perduta.

Poi ovviamente ci sono stati i Rolling Stones, che a partire da “Sympathy for the Devil” sono stati associati al satanismo, col quale hanno anche flirtato sul finire degli anni Sessanta, per carità. Quindi i messaggi subliminali che alcuni hanno creduto di scorgere nei dischi dei Beatles a proposito della leggendaria morte di Paul McCartney, finendo per ispirare i Fab Four a inserire apposta messaggi subliminali ascoltabili al contrario, senza però nessuna intenzione demoniaca. Che dire dei Black Sabbath, ferventi cristiani che hanno dato origine al lato satanico dell’hard rock? O dei Led Zeppelin e della fascinazione per il satanista Aleister Crowley del loro chitarrista Jimmy Page, unito a quello per il mondo celtico e vichingo del cantante Robert Plant? Curiosamente, i Led Zeppelin avrebbero pubblicato nel 1971 “Stairway to Heaven”, che è stata letta e interpretata come una descrizione di un rito pagano, ma che comunque narra di un’ascesa al Paradiso. Quando nel 1979 gli AC/DC gli risposero con “Highway to Hell” il gioco fu fatto: rock = demonio. Il bello è che gli AC/DC, eccezionali musicisti, hanno gli interessi culturali e religiosi di un branco di neanderthaliani e quindi, nonostante alcune copertine in cui il chitarrista Angus Young è raffigurato con un paio di corna diaboliche, il loro è da intendersi come un puro gioco.

Il discorso sulle connessioni tra satanismo e rock è ovviamente lungo e nei miei due libri della serie “Sesso, droga e calci in bocca” l’ho affrontato con alcuni aneddoti. Ma ritengo di poter dire che sia riconducibile a un fenomeno marginale sia come interesse reale, sia limitato nel tempo (ai tempi della controcultura hippie di fine anni Sessanta si cercavano nuove strade ovunque, perfino nel satanismo) e per lo più provocatorio. Ma il rock non è più o meno diabolico di qualunque altro genere musicale, compresi i canti gregoriani, che, rovesciati, pare siano un’ottima colonna sonora per i riti satanici.

Nel Suo libro Lei racconta trenta storie terribili e conturbanti: quali a Suo avviso le più scandalose?
A dir la verità quello che ho cercato di trasmettere con questo libro e con quello precedente non è lo scandalo, dato che in una società edonistica come la nostra da un lato nulla scandalizza più nessuno, dall’altro tutto è fonte di scandalo perenne. Viviamo nell’epoca delle fake news, delle notizie inventate o distorte a fini tanto di propaganda politica quanto di semplice guadagno (penso al fenomeno del clickbaiting), dai toni sempre urlati e apocalittici: chi si scandalizza più per qualche notte brava di qualche ormai sconosciuta rockstar?
Quello che invece ho cercato di trasmettere è la disperata ansia di vivere che ha caratterizzato questi artisti e un’epoca che ormai non c’è più. Che ha portato qualcuno di loro a varcare una soglia, quella della pazzia, da cui non si torna più indietro. In questo senso una delle mie storie preferite è quella di Vince Taylor, un misconosciuto rocker americano di serie C trapiantato nel Regno Unito prima e in Francia poi, autore di almeno un classico del rockabilly, “Brand New Cadillac”. Vince prende un acido potentissimo all’Hotel Savoy di Londra, durante una festa organizzata da Bob Dylan il 21 maggio 1965. Quell’acido manda Dylan in ospedale e Taylor fuori di testa: si convincerà di essere l’apostolo Matteo, a volte messaggero di Dio, a volte Dio egli stesso. La sua carriera, che in Francia andava benissimo, andò a rotoli. Finì a girovagare per le strade di Londra predicando di messaggi divini e basi aliene nascoste sulle montagne di ogni nazione, che lui riusciva a rintracciare sulle carte geografiche. Lo incontrò un giovane cantante inglese, che ne rimase affascinato e ne trasse spunto, diversi anni dopo, per la creazione del personaggio di Ziggy Stardust. Il giovane cantante inglese è ovviamente David Bowie. La cosa più intrigante è che Bowie dichiarò una volta che la sua voce suonava come avrebbe suonato quella di Dylan se fosse nato a Londra. E Taylor è il collegamento fisico tra Dylan e Bowie.
Ma in generale direi che ogni storia ha il suo fascino e merita di essere letta, gustata e vissuta.

