Professor Fioretto, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Graphe.it, si intitola Anche Francesco le diceva. Una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce: anche San Francesco diceva le parolacce?
Anche Francesco le diceva. Una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce Natale FiorettoLe usava, stando alle poche fonti a nostra disposizione e ne faceva un uso finalizzato all’ammaestramento dei suoi frati, un uso volto a impressionare chi lo ascoltava, non a scandalizzare. Il turpiloquio francescano compare solo quando si parla del Maligno e delle sue macchinazioni; la celebre espressione rivolta a frate Rufino: «Apri la bocca mo’ vi ti caco» compresa nei Fioretti, ne è un esempio. Il turpiloquio, con tutto il suo portato di materialità, avrebbe il potere di esorcizzare il male e, al tempo stesso di impressionare l’uditorio.

Qual è il valore sociolinguistico delle parolacce?
Delimitare il turpiloquio non è così agevole per la ricchezza delle connotazioni che spaziano dal campo magico, a quello emotivo, alle implicazioni psicologiche e a specchio di una cultura. Ci si domanda di rado perché, ad esempio, determinate espressioni vengono evitate in particolari contesti e consentite in altri. Fare attenzione, ad esempio, all’etimo di certe parolacce consente di approcciarsi alla complessità del valore sociale della lingua e dell’uso che un gruppo sociale ne fa. Prima ho menzionato Francesco d’Assisi: ecco, il suo è un uso decisamente “magico” della parola perfettamente coerente allo scopo della comunicazione salvifica di cui è un prodigioso esempio.  Nel sistema lingua agisce fortemente quella che viene definita “desematizzazione”, la perdita, cioè, del senso originario di un lemma che porta a usarlo al di fuori dei limiti di un preciso ambito semantico. En passant, possiamo pensare al termine “cazzo”. Pardon!

Nel Suo testo Lei traccia una sorta di panegirico del turpiloquio.
Non parlerei di panegirico, né di encomio, diciamo che la mia riflessione ha voluto provare a scavalcare i limiti dell’interdetto sociolinguistico che ha sempre circoscritto l’uso del turpiloquio. Ho spinto, per così dire, l’attenzione oltre l’ostacolo con risultati interessanti. Nelle mie lezioni di lingua italiana non indietreggio di fronte alle richieste di quegli studenti che mi chiedono il senso di certe espressioni “forti”. Nell’apprendimento di una lingua straniera, ad esempio, si è molto attenti a misurare le competenze di comprensione e di produzione di messaggi coesi e coerenti, ma ci si interessa poco, anzi, per nulla, a quelle espressione che immancabilmente un parlante nativo usa. Non conoscere una mala parola non significa poter contare su di un vocabolario elegante, ma espone a un rischio, minimo, bisogna dirlo, quello di avere dei vuoti di informazione.

Quali effetti produce sulla comunicazione l’uso delle parolacce?
Degli effetti magici si è appena detto. Le parolacce producono effetti complessi e non di rado a doppio taglio. Un esempio potrebbe essere quello di chi solitamente ne fa uso che viene colpito da un effetto negativo di ritorno. La mala parola connota non solo l’interlocutore, ma, talvolta a livello del tutto inconscio, anche il locutore. Tende a produrre una sorta di cameratismo o dà informazioni di afasiche.

Le parolacce sono espressione della cultura di un popolo: come variano nelle diverse culture?
Certamente. Diceva Dario Fo che una parolaccia permette di avere, in positivo e in negativo, un’idea sulla società in cui viene usata o sanzionata. Ovviamente ogni cultura assegna al  turpiloquio un valore particolare. In Italia abbiamo la fortuna di avere una grande frammentazione dialettale e, conseguentemente, culturale che rende possibile verificare come e quanto determinate espressioni turpi possano essere usate, lenite o completamente cancellate. Pensiamo alla grande quantità di parolacce legate al mondo rurale, ad esempio, o al gergo marinaresco.

Sempre nel Suo testo, Lei stigmatizza l’abuso delle parolacce che ne fanno i nostri politici.
Esatto e per un motivo semplice: ne fanno un uso poco o per nulla creativo. Si appropriano di stilemi e li ripropongono non per esprimere concetti articolati, ma per nascondere un vero e proprio vuoto ideologico. Nei discorsi della politica la forza poderosa del turpiloquio viene ammansita, vanificata. Ma anche in questo caso è possibile raffrontare un certo “lieviti”, se mi si consente l’espressione. Il politico che usa il turpiloquio viene riconosciuto come “uno del gruppo” e per questo accolto e capito. Non è poco, a ben pensarci, specie in un paese come il nostro in cui la politica si è sempre contraddistinta per un uso poco attento della lingua. Una lingua poco attenta al “fare” e molto di più al “dire” senza necessariamente dire.