Elvis, il re del rock, lo fu anche delle trasgressioni?
No, o meglio lo fu suo malgrado. Anche lui veniva dalle Assemblee di Dio, ma era molto meno tormentato di Jerry Lee Lewis, forse perché veniva dalla città, mentre Lewis è sempre vissuto nella campagna più profonda, prima di intraprendere la carriera di musicista.
Fu trasgressivo il suo impatto sulla società, con fenomeni di isteria di massa che fanno impallidire la Beatlemania, come racconto nel libro. Fu trasgressivo, ovviamente, il suo ancheggiare con il bacino, che mimava l’atto sessuale e la cui origine si deve alla sua relazione con la spogliarellista ed attrice Tura Satana, che racconto in questo volume. Ma non fu certamente trasgressivo per la massa di droghe che assunse durante la sua carriera e al cui consumo fu spinto dal suo manager, il sedicente colonnello Tom Parker, affinché fosse sempre pronto a salire sul palco nei massacranti tour che gli organizzava. Al consumo di altre droghe fu spinto per lenire il dolore e l’insoddisfazione enormi che provava per una carriera che non era più quella che voleva lui, dopo il suo ritorno dal servizio militare in Germania. Non solo era scontento dei brani e dei musicisti che Parker sceglieva per lui (e non a caso uno dei pochi momenti felici dopo gli anni Cinquanta fu il famoso “Elvis Comeback” in tv nel 1968, con cui tornava non solo sulle scene televisive, ma anche al repertorio rock’n’roll, coi suoi vecchi musicisti), ma anche della propria carriera cinematografica. Elvis aveva del talento recitativo, di cui ben presto si accorse pure Hollywood. Gli fu offerto un ruolo in “Cape Fear” (1962), al fianco di Robert Mitchum. Elvis teneva tantissimo a quel film, che avrebbe segnato un salto di qualità nella sua carriera di attore. Ma Parker rifiutò. La stessa cosa avvenne nel 1976, per “È nata una stella”. Elvis si drogava per questo, abusando di tranquillanti ed eccitanti regolarmente prescritti da un medico compiacente, ma odiava le droghe. La sua storia con le droghe è una delle più tristi che ci siano. La racconto nel volume precedente.

I Rolling Stones sono divenuti celebri per loro molte trasgressioni.
Senza dubbio gli Stones sono la quintessenza del rock’n’roll lifestyle. Sono una riserva inesauribile di storie. In “Ancora sesso, droga e calci in bocca” racconto delle poco note avventure omosessuali di Jagger, peraltro un notevolissimo tombeur de femmes, e dei suoi poco prevedibili compagni di letto. Pagarono il dazio, in modalità acclarate o fortemente sospette a seconda dei casi, Brian Jones, Keith Richards, Mick Taylor tra gli Stones; Eric Clapton e David Bowie tra le altre rockstar. Una storia tutta da leggere.
Sempre in questo volume racconto dell’arresto in Arkansas nel 1975 di Keith Richards e Ron Wood per possesso di droga e guida pericolosa, a circa dieci chilometri all’ora, a Fordyce, un paesino che allora contava appena 5000 abitanti, più o meno quanti Norcia in Umbria o Stresa in Piemonte, per capirci. Divenne un caso enorme, ma nel giro di 24 ore Richards e Wood furono processati e rilasciati, in un crescendo di scene grottesche e ridicole.
Nel volume precedente (“Ancora sesso, droga e calci in bocca”, sempre per Giunti), racconto dell’influenza di Anita Pallenberg, affermata attrice italo-tedesca, sulla band (fu compagna di Brian Jones e Keith Richards, ma si concesse anche una scappatella con Mick Jagger) e delle guida spericolata di Richards, che lo portò a catapultarsi nel giardino del grande pianista Nicky Hopkins (quello che suonò il piano in “Imagine” di John Lennon, per intenderci) e a far precipitare da un precipizio un camion dell’esercito marocchino che trasportava un missile. Ah, se non ci fossero gli Stones, bisognerebbe inventarli. 

Perché i Kiss avevano un pollaio che li seguiva ovunque?
Semplicemente perché era la stanza dove il tour manager riuniva le fans desiderose di una conoscenza approfondita con loro. Era la stanza per le pollastrelle, “chicken”, quindi era chiamato “Chicken Coop”, “Pollaio”.

Nel libro si narra anche del lato oscuro di Bob Dylan.
I lati oscuri di Dylan sono molteplici. In questo libro ho scelto di narrarne, in parte, due: quello legato alla droga, esposto tanto nella storia della vita di Vince Taylor, di cui ho già detto, quanto nel racconto della registrazione di “Rainy Day Woman 12&35”; e quello legato al suo rapporto con le donne, che l’ha visto sempre passare da romantico folgorato sulla via di Damasco a indifendibile bastardo con estrema naturalezza.
La registrazione di “Rainy Day Woman 12&35” si svolse a Nashville, una location inusuale per Dylan, che risultò felice per il sound del disco in cui è inserita (“Blonde on Blonde”, il suo capolavoro assoluto), ma mise anche a contatto due mondi praticamente alieni: quello degli hipsters drogatelli e avantgarde del newyorkese Greenwich Village e quello della Grande Provincia Americana. In un brano che assomma riferimenti alla cronaca e alla Bibbia per parlare sostanzialmente solo di come Dylan era stato lapidato dal movimento folk che non aveva accettato la sua svolta elettrica, vissuta come un tradimento, il futuro premio Nobel si è divertito a inserire un gustoso doppio senso tra lapidazione e droga (“Everybody must get stoned”), che suona come un giocoso invito a prendersela calma. Della serie: “Fatevi ’na canna, invece di lapidare la gente”. Per far suonare la canzone abbastanza scentrata, Dylan fece in modo che tutti i musicisti fossero belli carichi, ovviamente si è capito di cosa. Una volta registrato il pezzo, i giornalisti lo avrebbero tormentato chiedendogli se avesse composto o no un inno alla droga. Anche le sue risposte sono davvero gustose.

La copertina del secondo Lp di Dylan, “The Freewheelin’ Bob Dylan” (1963) è diventata iconica per la tenera coppia di fidanzati che vi campeggia sopra, impegnata in una passeggiata romantica per le fredde strade di una New York invernale: lo stesso Dylan e Suze Rotolo. Ho scelto di raccontare come la loro storia andò a rotoli (mi si passi il gioco di parole), perché è abbastanza rappresentativa del modo che ha Dylan di rapportarsi alle donne: prima una venerazione assoluta, che continua finché il Bardo non viene folgorato da una nuova dea. Allora, per la fidanzata o moglie di turno, cominciano i guai: viene maltrattata moralmente oltre ogni dire. Fu Joan Baez a prendere il posto di Suze Rotolo nel cuore di Dylan. Ma lui, pur trattandola malissimo, non voleva che lei lo mollasse. Di qui una serie di quadretti poco edificanti, che hanno riscontro anche in diverse sue canzoni. Lo stesso trattamento sarebbe toccato alla Baez quando Dylan conobbe la futura moglie Sara Lownds. E a questa vicenda invece accenno fuggevolmente all’inizio della storia dedicata a Vince Taylor.

E poi c’erano anche le groupie: qualcuna di esse divenne anche famosa.
Bisognerebbe intendersi però bene sul termine groupie, che spesso, impropriamente, connota qualsiasi donna che abbia una relazione con una rockstar. È buona la definizione che ne dà Wikipedia, ovvero “le ragazze che accompagnavano le rockstar in gran parte delle loro tournée, assecondandone con entusiasmo la vita sregolata e le sfrenatezze sessuali, e divenendo quindi vere e proprie componenti del loro entourage”. La prima a diventare famosa fu senz’altro Pamela Des Barres, groupie californiana che annovera nel suo carnet relazioni con Captain Beefheart, Flying Burrito Brothers, Frank Zappa, Mick Jagger, Jimmy Page, Keith Moon, Noel Redding, Chris Hillman e Jim Morrison. I suoi libri sono una succosa fonte di aneddoti. Ma contemporaneamente a lei furoreggiarono le Plaster Casters Of Chicago, tre ragazze della città del vento che, non esteticamente dotate come altre colleghe, si inventarono la missione di effettuare calchi in gesso dei membri in erezione delle più famose rockstar. Un’operazione che presentava numerose complicazioni. In “Ancora sesso, droga e calci in bocca” descrivo il loro incontro con Jimi Hendrix. Nel libro si parla anche di Gayle O’Connor e “Sweet” Connie Hanzy, quest’ultima immortalata anche dai Grand Funk Railroad nei primi quattro versi di “We’re an American Band”: entrambe qui hanno a che fare con i Kiss. Inoltre si parla della misteriosa “ragazza del diavolo” che fece infrangere più volte a Pete Townshend dei Who la sua proverbiale (e inusuale, nell’ambiente rock) fedeltà alla moglie.
Nel libro hanno una parte importante anche Marianne Faithfull e la già citata Tura Satana, ma non si tratta di groupies, bensì di artiste con una avviata carriera in proprio che ebbero relazioni con rockstar. Si parla anche di Angie Bowie, ma anch’esse non è una groupie in senso stretto: aveva sposato Bowie quando non era nessuno e in seguito fu coprotagonista delle sue follie. Di lei, come di Anita Pallenberg, un’altra non-groupie, parlo anche nel primo volume della serie.